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“Io non ho commesso reati, spero che i magistrati fiorentini possano in coscienza dire lo stesso”.

E’ questa la prima reazione, affidata a una nota, del leader di Italia Viva Matteo Renzi appena saputo che, nell’ambito dell’inchiesta sulla fondazione Open, la procura di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio per lui e altre dieci persone, tra le quali figurano anche la deputata di Iv Maria Elena Boschi e il deputato del Pd Luca Lotti.

L’udienza davanti al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Firenze si terrà il prossimo 4 aprile. I pm che insieme al procuratore Giuseppe Creazzo coordinano l’indagine, il procuratore aggiunto Luca Turco e il sostituto procuratore Antonio Nastasi, hanno chiesto che siano processati anche l’ex presidente della fondazione Open Alberto Bianchi e l’imprenditore Marco Carrai, che insieme a Renzi, Boschi e Lotti formavano il cosiddetto ‘Giglio magico’, e poi Patrizio Donnini, Alfonso Toto, Riccardo Maestrelli, Carmine Ansalone, Giovanni Caruci, Pietro Di Lorenzo.

Agli indagati vengono contestati a vario titolo i reati di finanziamento illecito ai partiti, corruzione, riciclaggio, autoriciclaggio, traffico di influenze. Coinvolte nel procedimento anche quattro società.

“Si tratta di un atto scontato e ampiamente atteso che arriva ad anni di distanza dai sequestri del novembre 2019 poi giudicati illegittimi dalla Corte di Cassazione”, commenta ancora lo staff dell’ex premier.

Che poi fa sapere che Renzi “ha provveduto a firmare una formale denuncia penale nei confronti dei magistrati Creazzo, Turco, Nastasi” che “l’atto firmato dal senatore sarà trasmesso alla Procura di Genova, competente sui colleghi fiorentini, per violazione dell’articolo 68 Costituzione, della legge 140/2003 e dell’articolo 323 del codice penale”, e che “ha chiesto di essere ascoltato dai pm genovesi riservandosi di produrre materiale atto a corroborare la denuncia penale contro Creazzo, Turco, Nastasi”.

L’inchiesta su Open, fondazione creata anche per finanziare le convention annuali della Leopolda ideate da Renzi fin dal 2010, venne alla luce nel settembre del 2019, quando la procura fiorentina delegò alla guardia di finanza decine di perquisizioni ai finanziatori della stessa Open in 11 città. All’avvocato Bianchi, che ne era il presidente, era stata sequestrata la lista dei finanziatori, molti dei quali poi risultati estranei all’inchiesta.

Oltre alle spese per le convention della Leopolda, Open – considerata ‘la cassaforte del renzismo’ – raccolse finanziamenti per due campagne per le primarie del Pd (2012 e 2013), la seconda delle quali portò all’elezione a segretario di Matteo Renzi, ed anche per la campagna elettorale per il referendum costituzionale del 2016.

In particolare, agli indagati Bianchi, Carrai, Lotti e Boschi, in quanto membri del consiglio direttivo di Open, e anche a Renzi, è contestato il reato di finanziamento illecito continuato “perché in concorso tra loro, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso”, scrivono i pm, utilizzavano la fondazione come “articolazione politico-organizzativa del Partito democratico (corrente renziana)”, ricevendo “in violazione della normativa contributi di denaro che i finanziatori consegnavano alla fondazione Open”, per un totale di circa 3,5 milioni di euro tra il 2014 e il 2018.

Nell’avviso di conclusione delle indagini, i pm sostengono che Renzi avrebbe agito come direttore ‘di fatto’ della stessa fondazione. Per quanto riguarda il filone dell’inchiesta relativo all’ipotesi di reato di corruzione, secondo la procura di Firenze Luca Lotti si sarebbe adoperato affinché in Parlamento venissero approvate disposizioni normative favorevoli al concessionario autostradale Toto Costruzioni spa.

Per i pm Lotti, all’epoca dei fatti sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e segretario del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), avrebbe ottenuto in cambio finanziamenti per la fondazione. “Finalmente inizia il processo nelle aule e non solo sui media”, chiosa Renzi.

“E i cittadini – aggiunge – potranno adesso rendersi conto di quanto sia fragile la contestazione dell’accusa e di quanto siano scandalosi i metodi utilizzati dalla procura di Firenze”. 


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