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Napoli, incastrato il truffatore dei nonni

Rieti – Non c’è limite alla creatività del crimine, specialmente quando punta alla vulnerabilità degli anziani. Ma questa volta, la recita del “finto Carabiniere” è finita con una denuncia a piede libero.

I Carabinieri dell’Aliquota Operativa della Compagnia di Cittaducale hanno infatti chiuso il cerchio su un 46enne di origini campane, già noto alle autorità, ritenuto il responsabile di una serie seriale di truffe telefoniche che ha attraversato il Centro Italia.

L’inizio della fine: l’errore ad Antrodoco

Tutto ha avuto inizio nel novembre del 2025. Ad Antrodoco, una donna è stata raggiunta dalla solita, drammatica telefonata: un sedicente militare la informava che il figlio era finito in “gravi guai giudiziari”. La soluzione? Pagare subito per evitare il carcere.

Sotto shock, la vittima ha consegnato 800 euro in contanti e diversi gioielli a un complice presentatosi alla porta poco dopo. Quello che il truffatore non aveva previsto, però, è stata la velocità della risposta investigativa. Grazie a un’analisi meticolosa delle tracce lasciate e alla denuncia immediata, i Carabinieri sono riusciti a dare un volto e un nome al presunto autore.

Un sistema ben oliato da 50mila euro

L’indagine, tuttavia, non si è fermata al singolo episodio reatino. Scavando nei tabulati e incrociando i dati con altre stazioni dell’Arma, è emerso un quadro ben più vasto e inquietante. Tra agosto e ottobre 2025, il 46enne avrebbe colpito altre sette volte, muovendosi come un fantasma tra le province di: Siena, Terni,Latina

Le vittime prescelte avevano un’età compresa tra i 55 e gli 89 anni. Il modus operandi restava identico: pressione psicologica, senso d’urgenza e la divisa (falsa) usata come scudo per estorcere denaro. In pochi mesi, l’uomo è riuscito a accumulare un tesoretto illecito stimato intorno ai 53.000 euro.

La difesa dell’Arma contro i “falsi colleghi”

L’operazione dei Carabinieri di Cittaducale non è solo un successo investigativo, ma un monito per la cittadinanza. Le forze dell’ordine ribadiscono che nessun Carabiniere o poliziotto chiederà mai denaro o monili per risolvere pendenze giudiziarie.

L’invito resta quello di diffidare dalle richieste improvvise di beni preziosi e di contattare immediatamente il 112 al minimo sospetto. Per il 46enne campano, intanto, la carriera da “attore del crimine” si ferma davanti ai giudici con l’accusa di truffa aggravata.

Furto di farmaci oncologici da 350mila euro: arrestati 3 napoletani

Il colpo avvenne nella notte del 27 marzo 2025 presso la farmacia ospedaliera di Castelnuovo Garfagnana, in provincia di Lucca. I malviventi, ritenuti esperti in furti mirati, trafugando farmaci oncologici di alto valore, il cui bottino è stato stimato complessivamente in circa 350.000 euro.

Le indagini sono partite immediatamente dopo il fatto, con i carabinieri del nucleo operativo della compagnia di Castelnuovo Garfagnana che hanno avviato un’attenta attività investigativa, concentrata su spostamenti sospetti, tracce digitali e immagini di video sorveglianza.

Tre arresti tra Napoli, Avellino e il carcere di Poggioreale

I militari sono riusciti a ricostruire i movimenti dei sospettati in diverse zone del territorio nazionale, grazie anche all’analisi dei filmati che mostravano le autovetture utilizzate e i tratti somatici degli autori del furto.

Nel corso delle operazioni sono stati arrestati tre uomini tra i49 e i 60 anni, tutti pregiudicati e residenti nel Napoletano. Uno di loro, già ricercato da circa un anno per altri reati, è stato rintracciato ad Ariano Irpino (Avellino); un secondo è stato fermato presso la propria abitazione a Napoli. Il terzo ha ricevuto la notifica del provvedimento direttamente nel carcere di Poggioreale, a Napoli, dove già si trovava detenuto per altri fatti.

Il presunto ricettatore: un egiziano in provincia di Lodi

Le indagini hanno consentito anche di individuare il presunto ricettatore dei farmaci rubati: un cittadino egiziano di 51 anni, residente in provincia di Lodi, già noto alle forze dell’ordine per reati analoghi. Sul suo conto è stata aperta una specifica posizione per il ruolo sospettato nella ricettazione dei medicinali oncologici.

Il datato coordinato dei carabinieri ha così permesso di chiudere il cerchio sul furto alla farmacia ospedaliera, con l’individuazione sia dei responsabili materiali del colpo sia della presunta filiera di smaltimento dei farmaci.

