Home Blog Pagina 67

Napoli, notte di follia a Piazza Dante: auto lasciata in sosta selvaggia blocca tutti i bus

Nel cuore di Napoli, ieri sera intorno alle 23, la circolazione dei mezzi pubblici in Piazza Dante è stata messa in stand‑by per oltre 30 minuti a causa di un’auto parcheggiata in modo del tutto irregolare, che impediva fisicamente il transito dei bus. L

a denuncia è arrivata al deputato di Alleanza Verdi‑Sinistra, Francesco Emilio Borrelli, da parte di una madre preoccupata per la figlia in attesa del mezzo: “Mia figlia stava cercando di rientrare a casa e attendeva il bus, rimasto bloccato insieme a diversi altri per colpa di questo cialtrone. È surreale che una sola persona possa fermare un intero servizio pubblico.”

Solo l’intervento della Polizia Municipale e l’arrivo del carro attrezzi, che ha rimosso forzatamente il veicolo del trasgressore, hanno consentito di ripristinare la viabilità e permettere ai passeggeri di proseguire il viaggio. “Siamo di fronte a un atto di vero e proprio banditismo stradale,” ha commentato Borrelli.

“Non è solo un divieto di sosta, è il sequestro di un servizio essenziale e del tempo di decine di cittadini. Questi individui non hanno alcun rispetto per la collettività. Servono sanzioni durissime e il ritiro immediato della patente per chi dimostra una tale mancanza di senso civico. Ringrazio la Polizia Municipale per essere intervenuta prontamente a rimuovere l’auto di questo incivile.”

Casagiove: 41enne arrestato per detenzione di droga e denaro contante

Casagiove – Nel corso di un controllo presso l’abitazione dell’uomo, i militari hanno rinvenuto e sequestrato 3,75 grammi di cocaina e 3,08 grammi di crack, nonché strumenti idonei alla pesatura, al taglio e al confezionamento della sostanza stupefacente.

Durante la perquisizione sono state inoltre trovate banconote per un totale di 2.190 euro, ritenute provento dell’attività di spaccio. L’uomo è stato dichiarato in arresto e, come disposto dall’Autorità Giudiziaria, sarà giudicato con rito direttissimo.

L’operazione rientra nell’intensificazione dei controlli sul territorio da parte dell’Arma, finalizzati al contrasto dello spaccio di sostanze stupefacenti

Lerochem amplia il portafoglio prodotti e rafforza la presenza nel mercato europeo dei prodotti chimici

1

Klaipeda – Lerochem, affermato fornitore di prodotti chimici specializzati, annuncia l’ampliamento del proprio portafoglio prodotti e la prosecuzione della sua espansione nel mercato europeo. L’azienda è stata recentemente premiata come A-Class Leader nel proprio settore e ha inoltre ricevuto il prestigioso European Business Masters Award, un riconoscimento per la qualità, la capacità di innovazione e il costante orientamento al cliente.

Con un chiaro focus sul mercato dell’UE, Lerochem si posiziona grazie a una combinazione distintiva di ampia gamma di prodotti e flessibilità negli ordini. I clienti hanno la possibilità di acquistare sostanze secondo la classificazione così come sostanze secondo l’utilizzo, sia in grandi volumi sia in quantità più ridotte per prove, test o produzioni pilota. Questo approccio è particolarmente interessante per le aziende che desiderano valutare nuove formulazioni senza rinunciare a una qualità costante e alla sicurezza delle forniture.

Per supportare in modo mirato i reparti di sviluppo e i produttori di medie dimensioni, Lerochem offre una rapida elaborazione delle offerte, tempi di consegna trasparenti e quantità campione e da laboratorio. L’assortimento comprende additivi ad alte prestazioni, intermedi e materie prime specializzate destinati a diversi ambiti applicativi: per la produzione di cosmetici, il trattamento delle acque, applicazioni per materie plastiche e rivestimenti, nonché la lavorazione dei metalli. Anche il sale rientra tra i gruppi di prodotti regolarmente richiesti.

La sede aziendale a Klaipėda consente, grazie alla vicinanza diretta al porto e a una rete logistica che copre l’intera UE, una fornitura efficiente ed economicamente vantaggiosa ai clienti internazionali. Tutti i prodotti sono conformi alle normative vigenti REACH e CLP. Su richiesta, i clienti ricevono documentazione specifica per lotto, schede di sicurezza e consulenza tecnica.

«Questi riconoscimenti confermano la nostra ambizione a lungo termine di fornire alle aziende europee soluzioni chimiche affidabili e innovative», dichiara la direzione di Lerochem. «Il nostro obiettivo è supportare in modo flessibile sia i processi di sviluppo sia le produzioni in serie, indipendentemente dal volume dell’ordine.»

Con i recenti riconoscimenti, Lerochem rafforza ulteriormente la propria posizione di mercato e prevede di espandere in modo mirato le proprie attività in Europa. L’attenzione resta chiaramente focalizzata su una crescita sostenibile, su una solida competenza tecnica e sul successo a lungo termine dei clienti.

Informazioni su Lerochem

Lerochem è un fornitore europeo di prodotti chimici affidabile e offre un ampio portafoglio di sostanze classificate per tipologia e per utilizzo. L’azienda è nota per la sua selezione specializzata di prodotti, per i modelli di fornitura flessibili e per un approccio commerciale orientato alla consulenza. Premiato come A-Class Leader e insignito dell’European Business Masters Award, Lerochem supporta le aziende nello sviluppo, nella scalabilità e nell’ottimizzazione dei loro processi produttivi.

Un approccio commerciale orientato alla consulenza mette in collegamento specialisti tecnici e team acquisti per proporre alternative adeguate, ottimizzare le formulazioni e ridurre i costi complessivi di utilizzo. Per i clienti esistenti, Lerochem mantiene scorte di sicurezza per consentire consegne “just in time” e garantire la continuità dell’approvvigionamento anche in fasi di mercato caratterizzate da elevata volatilità.

Informazioni di contatto

UAB Lerochemas
info@lerochem.eu
https://lerochem.eu/it/

Le partite che hanno fatto la storia del Napoli

Il Napoli è una delle squadre più affascinanti e amate del calcio italiano. Fondata nel 1926, ha vissuto una storia fatta di sofferenze, rinascite e momenti indimenticabili che hanno segnato per sempre la memoria dei tifosi. In questo articolo ripercorriamo alcune delle Napoli partite storiche che hanno scritto pagine indelebili nel libro della società, con un focus su grandi vittorie Napoli che hanno segnato epoche diverse del club.

Il primo scudetto (1986‑87): l’impresa che cambiò la storia

Tra le Napoli partite storiche più celebri della storia del club c’è senza dubbio la stagione 1986‑87, quella del primo scudetto nella storia del Napoli. Dopo anni di lotte nel massimo campionato italiano, la squadra guidata da Diego Armando Maradona centrò uno storico successo, diventando la prima squadra del Sud Italia a vincere il titolo nazionale.

In un’annata caratterizzata da grande continuità di risultati, il Napoli ottenne 42 punti (all’epoca si assegnavano 2 punti per vittoria) e mantenne una posizione di vertice per tutta la stagione. La festa dei tifosi esplose quando, con una giornata d’anticipo, il Napoli conquistò matematicamente lo scudetto tra gli applausi del pubblico del San Paolo.

