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Cronaca Giudiziaria

Camorra, il pentito dopo 11 anni fa ritrovare i corpi del boss Russo ‘o doberman, del figlio e dell’autista

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Dopo 11 anni sono stati ritrovati i corpi del boss Francesco Russo ’o doberman, 50 anni, all’epoca capo zona a Chiaiano,  il figlio Ciro di 30 e , 47enne, avvenuto il 15 marzo del 2009 a Mugnano.

 

Il mandante dell’omicidio sarebbe il boss pentito Antonio Lo Russo che secondo il pentito Biagio Esposito, aveva chiesto la “cortesia” al gruppo del suo compare di matrimonio Cesare Pagano, di eliminare  o’ dobermann che stava diventando troppo autonomo.  Ha raccontato il pentito”: In particolare fu Cesare Pagano che un paio di ore prima, in presenza di Oreste Sparano, Mirko Romano e Carmine Amato, a dirci che doveva fare un favore ai Lo Russo, e in particolare ad Antonio, figlio di Salvatore. Non aggiunse altro”.

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Le denunce di scomparsa risalgono a due giorni dopo e i familiari le presentarono alla stazione dei carabinieri di Marianella. Da quel giorno nessuno ha avuto più notizie dei quattro, le cui autovetture furono trovate parcheggiate a Secondigliano. Dalle poche informazioni che gli investigatori riuscirono a sapere da fonti confidenziali emerse che erano andati a un appuntamento con persone, almeno una, delle quali si fidavano. Al punto da lasciare le macchine proprie e salire su altre.

La vicenda partì da un punto fermo: l’ultimo segnale dei due Russo, Graziano e Moscatelli. In particolare da mesi gli inquirenti studiavano le mosse di “o’ dobermann” e non fu difficile ricostruire gli ultimi spostamenti del pregiudicato, considerato un esponente di rilievo dei “Capitoni”. L’ultimo contatto conduceva a Mugnano e lì le quattro vittime di lupara bianca furono viste l’ultima volta. S’indagò sulle “celle” dei telefonini e i primi riscontri non lasciarono molti segnali di speranza: da Mugnano, l’auto a bordo della quale viaggiava Francesco Russo si spostò verso una zona del litorale Domitio, area degradata e poco abitata, luogo ideale per consumare delitti senza lasciare tracce.

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Strage del bus ad Avellino: l’avvocato scopre il nome del meccanico che serro’ i perni

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La sua identita’ era rimasta avvolta nel buio ma ora, grazie a una complessa indagine difensiva, potrebbe fornire informazioni utili sulla tragedia del bus precipitato la sera del 28 luglio 2013 dal viadotto Acqualonga, sull’autostrada A16, nei pressi di Monteforte Irpino (Avellino), il grave incidente stradale nel quale persero la vita 43 persone.

L’avvocato Sergio Pisani, che difende Gennaro Lametta, il proprietario del bus, ha rintracciato attraverso una sua attivita’ investigativa colui che materialmente, secondo quanto risulta in una registrazione ambientale annessa agli atti, controllo’ i bulloni della trasmissione del bus pochi giorni prima della tragedia. L’avvocato Pisani ha consegnato il dossier alla Corte di Appello di Napoli davanti alla quale e’ in corso il processo di secondo grado sulla cosiddetta strage del viadotto Acqualonga. E’ quindi probabile che i giudici di secondo grado possano convocare il meccanico, di cui finora si conosceva solo il nome di battesimo, per acquisire cosi’ la sua testimonianza e ulteriori informazioni sulla vicenda

. Secondo quanto e’ emerso dall’incidente probatorio sul mezzo, i serbatoi dell’olio dei freni furono danneggiati e resi inservibili a causa del distacco della trasmissione determinata dall’errato serraggio dei perni. Per l’avvocato di Gennaro Lametta, condannato in primo grado a 12 anni di reclusione, la responsabilita’ del grave incidente stradale appartiene alla Societa’ Autostrade, che non esegui’ la dovuta manutenzione sulle barriere laterali del viadotto, e a chi si occupo’ della serraggio dei perni della trasmissione.

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Cronaca Giudiziaria

Napoli, non era il capo del clan Mazzarella: pena ridotta in Appello per il ras Salvatore Fido o’ chiò.

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salvatore fido

Non era il capo del clan Mazzarella: pena ridotta in Appello per il ras Salvatore Fido o’ chiò.

Si accorciano le distanze dalla scarcerazione per Fido Salvatore, appartenente al Clan Mazzarella.
Il giovane, soprannominato ‘O Chio’, in abbreviato aveva incassato 14 anni di reclusione come capo ed organizzatore del gruppo di San Giovanni a Teduccio, per essere stato il regista delle ‘stese’ effettuate ‘dietro la 46’ nell’ambito dello scontro con la famiglia Rinaldi, oltre che il mandante di diversi attacchi bombaroli in giro per il centro di Napoli.
La Corte d’Appello di Napoli ha accolto le argomentazioni difensive degli avvocati Domenico Dello Iacono e Giuseppe Milazzo, stabilendo che Fido non fosse ai vertici del Clan perché detenuto ininterrottamente tra dicembre 2011 e agosto 2017. E non vi è neanche prova che abbia impartito ordini e direttive una volta fuori dal carcere, essendosi reso latitante fino all’arresto avvenuto a Giugliano il 31 ottobre 2018. Dove la Squadra Mobile partenopea fece irruzione, trovandolo da solo in casa con una pistola.

Il trentaduenne dunque è stato condannato soltanto come partecipe all’associazione camorristica ed inoltre gli è stata riconosciuta la continuazione con le precedenti due sentenze già espiate. Dalla pena finale di anni 19 e mesi 9 di reclusione dovranno essere sottratti i 13 già sofferti in carcere. Adesso, con lo sconto di 6 anni ottenuto dalla Corte d’Appello ne resteranno altri 6 circa di pena.
Rideterminata la pena anche per Maurizio Donadeo (difeso dall’avv. Leopoldo Perone) da anni 10 in anni 8, per aver preso parte al Clan, con assoluzione dall’associazione dedita al narcotraffico.

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