Scampia, i pentiti raccontano la nuova reggenza dello Chalet Bakù tra faide, alleanze e «passaggi di consegne»

Napoli – Per anni lo Chalet Bakù di Scampia è stato uno dei punti nevralgici dello spaccio nell’area nord di Napoli. Una piazza storica, contesa e strategica, che – come ricostruito nell’ordinanza cautelare firmata dal gip Gabriella Logozzo del Tribunale di Napoli, su richiesta della DDA – è stata teatro di un vero e proprio ribaltamento di potere interno al clan, culminato con l’ascesa dei fratelli Raia, legati al cartello degli Amato-Pagano.

A raccontarlo, con dovizia di particolari, sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Luigi Rignante e Salvatore Roselli, confluite nelle oltre 300 pagine del provvedimento che ha portato, nelle ultime ore, all’arresto di 15 esponenti del clan familiare.

Prima dei Raia: il controllo dei Notturmo sul Bakù

Secondo quanto riferito da Luigi Rignante, prima del ritorno in libertà dei fratelli Raia lo Chalet Bakù era saldamente nelle mani di Raffaele Notturmo, fratello di Vincenzo e Gennaro.

«Prima dell’ascesa dei Raia – racconta Rignante – era lui ad avere il comando dello Chalet Bakù, nel 2017».

Un controllo che però inizia a incrinarsi tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019, quando dal carcere tornano Costantino, Patrizio, Francesco e Antonio Raia. In una prima fase, spiega il collaboratore, si tenta una coabitazione forzata:
i due gruppi si dividono i lotti della piazza di spaccio, il T/A (lato via Ghisleri) ai Raia e il T/B (lato via Fratelli Cervi) ai Notturmo.

Il litigio, l’isolamento e la caduta di Raffaele Notturmo

Il punto di rottura arriva presto. Secondo Rignante, il conflitto nasce dalla gestione ritenuta fallimentare di Nicola Notturmo, figlio di Raffaele, poi ucciso.

«I Raia addebitavano a Raffaele Notturmo il fatto che il figlio Nicola aveva gestito male gli affari del clan e non aveva nemmeno mantenuto i carcerati».

Un’accusa pesantissima nel linguaggio camorristico. Da quel momento, la situazione precipita: i Raia, forti del sostegno degli Amato-Pagano e degli Abbinante, si prendono tutto.

Raffaele Notturmo viene progressivamente emarginato, fino a essere, di fatto, confinato in casa.Il collaboratore descrive un ridimensionamento netto, quasi fisico: “Notturno non ha più nessun ruolo”, fino a essere “confinato a casa” e a non scendere più, “temendo ritorsioni da parte dei Raia”. È la fotografia di un capo scalzato e lasciato senza protezioni, in un contesto in cui la perdita di potere equivale, spesso, a perdere anche la libertà di movimento. Un equilibrio fragile, destinato a durare pochi mesi.

“I Raia fanno parte della famiglia”

A spiegare il peso dei Raia nello scacchiere criminale è ancora Rignante, che riferisce confidenze ricevute da Raffaele Abbinante.«Una volta mi disse espressamente che i fratelli Raia facevano parte della famiglia e che io dovevo stare a loro disposizione per qualsiasi cosa».

Un’investitura chiara, che certifica l’inserimento dei Raia nel sistema di alleanze riconducibile agli Amato-Pagano. Nel memoriale depositato nel settembre 2021, Rignante arriva a ricostruire l’organigramma completo delle piazze di spaccio di Scampia, collocando lo Chalet Bakù tra quelle centrali e indicando, in ordine gerarchico, i nomi degli uomini operativi.

Il “passaggio di consegne coatto”

Nel memoriale depositato nel 2021, Rignante insiste sul tema dell’“organico” delle piazze e degli avvicendamenti gestionali: parla di un “passaggio di consegne coatto” dai Notturno ai Raia e descrive i Raia come “famiglia molto numerosa”, “avvantaggiata pure della spalla forte degli Abbinante”, cementata – a suo dire – da un matrimonio che avrebbe trasformato Raffaele Abbinante in parente acquisito dei Raia, rafforzando l’asse sul territorio.

«Nel 2018-2019 iniziarono a saltare gli equilibri nella famiglia Notturmo – scrive – con l’uscita dal carcere dei fratelli Raia, famiglia molto numerosa e forte anche dell’appoggio degli Abbinante».

I Raia contestano apertamente a Notturmo non solo la cattiva gestione degli affari, ma anche uno stile di vita ritenuto incompatibile con le regole del clan. «Non manteneva i carcerati mentre il figlio viveva negli eccessi».Alla fine, il verdetto arriva da tutti i clan dell’area:«I Raia, appoggiati dagli Abbinante e con il via libera degli Amato-Pagano, riuscirono a prendersi l’intero rione».

“Oggi tutto lo Chalet Bakù è sotto i Raia”

È qui che il collaboratore alza ulteriormente i toni, consegnando una definizione che gli atti riportano testualmente: “Per cui oggi tutto lo Chalet Baku è indiscussamente sotto la reggenza dei folli Raia”. E scandisce la catena di comando: prima Costantino e Patrizio, poi – dopo gli arresti – “la reggenza è passata a Ciccio Raia”.