Quell’anno gli azzurri non solo vinsero lo scudetto, ma conquistarono anche la Coppa Italia, realizzando un memorabile double, impresa rara e storica per una squadra italiana in quegli anni, suggellata da un 4‑0 complessivo nella finale contro l’Atalanta.

La Coppa UEFA 1989: Napoli conquista l’Europa

Una delle grandi vittorie Napoli è certamente la conquista della Coppa UEFA nella stagione 1988‑89, il primo grande titolo internazionale della società. In una competizione molto competitiva, il Napoli superò numerosi avversari prima di arrivare alla doppia finale contro il VfB Stuttgart.

La finale fu giocata su due partite: il Napoli vinse 2‑1 al San Paolo davanti a oltre 80.000 tifosi, mentre al ritorno riuscì a ottenere un 3‑3 al Neckarstadion di Stoccarda, sufficiente per un aggregate di 5‑4 che consegnò la coppa all’Italia.

Quella vittoria non rappresentò solo un successo sportivo, ma un simbolo dell’affermazione europea della squadra partenopea: gli azzurri divennero la prima italiana a vincere la UEFA Cup dopo Juventus nel 1977 e aprirono un’era di prestigio per le squadre italiane in competizioni internazionali.

La Coppa Italia 2014: una finale dominata

Un’altra grande vittoria Napoli degna di entrare tra le Napoli partite storiche è la finale di Coppa Italia del 3 maggio 2014, giocata allo Stadio Olimpico di Roma. In quell’occasione il Napoli affrontò la Fiorentina e si impose con un netto 3‑1, grazie a una prestazione convincente e alla doppietta di Lorenzo Insigne nei primi minuti.

Nonostante l’espulsione di Gökhan Inler nella ripresa, gli azzurri gestirono il vantaggio fino al triplice fischio, con un gol nel finale anche di Dries Mertens, suggellando una delle vittorie più importanti in Coppa Italia degli ultimi anni.

Questa affermazione non solo aggiunse un titolo nazionale al palmarès, ma consolidò il rendimento competitivo del Napoli in finale, confermando la capacità della squadra di imporsi nei momenti chiave delle competizioni italiane.

Napoli partite storiche

Grandi vittorie Napoli

Le partite che hanno fatto la storia del Napoli | Grandi vittorie Napoli

Scopri le Napoli partite storiche che hanno segnato la storia del club azzurro: dallo scudetto del 1987 alla Coppa UEFA del 1989 e alla Coppa Italia 2014, le grandi vittorie Napoli che hanno emozionato i tifosi.

Castellammare, sorpreso sul tetto del circolo nautico con tre chili di rame: arrestato 43enne

Una sagoma sul tetto nel silenzio dell’alba ha fatto scattare i controlli dei carabinieri a Castellammare di Stabia. Quella presenza insolita sul lastrico solare del circolo nautico, inizialmente difficile da interpretare, si è rivelata in realtà un tentativo di furto.

Era ancora presto quando una gazzella dei carabinieri stava pattugliando la zona della villa comunale. L’area era praticamente deserta e lo sguardo dei militari è stato attirato da un uomo che si muoveva sul tetto della struttura. A quel punto i carabinieri si sono fermati e sono scesi dall’auto per capire cosa stesse accadendo. Per qualche istante l’episodio è apparso ambiguo: poteva trattarsi di un gesto disperato o di una protesta.

Raggiunto il lastrico solare, però, la situazione è apparsa subito più chiara. Sul posto i militari hanno trovato Salvatore Raimo, 43 anni, residente della zona e già noto alle forze dell’ordine. L’uomo era in possesso di alcuni tubi di rame appena rimossi dagli impianti di condizionamento installati sul tetto del circolo nautico.

Il materiale recuperato, circa tre chili di rame, era stato appena staccato dalle strutture quando i carabinieri sono intervenuti. Per il 43enne sono scattate le manette con l’accusa di furto. Dopo l’arresto è stato posto a disposizione dell’autorità giudiziaria ed è ora in attesa di giudizio.

Sorrento, ruba un monopattino elettrico: arrestato 31enne

Un furto consumato in pochi istanti e una fuga durata ancora meno. A Sorrento un uomo di 31 anni è stato arrestato dai carabinieri con l’accusa di aver rubato un monopattino elettrico appena parcheggiato dalla proprietaria.

In manette è finito Mohammed Abedelbaki, cittadino algerino già noto alle forze dell’ordine. L’episodio si è verificato in tarda mattinata, quando erano da poco passate le dieci. Una donna aveva parcheggiato il proprio monopattino elettrico per allontanarsi pochi minuti. A poca distanza l’uomo avrebbe osservato la scena aspettando il momento giusto.

Quando la proprietaria si è allontanata, il trentunenne si è avvicinato al mezzo e vi è salito sopra, tentando di allontanarsi rapidamente. La fuga però è durata pochissimo. Sul posto sono intervenuti gli agenti della polizia municipale insieme ai carabinieri della stazione di Sorrento, che lo hanno intercettato e fermato dopo pochi minuti. Per l’uomo sono scattate le manette con l’accusa di furto. Dopo l’arresto è stato posto a disposizione dell’autorità giudiziaria ed è ora in attesa di giudizio.

Licenziata dopo perdita dell’appalto: il Tribunale di Napoli ordina reintegra di operatrice socio-sanitaria

Una sentenza del Tribunale di Napoli rafforza la tutela dei lavoratori impiegati negli appalti sanitari privati. Il Giudice del Lavoro ha dichiarato illegittimo il licenziamento di un’operatrice socio-sanitaria con oltre vent’anni di servizio, ordinando la sua immediata reintegra nel posto di lavoro presso il Centro di Fisiocinesiterapia Serapide.

La vicenda riguarda Nadia Deynat, assunta nel 2000 come operatrice socio-sanitaria e licenziata nell’ottobre del 2024 dopo che l’azienda aveva perso l’appalto per la gestione della RSA Toiano di Pozzuoli, struttura legata alla ASL Napoli 2 Nord. Nonostante la lavoratrice fosse stata successivamente riassunta dalla cooperativa subentrante Innotec grazie alla clausola sociale prevista dal contratto collettivo, la dipendente ha deciso di impugnare il licenziamento originario.

Il ricorso, sostenuto dalla FP CGIL Area Metropolitana di Napoli e patrocinato dall’avvocato Raffaele Ferrara dell’ufficio legale CGIL Napoli, è stato accolto integralmente dal Tribunale. Con la sentenza numero 10776/2025 R.G., pubblicata il 12 marzo 2026, il giudice del lavoro Martina Brizzi ha ribadito un principio giuridico ormai consolidato: la cessazione di un appalto non costituisce automaticamente un giustificato motivo oggettivo di licenziamento.

