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Cronaca Giudiziaria

Fondi Lega, la Cassazione conferma ‘non luogo a procedere’ per Bossi e figlio: manca la querela. Belsito condannato

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La ha confermato la sentenza di non luogo a procedere per l’ex leader della , , e per suo figlio Renzo nell’ambito del filone milanese del procedimento sui del Carroccio. Per l’ex segretario della e suo figlio non ci sara’ dunque alcun nuovo processo, dopo che la Suprema Corte ha respinto il ricorso della Procura di Milano, che chiedeva di estendere anche ai due Bossi la querela presentata dal leader della nei confronti del solo ex tesoriere Belsito, accusato di appropriazione indebita in merito alla vicenda della truffa elettorale. I giudici della terza sezione penale della Cassazione, infatti, hanno ritenuto “inammissibile” il ricorso presentato dalla Procura generale di Milano che aveva contestato l’assoluzione per Umberto Bossi e il figlio Renzo, nei confronti dei quali il segretario del Carroccio aveva deciso di non sporgere querela. Per l’ex segretario della e suo figlio non ci sarà dunque alcun nuovo processo per aver fatto fronte a spese personali con i soldi dei rimborsi elettorali del Carroccio. In primo grado invece Bossi era stato condannato a 2 anni e 3 mesi e il Trota a un anno e 6 mesi. Due anni e 6 mesi, invece, la pena inflitta in primo grado all’ex Tesoriere del Carroccio, Francesco Belsito. Da quanto era emerso dalle indagini della procura di Milano, poi confluite nel processo conosciuto come ‘The Family’, tra il 2009 e il 2011 l’ex tesoriere della si sarebbe appropriato di circa mezzo milione di euro, mentre l’ex leader del Carroccio avrebbe speso con i fondi del partito oltre 208mila euro. A Renzo sono stati addebitati, invece, più di 145mila euro, tra cui migliaia di euro in multe, 3000 euro di assicurazione auto, 48mila euro per comprare un’Audi A6 e 77mila euro per la “laurea albanese” conseguita all’università Kristal di Tirana.

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Avellino e Provincia

Clan Graziano, chiesto oltre mezzo secolo di pena per 5 imputati

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Clan Graziano, chiesto oltre mezzo secolo di pena per 5 imputati

Avellino. Oltre mezzo secolo la pena chiesta per i cinque imputati legati al clan Graziano di Quindici. I pm antimafia, Simona Rossi e Luigi Landolfi, hanno richiesto 14 anni per Fiore Graziano e Antonio Mazzocchi, 12 anni per Salvatore Graziano, 10 anni di reclusione per Domenico Desiderio e 9 per Ludovico Domenico Rega. L’operazione nell’agosto del 2019, quando i carabinieri del nucleo investigativo di Avellino, guidati dal capitano Quintino Russo, arrestarono i 5 imputati accusati di una serie di estorsioni e attentati intimidatori, porto e detenzione di arma, associazione a delinquere.

Tutti reati aggravati dal metodo mafioso. Nell’ordinanza c’era ampio spazio dedicato alla scarcerazione di Salvatore Cava, figlio del boss morto Biagio, finito subito nel mirino dei Graziano insieme alla madre Rosalba Fusco. Con un fucile di precisione, i killer dei Graziano si allenavano utilizzando un manichino. Lo ritrovarono nelle infinite campagne di Quindici, i carabinieri Cacciatori Puglia del Gargano ai quali avevano chiesto aiuto i colleghi di Avellino. Bianco, dalle sembianze femminili, residuo di una boutique visto che presentava anche un cinturino sul punto vita. Il fantoccio risultava stato colpito all’altezza del cuore, da due proiettili sparati con un fucile di precisione. Secondo la procura, il manichino sarebbe la conferma che gli esponenti del clan Graziano si addestravano al tiro di precisione.

 

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Benevento e Provincia

Traffico di droga in tutta la Campania: torna in libertà il presunto narcos Giovanni Testa

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napoli corte di apello

La V Sezione della Corte di Appello di Napoli, accogliendo l’istanza dell’Avv. Vittorio Fucci, ha rimesso in libertà Giovanni Testa, di Montesarchio, di 50 anni, revocandogli la misura cautelare dell’obbligo di dimora.

Come si ricorderà, il Testa fu tratto in arresto nel novembre del 2018, su ordinanza di custodia cautelare del GIP del Tribunale di Napoli Nord, successivamente sottoposto prima alla misura degli arresti domiciliari e poi a quella dell’obbligo di dimora in Montesarchio,  perché ritenuto presuntivamente responsabile dello spaccio aggravato di diversi chili di sostanze stupefacente, in concorso con diverse altre persone, in relazione ad un traffico, di decine di chili di sostanza stupefacente, che riguardava tutte le provincie della Campania e rispetto al quale il Testa avrebbe avuto un ruolo di spicco.

Le indagini erano supportate da intercettazioni ambientali e telefoniche, da appostamenti della polizia giudiziaria e dalle sommarie informazioni di diversi testimoni. La Corte d’Appello ha ritenuto, però, di rimettere completamente in libertà il sannita Giovanni Testa.

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