.Prima Costantino e Patrizio, poi – dopo il loro arresto – Francesco Raia, detto Ciccio. Un controllo garantito anche dalla piena saldatura con gli Abbinante. «Fummo informati che noi degli Abbinante eravamo un tutt’uno con i Raia, pronti a metterci a disposizione in tutto e per tutto».

Il racconto di Roselli: “Notturmo doveva essere eliminato”

A rafforzare la ricostruzione è il racconto di Salvatore Roselli, che colloca i fatti tra il 2018 e il 2019.«I Raia e Armando Ciccarelli erano subentrati a Raffaele Notturmo sullo Chalet Bakù».

Il motivo è sempre lo stesso: Notturmo non manteneva i detenuti, aveva avuto comportamenti ritenuti offensivi verso i Raia e gli Abbinante, e si era attirato l’ostilità del cartello.«Per questo – dice Roselli – gli Amato-Pagano decisero di metterlo da parte».

Il rischio, però, era l’omicidio. Un’ipotesi concreta, che Roselli dice di aver scongiurato personalmente.«Sono stato io a intercedere perché non lo uccidessero, spiegando che Enzo Notturmo avrebbe potuto pentirsi e inguaiarmi».

Autonomi ma alleati: il patto con gli Amato-Pagano

Roselli tratteggia anche i rapporti economici e di alleanza: i Raia “erano autonomi, pur se affiliati”. In pratica, secondo il collaboratore, non avrebbero pagato “quote” agli Amato-Pagano, ma sarebbero stati alleati: “se avevamo un problema, loro ci supportavano e viceversa”.

Due obblighi, però, restano sul tavolo: “Avevano l’impegno di mantenere Enzo Notturno” e “tendenzialmente dovevano comprare la droga dagli Amato-Pagano”, pur con margini per rifornirsi altrove. È un racconto che restituisce una filiera flessibile ma controllata: autonomia operativa, fedeltà nei momenti decisivi e rispetto delle “spese” dei detenuti come banco di prova della tenuta del sistema.

Gli arresti del 2020 e il dopo: debiti e nuove reggenze

Roselli colloca nel 2020 – “durante il COVID” – l’arresto di Patrizio e Costantino Raia, insieme a quello di Armando Ciccarelli, in un blitz antidroga. Da quel momento, sempre secondo la sua versione, rimane “solo Francesco Raia” a reggere fino a un ulteriore arresto.

Nel vuoto, subentrerebbero “Diano Luigi detto Cicciotto”, “De Cicco Alessandro” e “Diano Gennaro”, che – sostiene Roselli – “hanno tolto le mesate ai Raia, e si sono messi loro”. La notizia, dice, gli arriva dal carcere tramite il figlio Fulvio, con il corollario di una voce pesante: “Si diceva che Ciccio Raia aveva lasciato molti debiti”.

E c’è anche l’eco di una frattura interna raccontata in modo quasi confidenziale: Patrizio Raia gli avrebbe scritto lamentando che, “per stare a sentire a me”, i Raia “erano stati cacciati dallo Chalet Baku”, soppiantati dai nuovi referenti. Una lettera dettata – riferisce Roselli – a un detenuto in cella con lui, in un intreccio da “radio carcere” che gli atti riportano con nomi e circostanze.

Bakù e Oasi: la piazza che si sposta

Nell’ordinanza, la Dda valorizza anche un aspetto logistico: Roselli spiega che il business principale del gruppo sarebbero state le piazze “remunerative e storiche” dello Chalet Bakù (Lotto T) e dell’Oasi del Buon Pastore (Lotto R). Quest’ultima, “di fatto”, sarebbe stata “sempre chiusa”, ma pronta a riattivarsi come valvola di sfogo: “in caso di serrati controlli delle forze dell’ordine, la piazza del Baku veniva spostata nell’Oasi”.

È un dettaglio che, letto in chiave investigativa, dà la misura della capacità di adattamento: non solo chi comanda, ma dove si sposta il comando quando arrivano pattuglie, controlli e pressione del territorio.

Il legame personale: “Volle pagargli il funerale”

Tra le righe più singolari, Roselli inserisce un episodio che mira a certificare la prossimità con Francesco Raia: quando il 18 dicembre 2021 morì la madre del collaboratore (lui era detenuto), “Francesco Raia volle pagargli il funerale”. Un gesto che, nel racconto, vale come prova di un rapporto stretto e di una disponibilità economica riconducibile – secondo l’impianto accusatorio – ai proventi del gruppo.

(Nella foto da sinistra in alto Costantino, Antonio, Francesco, Giovanni,Patrizio e Pasqualina Raia; in basso invece sempre da sinistra Vincenzo, Raffaele, Gennaro e Nicola Notturno e poi i due pentiti Luigi Rignante e Salvatore Roselli)

 

Morti sul lavoro, nel 2025 oltre mille vittime: edilizia e trasporti i settori più colpiti

Il 2025 si chiude con un bilancio che pesa come un macigno sul mondo del lavoro: 1.093 vittime complessive, tre in più rispetto all’anno precedente. Di queste, 798 hanno perso la vita mentre stavano lavorando e 295 lungo il tragitto tra casa e posto di lavoro. Numeri che, al di là della sostanziale stabilità rispetto al 2024, confermano una tragedia continua e diffusa, con settori e territori che restano drammaticamente esposti.