Secondo il Tribunale, il datore di lavoro ha infatti l’obbligo di dimostrare di aver tentato ogni possibile soluzione per ricollocare il dipendente all’interno della propria organizzazione aziendale prima di procedere al licenziamento. Nel caso esaminato, il Centro Serapide non è riuscito a fornire prove concrete dell’impossibilità di impiegare la lavoratrice in altre strutture o appalti ancora attivi gestiti dalla società, né in mansioni equivalenti né, eventualmente, in mansioni inferiori.

Per questo motivo il licenziamento è stato ritenuto privo di una reale giustificazione oggettiva. Il giudice ha quindi disposto la reintegra immediata della lavoratrice nel suo posto di lavoro presso il Centro Serapide, oltre al pagamento di un’indennità risarcitoria calcolata sull’ultima retribuzione globale di fatto, fino a un massimo di dodici mensilità, e al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali maturati dal momento del licenziamento fino alla reintegra effettiva.

Soddisfazione è stata espressa dalla FP CGIL. «Questa è la terza sentenza favorevole all’interno della stessa procedura di licenziamento collettivo e conferma un principio cardine: la tutela del lavoratore non si esaurisce con il subentro della nuova impresa grazie alla clausola sociale», ha dichiarato Marco D’Acunto, segretario regionale FP CGIL con delega alla sanità privata. «L’azienda uscente mantiene l’obbligo di verificare tutte le soluzioni interne possibili prima di procedere all’espulsione definitiva del dipendente, indipendentemente dalle garanzie offerte dalla subentrante».

D’Acunto ha anche ringraziato la lavoratrice per la determinazione dimostrata nel portare avanti la causa. «Ringraziamo Nadia Deynat per la tenacia dimostrata in questi mesi e per aver creduto nelle ragioni portate avanti dal sindacato fin dall’inizio».

La decisione del Tribunale si inserisce in un orientamento giurisprudenziale sempre più netto che negli ultimi anni ha rafforzato l’onere probatorio a carico dei datori di lavoro nei casi di licenziamento legati alla perdita di appalti, soprattutto nel delicato settore sociosanitario privato.

Napoli, Manna guarda avanti: «Con Conte stiamo già costruendo il futuro. McTominay resta»

Il Napoli guarda avanti e lo fa con una parola chiave ben precisa: programmazione. A confermarlo è il direttore sportivo Giovanni Manna, che in un’intervista rilasciata a Sportmediaset ha fatto il punto sul presente e soprattutto sul futuro del club azzurro, a partire dal rapporto con Antonio Conte.

«Se stiamo già progettando la prossima stagione con Conte? È normale, si pianifica sempre, ci si conosce da due anni, il lavoro che è stato fatto è incredibile e positivo», ha spiegato il dirigente, sottolineando come la sintonia con l’allenatore sia ormai consolidata. «In altre circostanze non saremmo terzi in classifica e non avremmo vinto una Supercoppa, staremmo parlando di altro, quindi con tranquillità e serenità guardiamo al futuro».

Tra i temi inevitabili anche quello legato a Scott McTominay, diventato una pedina importante della squadra. Manna non lascia spazio a dubbi sul rapporto tra il club e il centrocampista scozzese. «Scott è un calciatore importante, è contento di stare a Napoli, penso che lo dimostri quando gioca e quando vive la città. Ha ancora due anni di contratto, abbiamo un rapporto estremamente chiaro e franco con lui», ha detto. Poi la precisazione sulle voci di mercato: «Stiamo parlando, non è un argomento attuale. Sappiamo l’importanza di Scott, a oggi non abbiamo ricevuto offerte anche perché il calciatore non ha mai manifestato la volontà di cambiare aria».

Il direttore sportivo si è soffermato anche sull’impatto di Alisson Santos, uno dei volti nuovi della stagione. «È stato positivo perché è un ragazzo di grande umiltà, energia e disponibilità al lavoro. Per quanto riguarda il riscatto c’è un diritto che è già definito quindi non c’è bisogno di fare nulla».

Infine, uno sguardo al bilancio complessivo della stagione. Per Manna il raggiungimento della qualificazione in Champions League, unito alla vittoria della Supercoppa, rappresenterebbe un risultato pienamente soddisfacente. «Sarebbe una stagione estremamente positiva. Dobbiamo ricordare che in due anni abbiamo vinto uno scudetto inaspettato e poi la Supercoppa in modo netto e meritato».

Il dirigente ha ribadito che l’obiettivo principale del Napoli resta la presenza stabile nelle posizioni valide per la Champions League, anche se il lavoro quotidiano può spingere la squadra a puntare ancora più in alto. «Il nostro obiettivo è sempre stato quello di centrare le posizioni di Champions League, poi è chiaro durante il campionato la crescita della rosa e il lavoro ti possono portare anche ad ambire a qualcosa di più».

Un percorso che quest’anno, secondo Manna, è stato rallentato soprattutto dagli infortuni. «Quest’anno non è stato possibile perché c’è stato un susseguirsi di infortuni lunghi che ci hanno condizionato l’andamento», ha spiegato, ricordando però la continuità mostrata dalla squadra durante la stagione. «Non dobbiamo dimenticare comunque che il Napoli è sempre stato primo o secondo quando aveva tutti, poi terzo. C’è stata una costanza da parte della squadra».

Maxi rissa tra famiglie rom ad Avellino, uomo in fin di vita dopo un colpo alla testa

Una violenta rissa tra due famiglie di etnia rom ha sconvolto la tarda serata di ieri ad Avellino, lasciando a terra un uomo in condizioni gravissime. Il bilancio dello scontro è pesante: un quarantanovenne è ricoverato in fin di vita all’ospedale Moscati dopo essere stato colpito alla testa durante il violento confronto.

La lite è scoppiata nei prefabbricati di Contrada Quattrograna, complesso abitativo realizzato dopo il terremoto e oggi occupato da diversi nuclei familiari. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, alla rissa avrebbero preso parte circa venti persone appartenenti alle due famiglie coinvolte. Nello scontro sono state coinvolte anche diverse donne.

Il quarantanovenne sarebbe stato colpito con una mazza da baseball alla testa durante il parapiglia. Le sue condizioni sono apparse subito molto gravi e l’uomo è stato trasportato d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale Moscati di Avellino, dove i medici hanno riscontrato un serio trauma cranico che ha reso necessario un intervento chirurgico immediato.

La tensione, però, non si è fermata sul luogo della rissa. Lo scontro tra i due gruppi sarebbe infatti proseguito anche all’interno dei locali del pronto soccorso, quando si è diffusa la notizia del peggioramento delle condizioni del ferito, creando momenti di forte agitazione e allarme. Le forze dell’ordine sono intervenute per riportare la calma e avviare le indagini. L’uomo ritenuto responsabile dell’aggressione con la mazza da baseball è stato individuato e sottoposto a fermo di polizia.

Grumo Nevano, picchia il padre anziano e la moglie: arrestato dopo una caccia all’uomo sui tetti

Grumo Nevano – Una serata di ordinaria follia in Corso Garibaldi si è conclusa con le manette per un 39enne del posto, accusato di aver brutalmente aggredito il padre ottantenne e la moglie di 35 anni.

L’uomo, la cui condotta violenta era già nota agli archivi delle forze dell’ordine a causa di precedenti denunce, ha tentato una fuga disperata prima di essere scovato in un nascondiglio insolito.

