I difensori di El Chapo: ‘Il vero boss mondiale della droga è un altro e paga i presidenti del Messico’

Al processo contro Joaquin ‘El Chapo’ Guzman Loera, il signore della droga piu’ ricco e potente al mondo, gli avvocati della difesa hanno sostenuto che il loro assistito e’ “il leader di niente, un capro espiatorio” e non il temuto boss del cartello messicano di Sinaloa, come sostengono i magistrati; e hanno aggiunto che il vero boss e’ un altro e ha pagato persino gli ultimi due presidenti del Messico, Enrique Pena Nieto e Felipe Calderon. Davanti alla giuria della corte distrettuale a New York, l’assistente del procuratore, Adam Fels, ha descritto Guzman come un uomo in grado di stringere accordi per la vendita di cocaina da 10 milioni di dollari. Secondo l’accusa, El Capo aveva in Messico un esercito di centinaia di uomini con fucili d’assalto con cui faceva piazza pulita dei rivali; lui stesso aveva una pistola incastonata di diamanti con le sue iniziali e un AK-47 placcato in oro. “Guzman premeva il grilletto e poi ordinava l’eliminazione dei cadaveri”, ha incalzato Fels. Diversa la versione dell’avvocato della difesa, Jeffrey Lichtman. Guzman -ha ricordato- ha trascorso diverso tempo nelle carceri messicane, ma il flusso di droga verso gli Stati Uniti non e’ mai rallentato. “La verita’ e’ che non e’ il leader di niente”, ha sostenuto Lichtman, il quale ha puntato il dito contro Ismael ‘El Mayo’ Zambada, attuale numero uno del Sinaloa, che ha “corrotto con centinaia di milioni di dollari in mazzette” l’attuale presidente del Messico e quello precedente. Accuse subito smentite dal portavoce del capo di Stato Enrique Pena Nieto e dal suo predecessore, Felipe Calderon. Contro El Chapo, la procura americana ha messo insieme 17 capi d’imputazione e 300 mila pagine di documentazione, con migliaia di registrazioni e testimonianze. E’ accusato di omicidio, cospirazione, traffico di droga e riciclaggio di denaro sporco; e’ diventato famoso per i tunnel della droga sotto il confine tra Messico e Stati Uniti, cosa che gli e’ tornata utile quando si e’ trattato di scappare, nel gennaio 2016, dal carcere di Los Mochis, prima di essere estradato a New York nel 2017. Da allora e’ rimasto rinchiuso nel Metropolitan Correctional Center, a Manhattan, una delle prigioni piu’ sicure di tutto il Paese. Il rischio di fuga e’ preso molto seriamente dalle autorita’ americane: blindato il tribunale dove si e’ tenuta l’udienza, mentre il ponte di Brooklyn e’ stato chiuso ogni volta che il corteo della polizia, accompagnato da un’ambulanza e da una squadra di teste di cuoio, e’ passato andando e tornando dal tribunale.

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