A delineare il quadro è l’ultima indagine dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega. «Il 2025 si chiude con numeri che ci ricordano quanto sia fondamentale mantenere alta l’attenzione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Le 1.093 vittime totali, di cui 798 in occasione di lavoro, confermano che ci sono settori, come l’edilizia, le attività manifatturiere e i trasporti e magazzinaggio, in cui le fragilità della sicurezza restano evidenti. Sebbene rispetto al 2024 si registri un aumento di 3 vittime, questa “stabilità” non può farci abbassare la guardia: ogni numero rappresenta una vita persa e sottolinea quanto sia fondamentale continuare a investire in prevenzione e cultura della sicurezza», commenta l’ingegner Mauro Rossato, presidente dell’Osservatorio.

La mappa del rischio evidenzia criticità soprattutto al Sud. Alcune regioni presentano un’incidenza di mortalità sul lavoro ben superiore alla media nazionale, segnale di condizioni operative e controlli che necessitano di interventi mirati. In termini assoluti, la Lombardia guida la classifica per numero di vittime in occasione di lavoro, seguita da Campania, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e Sicilia, a dimostrazione di come il fenomeno attraversi l’intero Paese, senza risparmiare le aree a più alta industrializzazione.

Il settore delle costruzioni si conferma il più colpito, seguito dalle attività manifatturiere e dal comparto dei trasporti e magazzinaggio. Ambiti in cui il rischio resta strutturalmente elevato e dove formazione, prevenzione e controlli continuano a rappresentare un nodo cruciale. Anche il commercio figura tra i comparti con un numero significativo di decessi.

L’analisi per età mostra un dato particolarmente allarmante: l’incidenza più alta si registra tra i lavoratori over 65, seguiti dalla fascia tra i 55 e i 64 anni. Proprio quest’ultima, però, è quella che conta il maggior numero assoluto di vittime. Segnali che parlano di una forza lavoro che invecchia e che spesso resta impiegata in mansioni ad alto rischio.

Preoccupa anche l’andamento che riguarda le donne. Nel 2025 sono state 98 le lavoratrici che hanno perso la vita, con un aumento delle vittime negli incidenti avvenuti nel percorso casa-lavoro. Un fronte, quello degli infortuni in itinere, che continua a crescere e che richiama l’attenzione sulla sicurezza della mobilità legata al lavoro.

Ancora più marcata la vulnerabilità dei lavoratori stranieri. Una vittima su quattro non è italiana e il rischio di morte sul lavoro per questa componente risulta più che doppio rispetto a quello dei colleghi italiani. Un divario che evidenzia condizioni occupazionali spesso più precarie e una maggiore esposizione a mansioni pericolose.

Anche la distribuzione settimanale degli incidenti racconta qualcosa: il lunedì e il venerdì risultano i giorni con il maggior numero di infortuni mortali, quasi a incorniciare in modo tragico l’inizio e la fine della settimana lavorativa. Intanto crescono anche le denunce complessive di infortunio, segnale di un fenomeno che resta diffuso e che richiede interventi strutturali.

Insetti nei pasti alla scuola di San Sebastiano al Vesuvio, nuove segnalazioni dopo la riapertura della mensa

Non si spegne la polemica sul servizio di refezione scolastica del plesso “Raffaele Capasso” di San Sebastiano al Vesuvio, tornato al centro dell’attenzione dopo nuove segnalazioni di insetti trovati nei piatti destinati agli alunni. L’episodio riaccende la preoccupazione delle famiglie, già scosse da quanto accaduto lo scorso 23 gennaio, quando in alcune portate servite a una quinta elementare erano stati rinvenuti insetti, presumibilmente coleotteri.

Dopo quell’episodio il servizio era stato sospeso in via precauzionale e sottoposto a controlli da parte dell’Asl e dei Nas. La mensa ha ripreso regolarmente l’attività il 3 febbraio, ma secondo quanto riferito da diversi genitori il problema si sarebbe ripresentato in altre classi, facendo crollare la fiducia nel servizio. Molte famiglie, per timore, avrebbero scelto di mandare i figli a scuola con il pranzo da casa, pur continuando a pagare la refezione.

A portare il caso all’attenzione pubblica è stato un gruppo di genitori che si è rivolto al deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Francesco Emilio Borrelli. «Hanno pulito tutto prima dell’arrivo dei controlli e la ditta è risultata a norma, ma appena ripartiti abbiamo avuto nuovi casi di insetti» raccontano alcune mamme, denunciando una situazione che definiscono inaccettabile.

Nel mirino finisce la società incaricata del servizio, la G.F.I. Food Srl, collegata anche al marchio S.I.e.m., su cui circolano in rete recensioni e testimonianze critiche da parte di utenti ed ex dipendenti. Si parla di presunte carenze igieniche e di una gestione delle procedure di sicurezza alimentare ritenuta inadeguata, elementi che ora potrebbero finire al vaglio degli organi di controllo.