L’aggressione e la fuga sui tetti

L’allarme è scattato in seguito a una segnalazione anonima giunta al 112. Al loro arrivo nell’appartamento, i Carabinieri della stazione di Grumo Nevano si sono trovati di fronte a una scena di violenza domestica.

Il 39enne, intuendo l’imminente arresto al suono del citofono, non ha esitato a dileguarsi: guadagnata l’uscita, ha iniziato a correre lungo i tetti del rione popolare, cercando di far perdere le proprie tracce tra i palazzi della zona.

Il giallo dell’ascensore guasto

Mentre i rinforzi circondavano l’area, è iniziata una meticolosa perquisizione “piano per piano”. La svolta è arrivata da un dettaglio apparentemente banale: durante i controlli, i militari hanno notato che uno degli ascensori del complesso era bloccato.

L’assenza di cartelli di manutenzione o segnalazioni di guasto ha immediatamente insospettito gli uomini dell’Arma, che hanno deciso di ispezionare il vano tecnico.

La cattura nel vano tecnico

Nonostante i rischi legati ai sistemi idraulici e di trazione, i Carabinieri hanno aperto il varco scoprendo il fuggitivo rannicchiato in uno spazio angusto di soli 140×160 centimetri. Estratto dal nascondiglio e messo in sicurezza, il 39enne è stato trasferito in carcere. Per le vittime, padre e moglie, si è reso necessario il trasporto in ospedale per le cure del caso, mentre l’aggressore dovrà ora rispondere di maltrattamenti e lesioni.

Clan Gionta, preso dopo 8 mesi di fuga Pasquale Romito: era nascosto in un cunicolo sotto un rudere

Per gli investigatori, “’o turc” non era una semplice pedina, ma uno degli uomini chiamati a reggere il peso del clan tra armi, droga ed estorsioni dopo l’arresto di alcuni vertici storici.

Otto mesi di irreperibilità si sono chiusi all’alba con un blitz mirato dei carabinieri che ha portato all’arresto di Pasquale Romito, 37 anni, volto ritenuto centrale negli assetti del clan Gionta a Torre Annunziata.

L’uomo, ricercato dallo scorso 15 luglio, è stato scovato in un nascondiglio studiato per resistere nel tempo: un cunicolo ricavato all’interno di un rudere abbandonato, al quale si accedeva tramite una botola abilmente occultata nell’abitazione di un soggetto incensurato.

Proprio il proprietario o comunque l’utilizzatore dell’appartamento da cui partiva l’accesso al rifugio è stato deferito per favoreggiamento personale. Un dettaglio che, sul piano investigativo, rafforza l’idea di una rete di appoggi e coperture costruita attorno al latitante, capace di garantirgli protezione nel cuore del territorio controllato dal clan.

Il ruolo nel clan

Secondo l’impianto accusatorio, Romito, soprannominato “’o turc”, non avrebbe avuto un ruolo marginale o di semplice supporto. Gli investigatori gli attribuiscono invece una funzione di rilievo nella gestione operativa dell’organizzazione, soprattutto sul fronte del traffico di droga e della disponibilità delle armi, due capitoli decisivi per la tenuta militare ed economica del gruppo.

Il suo profilo criminale, stando alla ricostruzione investigativa, si sarebbe consolidato negli anni anche all’interno della filiera gerarchica del clan. In una prima fase avrebbe gestito la piazza di spaccio nell’area di Palazzo Fienga, per poi guadagnare spazio e peso specifico fino a diventare uno degli uomini più affidabili nei nuovi equilibri interni della cosca.

L’ascesa nei ranghi

A rafforzarne la posizione, secondo gli investigatori, avrebbe contribuito anche il legame familiare con uno dei rami storicamente vicini al sistema di comando del clan. Romito avrebbe infatti accresciuto il proprio potere anche grazie al matrimonio con la nipote di Gemma Donnarumma, inserendosi così in una rete di relazioni che, nelle organizzazioni camorristiche, spesso conta quanto il curriculum criminale.

Ma il salto di qualità non si sarebbe fermato ai rapporti parentali. Le indagini gli attribuiscono anche un ruolo nella gestione delle estorsioni, soprattutto dopo l’arresto di Giuseppe Carpentieri, altro nome di spessore negli assetti del gruppo. È in quel passaggio che Romito, per gli inquirenti, avrebbe smesso di essere un referente di settore per assumere un profilo più ampio, da uomo capace di presidiare insieme affari, controllo del territorio e apparato armato.

Il vuoto al vertice

La sua fuga era iniziata in una fase particolarmente delicata per il clan Gionta. Romito si era reso irreperibile quando erano finite in manette Gemma Donnarumma, moglie di Valentino Gionta, e Gaetano Amoruso, indicato dagli inquirenti tra i vertici della famiglia dei Valentini, in un’inchiesta che aveva colpito pesantemente i quadri del gruppo.

In questo scenario, secondo la prospettazione accusatoria, Romito sarebbe stato chiamato a colmare almeno in parte il vuoto lasciato dall’assenza dei capi storici. Non un semplice gregario, dunque, ma una figura con compiti di direzione e coordinamento nella gestione del clan durante una fase di transizione ad alto rischio, segnata dalla necessità di mantenere attivi i canali del narcotraffico e il controllo delle armi.

L’altro latitante

Con la cattura di Romito resta però ancora aperta una casella importante. All’appello manca infatti Carmine Mariano Savino, l’altro latitante sfuggito all’operazione della scorsa estate e tuttora irreperibile, nome che continua a pesare negli sviluppi dell’inchiesta sul clan oplontino.

La cattura di “’o turc” rappresenta comunque un colpo significativo per gli equilibri della cosca, perché priva il gruppo di uno degli uomini che, secondo gli investigatori, avevano assunto funzioni strategiche proprio nel momento di maggiore pressione giudiziaria. Adesso Romito è in carcere, mentre la caccia al secondo fuggitivo prosegue sullo sfondo di una partita ancora aperta dentro e fuori Torre Annunziata.

Usura a Marcianise: tassi fino al 120%, scatta l’obbligo di dimora per un indagato

I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Caserta hanno dato esecuzione, nella mattinata odierna, a un’ordinanza applicativa della misura cautelare dell’obbligo di dimora nei confronti di una persona gravemente indiziata di usura. L’indagine, sebbene ancora in una fase embrionale, ha portato alla luce una serie di condotte illecite perpetrate in diversi comuni della provincia casertana.

L’attività investigativa è stata innescata dalla coraggiosa denuncia presentata da una delle vittime. Da quel momento, i finanzieri della Compagnia di Marcianise, sotto la direzione della Procura sammaritana, hanno avviato una meticolosa ricostruzione dei fatti attraverso accertamenti bancari e la raccolta di sommarie informazioni testimoniali.

Interessi “monstre” e vittime multiple

Il quadro delineato dagli inquirenti ipotizza un sistema di prestiti a “strozzo” che si sarebbe protratto fino al 2024. Secondo quanto emerso dalle indagini, le somme di denaro venivano concesse a fronte di tassi di interesse esorbitanti, che arrivavano a toccare punte del 120% su base annua, superando di gran lunga i tassi soglia stabiliti dalla legge.