«Quello che sta accadendo a San Sebastiano al Vesuvio è una vergogna che non può essere archiviata con una semplice pulizia superficiale» afferma Borrelli. «Le foto che ho ricevuto parlano chiaro: insetti nei piatti di bambini piccoli. È assurdo che, dopo una settimana di stop, si verifichino gli stessi identici problemi. I controlli devono essere serrati e, se necessario, effettuati a sorpresa, non quando tutto è stato già “lucidato” per l’occasione».

Il parlamentare annuncia ulteriori iniziative. «Ho già provveduto a inoltrare una nuova segnalazione ufficiale ad Asl e Nas chiedendo una verifica straordinaria non solo sulla mensa scolastica, ma su tutta la filiera produttiva della ditta. Se una società non è in grado di garantire standard igienici minimi e la sicurezza alimentare dei nostri figli, l’appalto deve essere revocato immediatamente. Non faremo sconti a chi lucra sulla salute dei più piccoli».

Banconote false in un negozio di Montoro, un arresto e due denunce

Hanno provato a mettere in circolazione banconote false in un esercizio commerciale di Montoro, in provincia di Avellino, ma il tentativo è stato bloccato dalla prontezza della titolare del negozio e dal rapido intervento dei Carabinieri. Il bilancio dell’operazione è di un arresto e due denunce a piede libero con l’accusa di spendita e introduzione nello Stato di monete falsificate.

I tre, secondo quanto ricostruito dai militari dell’Arma, si sarebbero presentati alla cassa tentando di pagare con banconote da 50 euro contraffatte. La commerciante, insospettita dall’aspetto del denaro, ha reagito immediatamente, riuscendo a prendere tempo e a far scattare l’allarme. L’arrivo dei Carabinieri ha impedito che la truffa andasse a segno.

Durante la successiva perquisizione, i militari hanno rinvenuto e sequestrato ulteriori banconote false per un totale di 950 euro. Oltre al denaro contraffatto, sono stati trovati anche attrezzi da scasso e chiavi alterate, elementi che hanno aggravato la posizione degli indagati e che ora saranno oggetto di ulteriori accertamenti investigativi.

Per un 40enne residente ad Altavilla Irpina sono scattate le manette e il trasferimento in carcere, mentre gli altri due coinvolti, un uomo e una donna residenti in provincia di Napoli, sono stati denunciati in stato di libertà. Le indagini proseguono per chiarire l’eventuale provenienza delle banconote false e verificare possibili collegamenti con altri episodi simili avvenuti sul territorio.

Bagnoli, nuovo blocco stradale contro i cantieri dell’America’s Cup

Non si fermano le proteste a Bagnoli contro gli interventi legati all’America’s Cup, la competizione velica internazionale che Napoli ospiterà nel 2027. Poco prima dell’alba, alcuni comitati cittadini hanno messo in atto un nuovo blocco stradale per impedire il passaggio dei camion diretti ai cantieri, rallentando di fatto l’avvio delle attività previste nella zona.

L’azione è scattata nelle prime ore del mattino, quando gli attivisti si sono posizionati lungo le strade di accesso utilizzate dai mezzi pesanti. Durante la mobilitazione è stato esposto uno striscione con la scritta “Bagnoli non si vende”, slogan che sintetizza la posizione dei comitati contrari al progetto e preoccupati per l’impatto delle opere sul territorio e sulla vivibilità del quartiere.

Dopo il blocco, i manifestanti hanno dato vita a un corteo che si è snodato da via Nuova Bagnoli fino a via Cocchia, attraversando alcune delle arterie principali della zona occidentale della città. La protesta rientra in una mobilitazione più ampia che va avanti da settimane e che punta a contestare modalità e scelte legate agli interventi previsti in vista dell’evento sportivo.

I comitati hanno inoltre rilanciato l’appuntamento per una nuova manifestazione pubblica in programma sabato mattina, con l’obiettivo di coinvolgere residenti e associazioni del territorio. La tensione resta alta attorno a un progetto che divide il quartiere tra chi vede nell’America’s Cup un’occasione di rilancio e chi teme trasformazioni calate dall’alto e poco condivise con la comunità locale.

Vesuvio, 26 guide escluse dal cratere. La protesta: «Impossibilitati a svolgere il nostro lavoro»

Ventisei guide vulcanologiche abilitate dalla Regione Campania denunciano di essere ancora ferme ai blocchi, impossibilitate a svolgere la propria attività sul sentiero numero 5 del Gran Cono del Vesuvio, nonostante la nuova normativa regionale abbia riconosciuto il loro pieno diritto a operare. A sollevare il caso è Gennaro Balzano, presidente dell’associazione «Presidio permanente vulcani campani», che parla di una situazione «paradossale e fortemente lesiva non solo dei diritti dei professionisti coinvolti, ma soprattutto dell’interesse pubblico, della sicurezza dei visitatori e della qualità complessiva dei servizi turistici offerti in uno dei siti naturalistici più importanti d’Europa».