Le investigazioni hanno permesso di accertare che il sistema non colpiva soltanto il denunciante, ma coinvolgeva anche altre persone residenti nel Casertano, tutte finite nella morsa dei tassi usurari.

Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, accogliendo la richiesta della Procura e a seguito del prescritto interrogatorio preventivo, ha ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari, disponendo così la misura dell’obbligo di dimora

Tragedia in autostrada: 3 operai muoiono nello scontro tra furgone e auto

Un’altra tragedia della strada che colpisce il mondo del lavoro. Tre operai hanno perso la vita questa mattina in un drammatico incidente avvenuto intorno alle 7.30 sull’autostrada A1 Roma-Napoli, nel tratto compreso tra Ceprano e Pontecorvo, in direzione Sud, nel territorio di Arce, in provincia di Frosinone.

Le vittime viaggiavano a bordo di un furgone appartenente a un’impresa edile con sede nel Frusinate e diretto verso un cantiere dell’area del Cassinate. Il mezzo si è scontrato violentemente con un’autovettura guidata da un automobilista di Frosinone. L’impatto è stato devastante: tre lavoratori sono rimasti incastrati tra le lamiere del furgone e per estrarli è stato necessario l’intervento dei Vigili del Fuoco.

Operai diretti al lavoro, viaggio finito in tragedia

Per i tre operai non c’è stato nulla da fare. I sanitari del 118, giunti rapidamente sul posto, non hanno potuto far altro che constatarne il decesso.

Gravi invece le condizioni dell’automobilista coinvolto nello schianto: l’uomo è stato trasportato in codice rosso all’ospedale Santa Scolastica di Cassino, dove è attualmente ricoverato.

L’incidente ha avuto pesanti ripercussioni sulla circolazione autostradale. Nel tratto interessato si sono formati fino a cinque chilometri di coda. La situazione è andata progressivamente normalizzandosi nel corso della mattinata, ma il traffico continua a scorrere su una sola corsia.

Sul luogo dello schianto sono intervenuti gli operatori della società Autostrade, i sanitari del 118 e gli agenti della polizia stradale della sottosezione di Cassino, impegnati nei rilievi per ricostruire la dinamica dell’accaduto. Intanto si allunga ancora la scia di sangue sulle strade italiane, con l’ennesima tragedia che colpisce lavoratori diretti sul posto di lavoro.

E’ morto Bruno Contrada, il «superpoliziotto» tra misteri e condanne

Se ne è andato in silenzio, nella sua Palermo, a 94 anni. La morte di Bruno Contrada, ex dirigente della Polizia di Stato ed ex numero tre del Sisde, chiude un capitolo tra i più controversi e dolorosi della storia italiana.

La sua salma, però, porta con sé più di un semplice necrologio: porta il peso di un’epoca, di processi, di sentenze contrastanti e di un dubbio che non lo ha mai abbandonato, nemmeno da uomo libero.

Napoletano di nascita ma palermitano d’adozione, Contrada ha letteralmente attraversato la storia della lotta alla mafia. E come accade a chi vive sul crinale, è finito per esserne inghiottito.

Il ragazzo di Napoli e la Palermo degli Anni di Piombo

Il suo nome compare per la prima volta nei registri della polizia negli anni ’60, ma è nel decennio successivo che la sua carriera decolla. Palermo è una polveriera: omicidi, sequestri, il clima da “anni di piombo” siciliani. C

ontrada scala tutte le gerarchie, da funzionario a capo della Squadra Mobile, in un periodo in cui essere poliziotto significava spesso camminare sul filo del rasoio. Erano gli anni in cui, insieme a lui, nelle stanze della Mobile “dura e pura”, c’era anche Boris Giuliano, il futuro eroe ucciso al bar Lux nel 1979. Le vecchie foto in bianco e nero li ritraggono insieme, simboli di uno Stato che combatteva, ma che forse, già allora, nascondeva crepe profonde.

L’ascesa, i servizi e la prigione

Dalla guida della Mobile, Contrada passa alla Criminalpol, poi all’Alto commissariato, infine ai Servizi segreti. Diventa il numero tre del Sisde, il “superpoliziotto” che sa tutto, che conosce tutti. Eppure, mentre la sua stella brilla, attorno a lui si addensa un’ombra. I primi pentiti di mafia, come Gaspare Mutolo e Francesco Marino Mannoia, iniziano a tessere una tela opposta: dicono che Contrada, l’uomo che catturava i killer, era in realtà un uomo d’onore, un colluso. Lo descrivono in contatto con i boss Stefano Bontate e Saro Riccobono.

Nel 1993 arriva la bufera. Viene arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Per i giudici, i suoi comportamenti – dal presunto avvertimento all’imprenditore Oliviero Tognoli a chissà quali altri favori – avevano di fatto protetto Cosa Nostra. La condanna a 12 anni (poi ridotta a 10 in Appello) lo trasforma da cacciatore a preda.

Il paradosso giudiziario: colpevole per la legge, innocente per l’Europa?

Contrada sconta la pena tra carcere e domiciliari, uscendo nel 2012. Ma la sua vicenda giudiziaria è tutt’altro che conclusa. Nel 2015, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo gli dà ragione, stabilendo che il reato di concorso esterno, all’epoca dei fatti contestati (tra il ’74 e il ’92), non era sufficientemente definito.

La condanna viene dichiarata “improduttiva di effetti penali”. Un colpo di scena che sembra assolverlo, che gli permette di ripetere: “Sono pulito, ho scontato una pena ingiusta”. Lo Stato italiano, inizialmente, gli riconosce anche un risarcimento di 667 mila euro.

Ma il paradosso italiano non finisce qui. La Cassazione annulla il risarcimento con rinvio e la Corte d’Appello di Palermo, nel rivalutare il caso, stabilisce che se Contrada è stato condannato e sospettato, è stato per causa sua, per i suoi comportamenti “ambigui”. Il risarcimento gli viene negato. Colpevole per la Corte d’Appello, innocente per la Corte Europea. Un’ambiguità che è la sintesi perfetta della sua vita.

L’ultimo sospetto: il guanto di Piersanti Mattarella

Il tempo passa, ma la storia non lo lascia in pace. Fino a pochi mesi fa, il nome di Bruno Contrada è tornato a galla. Nell’autunno del 2024, durante l’inchiesta sul depistaggio dell’omicidio di Piersanti Mattarella (l’ex presidente della Regione ucciso nel 1980), l’ex prefetto Filippo Piritore, interrogato dai pm, rilascia una dichiarazione sorprendente. Parlando del famoso guanto del killer, mai ritrovato e al centro del depistaggio, Piritore racconta: “Ne parlai con Bruno Contrada”.

Un’eco lontana, l’ennesima chiamata in causa per un uomo ormai novantaquattrenne. Un’ombra che si allunga fino ai suoi ultimi giorni di vita, dimostrando come la sua figura sia ormai indissolubilmente legata ai misteri d’Italia.

Bruno Contrada si è spento così, da uomo libero ma con il marchio del dubbio stampato addosso. Per alcuni, un perseguitato, un capro espiatorio che ha pagato per conto di altri. Per altri, il simbolo di una zona grigia in cui lo Stato ha perso la sua anima. La sua morte non chiude i conti con la storia. Li consegna, per sempre, al giudizio di chi verrà dopo.

Arzano, pugni ai carabinieri al posto di blocco e droga in casa: 5 arresti, in manette intera famiglia

Una normale serata di controlli sul territorio si è trasformata in una notte di inaudita violenza ad Arzano. Il bilancio finale dell’operazione, condotta dai carabinieri della locale Tenenza e dai militari della Compagnia di Casoria impegnati in un servizio a largo raggio, è pesante: cinque persone arrestate e due militari finiti al pronto soccorso.

Il trucco dell’ovetto e la brutale aggressione

Tutto ha inizio intorno alle 20:00, quando una pattuglia allestisce un posto di controllo in via Napoli. I militari intimano l’alt a una Fiat Panda con a bordo una giovane coppia: lui 28enne residente a Melito, lei 23enne di Arzano.

I due consegnano i documenti, ma durante le fasi di identificazione il clima si fa teso. Il 28enne, credendo di non essere visto, tenta di disfarsi di un contenitore in plastica — il classico “ovetto” delle sorprese Kinder, spesso usato per occultare stupefacenti — gettandolo dall’abitacolo.

Il movimento non sfugge a uno dei carabinieri, che si china per recuperare l’involucro contenente alcune dosi di hashish. È in quel frangente che esplode la violenza: il 28enne si scaglia contro il militare, colpendolo con una raffica di pugni al volto.

L’altro carabiniere interviene immediatamente in soccorso del collega, ma viene a sua volta aggredito dalla 23enne, che non esita a infilargli un dito nell’occhio. Sfruttando il momento di stordimento delle divise, la coppia ingrana la marcia e si dà a una rocambolesca fuga.

Il blitz a casa e l’intera famiglia in manette

Scatta immediatamente il piano di ricerche. Il dispositivo di controllo messo in campo dall’Arma viene dirottato sulle tracce dei due fuggitivi. I carabinieri si presentano a colpo sicuro presso l’abitazione della 23enne, ad Arzano.

Del fidanzato non c’è traccia, ma la perquisizione domiciliare fa emergere il reale motivo di tanta foga per sfuggire al controllo.

Nell’appartamento i militari rinvengono 72 grammi di hashish, 320 euro in contanti ritenuti provento di attività illecita e diverso materiale utilizzato per il confezionamento delle dosi. In casa, oltre alla giovane fuggitiva, sono presenti la madre, il padre e il fratello. Di fronte all’evidenza della droga, per l’intero nucleo familiare scattano le manette con l’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. La 23enne dovrà rispondere anche dei reati di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.

La resa violenta nella notte

Le ricerche del 28enne di Melito proseguono senza sosta per ore, fino a un epilogo altrettanto surreale. Intorno alle 2:00 di notte, sentendosi braccato, l’uomo decide di presentarsi spontaneamente presso la caserma della Tenenza di Arzano.

Tuttavia, invece di consegnarsi pacificamente, va nuovamente in escandescenze: prima inveisce minacciando i carabinieri in servizio di piantone, poi passa nuovamente alle vie di fatto aggredendoli. Viene definitivamente immobilizzato e dichiarato in arresto.

Per i due carabinieri feriti durante il primo scontro in via Napoli è stato necessario l’intervento del personale del 118. Trasferiti in ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni di Dio di Frattamaggiore, sono stati medicati e dimessi alle prime luci dell’alba: per loro una prognosi, rispettivamente, di 20 e 6 giorni per i traumi contusivi e le lesioni riportate nell’adempimento del proprio dovere.

Farmaci oncologici rubati negli ospedali: arrestati altri 4 napoletani

Un altro tassello si aggiunge all’inchiesta sui furti di farmaci oncologici dagli ospedali italiani, un business criminale che secondo gli inquirenti avrebbe trasformato medicinali destinati a pazienti fragili in merce da piazzare sul mercato illecito.

Nelle ultime ore la Procura di Reggio Calabria ha ottenuto ed eseguito una nuova ordinanza cautelare in carcere firmata dal gip Tommasina Cotroneo nei confronti di quattro indagati, tutti residenti a Napoli, ritenuti gravemente indiziati di aver partecipato ai colpi messi a segno all’interno dell’ospedale “Tiberio Evoli” di Melito Porto Salvo.

Si tratta di Gennaro Bevilacqua, 70 anni, di Melito di Napoli, Massimo Conte, 60 anni, Roberto Conte, 62 anni, e Mario Criscuolo, 56 anni, tutti accusati di furto pluriaggravato in concorso. Proprio Criscuolo è il nome che salda in modo più evidente i due filoni investigativi: per lui, infatti, questa è la seconda ordinanza in appena due giorni, dopo essere comparso anche nell’inchiesta coordinata dalla magistratura napoletana sui furti di medicinali oncologici avvenuti tra Campania e Calabria.

Il filo che porta a Napoli

La nuova misura cautelare arriva infatti all’indomani di un altro provvedimento firmato a Napoli, che aveva colpito complessivamente 17 persone nell’ambito di un’indagine parallela su quattro episodi di furto di farmaci oncologici in strutture sanitarie campane e calabresi.

Il quadro che emerge, a leggere i diversi tronconi investigativi, è quello di una rete con base logistica nell’area napoletana e capacità operative mobili, pronta a muoversi lungo l’asse tra Campania e Calabria per colpire depositi farmaceutici ospedalieri e reimmettere poi i prodotti nel circuito clandestino.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori reggini, il gruppo avrebbe concentrato la propria attività sull’ospedale di Melito Porto Salvo, dove sarebbero stati portati a termine quattro furti tra aprile e luglio 2024. L’ammanco contestato è enorme: oltre 1,2 milioni di euro in farmaci oncologici, chemioterapici e biologici ad altissimo costo, medicinali in corso di validità e dunque immediatamente appetibili per la successiva commercializzazione illegale.

I medicinali rubati e il mercato illecito

Non si tratta di refurtiva qualunque, ma di farmaci salvavita destinati ai reparti e alle terapie di pazienti oncologici. È anche per questo che il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli ha definito la vicenda “molto grave”, sottolineandone non solo l’impatto umano e sanitario, ma anche il danno economico per le casse pubbliche.

Sullo sfondo resta infatti il sospetto di una filiera di redistribuzione illegale ancora da scandagliare fino in fondo, mentre una parte delle verifiche sulla rete di smercio si concentra proprio su Napoli, area nella quale l’organizzazione sarebbe stata radicata.

Gli inquirenti ritengono che i farmaci sottratti non fossero destinati a restare in Calabria. Una delle direttrici battute dall’indagine porta infatti verso il Nord, in particolare la Lombardia, dove i medicinali rubati avrebbero potuto trovare sbocco attraverso canali di ricettazione e rivendita ancora oggetto di approfondimento.

È il tratto forse più inquietante dell’intera vicenda: il passaggio da furto ospedaliero a traffico specializzato di prodotti sanitari ad altissimo valore economico.