La vicenda affonda le radici nella riforma approvata dalla Regione Campania lo scorso luglio, che ha superato il vecchio sistema a numero chiuso in vigore da quasi trent’anni. «Dopo quasi trent’anni dall’ultimo concorso – spiega Balzano – la Regione Campania ha approvato la delibera che amplia l’organico delle guide vulcanologiche operative presso il presidio permanente del Vesuvio, in risposta al crescente flusso turistico e alle maggiori esigenze di sicurezza». Un provvedimento che avrebbe dovuto aprire le porte alle nuove guide, ma che di fatto, secondo l’associazione, non ha ancora prodotto effetti concreti sul campo.

Balzano punta il dito contro la situazione attuale sul cratere, dove operano storicamente 37 guide. «Restano intenzionate a mantenere il monopolio lavorativo ed economico – afferma – impugnando la nuova legge regionale davanti al Tar e diffidando le nuove guide vulcanologiche a operare sul sentiero numero 5». Nel frattempo, sempre secondo l’associazione, l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, in qualità di soggetto gestore, non avrebbe ancora fornito risposte ufficiali. «Nonostante la nuova disposizione di legge e a seguito di esplicite richieste, non è arrivato alcun riscontro», sottolinea il presidente.

La denuncia si spinge oltre la tutela occupazionale e tocca il tema della sicurezza e della qualità dell’accoglienza. «Non è solo un palese impedimento al lavoro per le ulteriori 26 guide vulcanologiche – conclude Balzano – ma favorisce il permanere di un servizio di accompagnamento guidato non idoneo all’importanza del sito, a fronte degli oltre 700mila visitatori che ogni anno scelgono di visitare il cratere del Vesuvio». Una protesta che riaccende i riflettori sulla gestione di uno dei luoghi simbolo della Campania, sospeso tra valorizzazione turistica, regole e tensioni interne alla categoria.

Truffa da 2mila euro a un anziano di Montescaglioso, 44enne ai domiciliari

Avrebbe messo a segno una truffa ai danni di un anziano, riuscendo a farsi consegnare circa duemila euro. Per questo un uomo di 44 anni, residente in Campania, è stato arrestato dai Carabinieri in esecuzione di un’ordinanza emessa dal gip del Tribunale di Matera.

I fatti risalgono allo scorso novembre e si sarebbero verificati a Montescaglioso, nel Materano, dove la vittima, una persona anziana, sarebbe stata raggirata con modalità ora al vaglio degli inquirenti. Dopo la denuncia e gli accertamenti condotti dai militari dell’Arma, l’autorità giudiziaria ha disposto per l’indagato la misura cautelare degli arresti domiciliari, con l’applicazione del braccialetto elettronico.

Il provvedimento è stato eseguito dai Carabinieri che hanno rintracciato il 44enne e dato esecuzione alla misura restrittiva. L’inchiesta punta a ricostruire nel dettaglio le fasi del raggiro e a verificare eventuali ulteriori episodi simili. Ancora una volta l’attenzione degli investigatori si concentra su reati che colpiscono le fasce più fragili della popolazione, spesso prese di mira con tecniche studiate per sfruttare fiducia e vulnerabilità.

Banda della Marmotta, smantellato il covo a San Gennaro Vesuviano: 5 arresti

Napoli – La “tecnica della marmotta” continua a mietere vittime tra gli istituti di credito del Sud Italia, ma le forze dell’ordine stringono il cerchio attorno alla banda responsabile di decine di assalti ai bancomat.

Nella notte appena trascorsa Polizia di Stato e Carabinieri hanno arrestato cinque uomini, di età compresa tra i 22 e i 55 anni, ritenuti responsabili di furto aggravato in concorso. Gli stessi sono stati denunciati anche per ricettazione e detenzione illegale di materiale esplosivo.

L’operazione si inserisce in un più ampio dispositivo interforze che da settimane monitora i territori di Campania e Puglia, teatro di una escalation criminale senza precedenti. I cinque arresti si aggiungono ad altri fermi già eseguiti stamane tra le due regioni, nell’ambito di un’offensiva coordinata contro la stessa organizzazione criminale.

Il doppio colpo della notte

Tutto ha inizio nella notte del 4 febbraio, quando due distinte esplosioni scuotono i comuni di Casavatore e Agerola. Nel mirino della banda, gli sportelli automatici di due istituti bancari.

Ad Agerola, in viale della Vittoria, due violente deflagrazioni squarciano il silenzio notturno: i malviventi fanno esplodere l’ATM e si impossessano del denaro, dileguandosi a bordo di un’auto in direzione Amalfi.

I militari della Stazione di Pianillo intervengono immediatamente, avviando le ricerche. Pochi istanti dopo, il veicolo viene intercettato dai Carabinieri del Nucleo della Compagnia di Amalfi. Inizia un inseguimento ad alta tensione.