Il metodo della banda

L’inchiesta dei carabinieri della Compagnia di Melito Porto Salvo, sviluppata dalla Sezione operativa tra aprile 2024 e febbraio 2025, ha seguito una traccia tecnica e paziente. I militari hanno ricostruito innanzitutto i veicoli presenti nelle aree interessate dai furti, poi hanno incrociato i dati del traffico telefonico, individuando utenze anomale agganciate alle celle della zona, per arrivare infine alle verifiche sulle intestazioni e alle intercettazioni che avrebbero consentito la definitiva identificazione del gruppo.

Secondo l’ipotesi accusatoria, il gruppo si muoveva con un modus operandi collaudato: scelta preventiva delle strutture sanitarie da colpire, sopralluoghi per studiare accessi e vulnerabilità, uso di auto a noleggio e di schede telefoniche dedicate, spesso intestate in modo fittizio a cittadini stranieri, così da schermare identità e spostamenti.

Un impianto organizzativo che, per gli inquirenti, suggerisce un livello di pianificazione non improvvisato e la possibile esistenza di un circuito criminale più ampio rispetto ai soli esecutori arrestati.

L’assenza di basisti e le falle nella sicurezza

Uno dei passaggi più rilevanti emersi nel corso della conferenza stampa è quello relativo all’assenza, allo stato, di complicità interne all’ospedale di Melito Porto Salvo. Il procuratore Borrelli ha escluso la presenza di basisti o sodali del territorio all’interno del presidio sanitario, mentre dagli interventi degli investigatori è emerso che all’epoca dei fatti i sistemi di protezione dei farmaci non erano particolarmente avanzati.

Anche questo elemento aiuta a comprendere come i colpi siano stati possibili. In mancanza di un apparato di videosorveglianza capillare, l’indagine ha dovuto affidarsi a un lavoro massivo sui dati, incrociando auto, celle telefoniche e utenze spesso intestate a soggetti stranieri non censiti sul territorio nazionale. Un’attività lenta e altamente tecnica, che ha permesso ai carabinieri di ricostruire i movimenti del gruppo lungo la direttrice Napoli-Calabria e di collegare i singoli episodi a una stessa matrice.

L’intreccio tra procure

L’indagine reggina, peraltro, non è rimasta confinata entro i limiti territoriali dei furti commessi a Melito Porto Salvo. Le risultanze investigative sono state condivise con le Procure di Napoli e Benevento, da cui sono scaturiti altri provvedimenti restrittivi quasi in contemporanea, a conferma di una sinergia investigativa che punta a ricostruire l’intera filiera: dagli autori materiali dei colpi fino agli eventuali rivenditori e terminali del mercato illecito.

È proprio questo coordinamento a suggerire che gli arresti eseguiti finora possano rappresentare solo una parte del mosaico. Le carte parlano infatti di un contesto criminale complesso, nel quale i ladri di farmaci oncologici si muovono come specialisti: colpiscono strutture sanitarie, sottraggono medicinali costosi e facilmente rivendibili, sfruttano falle nella sicurezza e canali di copertura per le comunicazioni. Un assalto silenzioso alle corsie, che sottrae risorse alla sanità pubblica e mette le mani su terapie essenziali per i malati di cancro.

Napoli, drone si impiglia nell’albero e perde il «carico» nell’istituto Salesiani

Napoli, quartiere San Carlo all’Arena. Sono le 19:45 quando la tranquillità del centro Salesiani Don Bosco viene interrotta da un ronzio anomalo. Un drone, probabilmente manovrato a distanza con scarsa perizia o forse tradito dal vento, si incaglia tra i rami di un albero all’interno della struttura.

Il pilota remoto, resosi conto del pericolo, forza i comandi: il velivolo riesce a liberarsi e a svanire nel buio, ma la manovra gli costa cara. Il gancio cede e l’intero carico precipita al suolo.

Il “kit del detenuto”

Sul posto intervengono rapidamente i Carabinieri della Compagnia Napoli Stella. Quello che recuperano dal prato non è un pacco qualunque, ma un vero e proprio “kit di sopravvivenza” illegale, pronto per essere consegnato dietro le sbarre.

Sotto sequestro finiscono 200 grammi di hashish, uno smartphone, due preziosissimi micro-telefoni (i più richiesti perché facili da occultare nelle celle), 16 schede SIM, 4 pennette USB, oltre a cavetti e caricabatterie. Un bottino che, sul mercato nero carcerario, avrebbe fruttato migliaia di euro.

La pista di Poggioreale e l’escalation tecnologica

La geografia del luogo lascia poco spazio alle interpretazioni. L’ipotesi investigativa più solida è che il velivolo fosse un “corriere volante” destinato al vicinissimo carcere di Poggioreale.

Non è un mistero, infatti, che i droni siano ormai diventati il mezzo di trasporto prediletto dalla criminalità per scavalcare le mura di cinta ed eludere i controlli, facendo piovere illegalmente di tutto e di più all’interno degli istituti penitenziari. Una sfida tecnologica che mette a dura prova la sicurezza delle carceri.

Il sequestro di ieri: un sistema sotto assedio

A blindare i sospetti degli inquirenti c’è un tempismo che sa di conferma. Proprio nella giornata di ieri, all’interno del penitenziario partenopeo, è scattato l’ennesimo blitz: un detenuto è stato denunciato dopo essere stato trovato in possesso di droga e cellulari. Il carico caduto ieri sera al Don Bosco doveva forse rifornire altri “clienti” del carcere o rimpiazzare la merce appena sequestrata?

Su questo interrogativo lavorano ora i militari dell’Arma. Le indagini sono a tutto campo: si analizzano le celle telefoniche e le schede SIM recuperate, nel tentativo di dare un nome e un volto al “pilota” fantasma che ha manovrato il drone sui cieli di Napoli.

Drone recapita cellulari e droga in carcere: detenuto bloccato nelle docce di Poggioreale

Un detenuto è stato fermato dalla Polizia Penitenziaria del carcere di Poggioreale mentre si trovava nelle docce di un padiglione, dove aveva appena recuperato un pacco consegnato da un drone. Il velivolo, dopo aver effettuato la consegna, è riuscito ad allontanarsi prima che gli agenti potessero intercettarlo.

All’interno della busta gli agenti hanno rinvenuto tre smartphone di ultima generazione e due panetti di sostanza stupefacente, per un peso complessivo di 150 grammi. Il materiale, già pronto per essere redistribuito tra gli altri detenuti, è stato interamente sequestrato.

L’allarme del sindacato: “Guerra tecnologica nelle carceri”

L’episodio ha scatenato la reazione del sindacato Uspp. Il presidente Giuseppe Moretti e il segretario Ciro Auricchio, pur esprimendo soddisfazione per “la brillante operazione che dimostra la professionalità della polizia penitenziaria di Poggioreale”, tracciano un quadro preoccupante della situazione nelle carceri italiane.

“È in atto una vera e propria guerra tecnologica quotidiana”, dichiarano i due sindacalisti, sottolineando come l’uso dei droni da parte della criminalità organizzata abbia segnato “un cambio di passo” nell’introduzione di droga e telefoni dietro le sbarre, con consegne “sempre più precise ed efficaci, supportate dall’hi-tech”.