La fuga e i chiodi a tre punte

Durante l’inseguimento, gli occupanti dell’auto ricorrono a una tecnica criminale ben collaudata: lanciano sulla carreggiata chiodi a tre punte che forano gli pneumatici della vettura di servizio, costringendo i militari a rallentare. Il veicolo dei fuggitivi viene nuovamente avvistato dal Nucleo Radiomobile di Salerno, ma alla vista delle divise i malviventi invertono bruscamente la marcia.

La corsa termina a Cetara, dove abbandonano l’auto e si danno alla macchia a piedi. Gli accertamenti successivi rivelano che il veicolo montava targhe rubate, un ulteriore elemento che conferma la premeditazione e l’organizzazione del colpo.

Individuato il covo: sequestrati 20mila euro e arsenale esplosivo

Le serrate indagini condotte congiuntamente dalle Squadre Mobili di Napoli e Caserta e dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna, della Compagnia di Castellammare e del Gruppo di Torre Annunziata portano all’individuazione del “covo” della banda a San Gennaro Vesuviano. Qui vengono rintracciati i cinque arrestati, trovati in possesso di circa 20mila euro in banconote di vario taglio, chiaro provento dell’attività delittuosa.

La perquisizione dell’abitazione rivela un vero e proprio arsenale: dieci ordigni esplosivi pronti all’uso, torce frontali per operare al buio, una busta contenente chiodi a tre punte e le caratteristiche attrezzature metalliche note come “marmotte”, utilizzate per far deflagrare gli sportelli.

L’escalation criminale tra Campania e Puglia

L’operazione si inserisce in un quadro investigativo più ampio. Nelle ultime settimane, tra Campania e Puglia si sono moltiplicati gli assalti esplosivi agli ATM con la medesima tecnica.

La “banda della marmotta” ha colpito ripetutamente in entrambe le regioni, seminando panico e causando danni ingenti agli istituti di credito. Gli investigatori stimano che l’organizzazione criminale sia responsabile di decine di colpi realizzati con lo stesso modus operandi: esplosioni notturne, fuga su auto con targhe clonate e l’utilizzo sistematico di chiodi a tre punte per rallentare gli inseguimenti.

Il dispositivo interforze predisposto nei comuni maggiormente colpiti sta dando i suoi frutti, anche se il fenomeno rimane preoccupante per frequenza e violenza delle azioni.

Napoli, rapina violenta in farmacia: arrestato 46enne

Napoli – I Carabinieri della stazione di Borgoloreto hanno arrestato un uomo di 46 anni, ritenuto il responsabile di una violenta rapina consumata all’interno di una farmacia locale. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa dal GIP del Tribunale di Napoli su richiesta della Procura.

L’aggressione e il pugno al dipendente

Secondo quanto ricostruito dalle indagini, l’uomo è entrato in azione poco prima dell’orario di chiusura. Una volta dentro, ha minacciato di morte una dipendente per costringerla a farlo accedere all’area dietro il bancone, dove si trovava la cassa.

In quel momento è intervenuto un secondo dipendente nel tentativo di fermarlo, ma è stato violentemente colpito con un pugno all’occhio dal rapinatore.

La fuga con il bottino

Sotto la minaccia costante, il 46enne ha costretto il personale ad aprire il registratore, prelevando circa 500 euro in contanti. Subito dopo si è dileguato, facendo perdere le proprie tracce fino all’identificazione avvenuta grazie agli elementi raccolti dai militari e coordinati dalla Procura di Napoli.L’arrestato si trova ora in carcere in attesa di giudizio.

Giugliano, litiga con la compagna in auto e l’accoltella: è grave. Poi tenta il suicidio

Giugliano – L’ennesima brutale aggressione e violenza nei confronti della donne fa registrare un altro grave episodio in provincia di Napoli. E’ avvenuta nella notte appena trascorsa in una sosta di parcheggio dell’Asse Mediano, nel territorio di Giugliano in Campania.

Secondo le prime ricostruzioni, al culmine di una violenta lite scoppiata in auto, l’uomo – originario di Pozzuoli e sulla trentina – ha colpito ripetutamente la compagna con un coltello mentre lei cercava di scappare. I fendenti hanno raggiunto le gambe e la schiena della donna.

Le condizioni della vittima

Soccorsa prontamente dal 118, la donna è stata trasportata in gravi condizioni all’ospedale Pineta Grande di Castel Volturno. Qui è stata sottoposta a un intervento chirurgico d’urgenza per le lesioni riportate. L’operazione è riuscita con successo: la paziente è viva e attualmente in osservazione per monitorare il delicato decorso post-operatorio.

L’aggressore ha tentato il suicidio

L’uomo è stato accompagnato dal personale sanitario e dalla polizia all’ospedale di Aversa, dove ha ricevuto cure per una ferita da taglio al petto e una alla mano, ritenute verosimilmente autoinferte. Entrambe le lesioni sono state suturate senza conseguenze rilevanti. Probabilmente dopo essersi reso conto della gravità delle sue azioni ha tentato il suicidio. L’aggressore lavora come operatore socio-sanitario (OSS) presso il pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli di Napoli.