L’Uspp chiede perciò “con urgenza” che la polizia penitenziaria venga dotata di strumenti adeguati a fronteggiare la minaccia: sistemi anti-drone e jammer, ovvero inibitori di segnale, capaci di neutralizzare i velivoli prima che raggiungano il loro obiettivo. “A Poggioreale — concludono Moretti e Auricchio — nonostante un deficit di organico di circa 150 unità, la polizia penitenziaria riesce solo con sacrificio a mantenere l’ordine e la sicurezza interna”.

Un appello che rilancia il tema delle risorse destinate alla sicurezza carceraria in un contesto in cui la tecnologia, ormai, è diventata l’arma preferita della criminalità anche oltre i cancelli.

Napoli, maxi frode IVA nel settore informatico: sequestro da oltre 32 milioni di euro

Una maxi frode fiscale internazionale nel settore informatico è al centro di un’indagine coordinata dalla Procura europea. Su richiesta degli uffici di Napoli e Venezia dell’EPPO (European Public Prosecutor’s Office), i Nuclei di Polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Napoli e Caserta hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo per un valore complessivo superiore a 32 milioni di euro.

Il provvedimento è stato disposto dal Gip del Tribunale di Napoli e riguarda cinque società ritenute coinvolte in un articolato sistema di frode IVA internazionale, basato sul meccanismo delle cosiddette “frodi carosello” nel commercio di prodotti informatici ed elettronici.

L’inchiesta partita nel 2023

Il sequestro rappresenta uno sviluppo di un’indagine più ampia avviata nel marzo 2023, che ha portato alla luce una presunta rete criminale specializzata in frodi IVA intracomunitarie legate alla compravendita di dispositivi elettronici e consumabili per stampanti.

Secondo gli investigatori, il sistema avrebbe coinvolto 64 indagati, operativi soprattutto nella provincia di Napoli, con collegamenti in diversi Paesi europei.

Il meccanismo delle società “cartiere”

Al centro dello schema fraudolento vi sarebbe una rete di società di comodo italiane ed estere, spesso prive di una reale struttura aziendale e formalmente intestate a prestanome.

Queste imprese sarebbero state utilizzate per simulare operazioni commerciali e generare indebiti vantaggi fiscali attraverso la creazione di crediti IVA fittizi.

Per rendere più complessa la ricostruzione dei flussi finanziari, nel sistema sarebbero state coinvolte anche società con sede in diversi Stati membri dell’Unione europea, tra cui Paesi Bassi, Germania, Romania e Ungheria.

Fatture false per oltre 500 milioni

Nel corso delle indagini sono state individuate fatture per operazioni inesistenti per un valore superiore ai 500 milioni di euro.

Documenti che, secondo gli investigatori, sarebbero stati utilizzati per creare crediti IVA fittizi e abbattere artificialmente il carico fiscale delle società beneficiarie dello schema.

In numerosi casi, inoltre, i beni oggetto delle presunte compravendite non sarebbero mai stati realmente movimentati, restando nelle stesse piattaforme logistiche mentre sulla carta venivano registrate molteplici transazioni tra le società coinvolte.

I beni sequestrati

Alla luce degli elementi raccolti, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli ha disposto il sequestro preventivo:

delle partecipazioni societarie in cinque aziende ritenute coinvolte nella frode

di quattro complessi aziendali

di un capannone industriale a Somma Vesuviana, nel Napoletano

per un valore complessivo che supera 32 milioni di euro.

Il ruolo della Procura europea

La Procura europea (EPPO) è l’ufficio di procura indipendente dell’Unione europea incaricato di indagare e perseguire i reati che ledono gli interessi finanziari dell’UE, tra cui frodi IVA transfrontaliere e utilizzo illecito di fondi comunitari.

Manfredi: «A Scampia una bella storia». Prime 150 famiglie nelle nuove case entro l’anno

Napoli –  I primi 150 nuclei familiari potrebbero rientrare nelle nuove abitazioni di Scampia già entro la fine dell’anno. Altri 150 seguiranno nel 2027. È la tempistica indicata dal sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, intervenuto a margine della prima proiezione napoletana del documentario La diaspora delle Vele di Francesca Comencini.

«Scampia è una bella storia — ha dichiarato il primo cittadino — perché dimostra che non esistono luoghi perduti. Con lavoro, impegno e partecipazione oggi questo quartiere non è più quello di qualche anno fa».

L’annuncio del Comune sul rientro degli abitanti

Il piano prevede un rientro graduale delle famiglie nelle nuove abitazioni costruite nell’ambito del programma di rigenerazione urbana avviato dal Comune.
«È un successo dello Stato e dell’amministrazione — ha aggiunto Manfredi — ma soprattutto dei cittadini che hanno creduto nel cambiamento».

Per anni Scampia è stata identificata nell’immaginario collettivo come simbolo di degrado, anche per la rappresentazione cinematografica e televisiva legata alla saga di Gomorra. Secondo il sindaco, però, il percorso degli ultimi anni dimostra come il quartiere stia attraversando una trasformazione profonda.

La prima del documentario al Metropolitan

L’annuncio è arrivato durante la proiezione al cinema Metropolitan del documentario La diaspora delle Vele, diretto da Francesca Comencini e già presentato alla Festa del Cinema di Roma.

Il film è prodotto da Cattleya e Sky Studios in collaborazione con il Comune di Napoli e il Comitato Vele di Scampia.

Sul palco sono intervenuti, tra gli altri, la regista Comencini, il produttore Riccardo Tozzi — entrambi già legati alla serie Gomorra — la vicesindaca e assessora all’Urbanistica Laura Lieto e Omero Benfenati, storico portavoce del Comitato delle Vele.
Tozzi e Comencini non hanno escluso la possibilità di realizzare un seguito del documentario, dedicato al momento del ritorno degli abitanti nelle nuove case.

Il ricordo delle vittime del crollo del 2024

La serata si è conclusa con un minuto di silenzio in memoria delle vittime del crollo della Vela Celeste del 22 luglio 2024. In sala erano presenti anche alcuni familiari delle tre persone che persero la vita nel cedimento di un ballatoio, incidente che provocò anche dodici feriti.

Quel tragico episodio contribuì ad accelerare il piano di rigenerazione urbana e portò all’evacuazione degli abitanti della struttura.

Dalle utopie degli anni ’70 al progetto Restart Scampia

La storia delle Vele di Scampia risale ai primi anni Settanta, quando il complesso fu concepito come una grande utopia architettonica dell’edilizia popolare.
Dopo il terremoto del 1980 iniziarono le occupazioni abusive, in particolare nella Vela gialla, mentre negli anni Novanta nacque il Comitato delle Vele che avviò una lunga battaglia per la riqualificazione del quartiere.

Negli anni successivi si sono succeduti gli abbattimenti di alcuni edifici, tra cui la Vela verde. Un passaggio fondamentale è stato nel 2022 con l’apertura della sede universitaria, parte integrante del progetto di rigenerazione urbana Restart Scampia.

Secondo il piano urbanistico, una sola struttura resterà in piedi come testimonianza simbolica della storia del quartiere: la Vela Celeste.