La polizia  ricostruendo l’esatta dinamica dei fatti e accertando le responsabilità penali. Al momento non sono stati forniti dettagli sull’identità dei due protagonisti né su eventuali precedenti tra loro.

L’ondata di violenza sulle donne: un’emergenza che non accenna a diminuire

Questo grave episodio di violenza si inserisce in un contesto nazionale allarmante. Nonostante campagne di sensibilizzazione, appelli delle associazioni, l’introduzione del reato specifico di femminicidio nel codice penale (approvato nel 2025) e piani strategici nazionali, il fenomeno della violenza di genere rimane strutturale e persistente.

Secondo i dati del Ministero dell’Interno relativi al 2025, i femminicidi sono diminuiti del 18% rispetto al 2024 (97 vittime contro 118), con un calo complessivo degli omicidi volontari.

Tuttavia, l’Osservatorio di Non Una di Meno ha monitorato 84 femminicidi nel corso dell’anno, con un’altissima percentuale (circa 80-85%) commessi in ambito familiare o affettivo da partner, ex o familiari.

Numerosi casi recenti hanno visto l’uso di armi da taglio, spesso al termine di liti domestiche o tentativi di separazione. Le denunce e le richieste di aiuto al numero antiviolenza 1522 restano elevate, segno che la percezione di pericolo è diffusa, ma la rete di protezione (centri antiviolenza, braccialetti elettronici, misure cautelari) presenta ancora lacune evidenti.

Esperti e associazioni sottolineano che il lieve calo numerico non cancella la natura endemica del problema, radicato in dinamiche di possesso e controllo: servono interventi più incisivi sulla prevenzione, sull’educazione e sul sostegno concreto alle vittime perché l’ondata non si arresti.

Piscinola, gli sparano un colpo a salve mentre passeggia

Napoli – Una scena di paura ieri sera nel quartiere Piscinola, in via Osci. I carabinieri della Stazione PMZ sono intervenuti per una segnalazione di sparo. Secondo la ricostruzione, due individui in sella a uno scooter, non ancora identificati, avrebbero prima puntato una pistola – verosimilmente caricata a salve – contro un uomo di 39 anni intento a passeggiare, per poi esplodere un colpo in aria.

L’episodio, di chiara matrice intimidatoria, non ha causato feriti. Sul posto, oltre ai militari dell’Arma, è intervenuta anche una pattuglia della Polizia Locale. Le indagini, coordinate dai carabinieri, sono ora mirate a chiarire le dinamiche precise dell’accaduto e, soprattutto, il movente del gesto.

Un elemento che complica le indagini è l’assenza sul selciato dei bossoli, non rinvenuti nonostante la perlustrazione dell’area. La pista principale al vaglio è quella della minaccia premeditata ai danni del 39enne, forse legata a questioni personali o di vicinato. L’episodio ha destato apprensione tra i residenti di una zona generalmente tranquilla della città.

Portici, e-bike rubata due ore dopo l’acquisto sotto gli occhi delle telecamere

Portici– Centoventi minuti di libertà e gioia, poi il ritorno all’amara realtà. A Portici la microcriminalità non risparmia nemmeno i luoghi di aggregazione giovanile, colpendo un ragazzino che aveva appena coronato il sogno di possedere una e-bike

. Il furto, avvenuto con modalità fulminee, è stato immortalato dalle telecamere di sorveglianza della parrocchia di via Dalbono.

La dinamica del raid

L’episodio si è consumato nel tardo pomeriggio del 2 febbraio. Il giovane proprietario era arrivato ai campetti dell’oratorio per una partita di calcetto con gli amici, lasciando la bicicletta elettrica – acquistata soltanto due ore prima – regolarmente assicurata agli stalli.

Nonostante l’uso di catena e lucchetto, il malvivente è entrato in azione intorno alle 20:30. Con una rapidità che denuncia abitudine al crimine, il ladro ha forzato le protezioni e si è dileguato nel nulla, lasciando il giovane proprietario nello sconforto totale al termine della sfida sportiva.

La denuncia e le indagini

I genitori della vittima, dopo aver sporto regolare denuncia presso la Stazione dei Carabinieri di Portici, hanno segnalato l’accaduto al deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, Francesco Emilio Borrelli.

Il verbale consegnato ai militari dell’Arma conferma che il mezzo era stato messo in sicurezza, ma la protezione non è bastata a frenare il raid. I video del sistema di sorveglianza sono ora al vaglio degli inquirenti per tentare di dare un volto e un nome al responsabile.

Le accuse di Borrelli

“Siamo di fronte a una sfrontatezza criminale disarmante”, ha commentato duramente Francesco Emilio Borrelli, che ha già inoltrato il materiale video alle autorità. Il deputato ha sottolineato la gravità del colpire un minore in un luogo come l’oratorio: “I genitori fanno sacrifici enormi per i figli e questi delinquenti distruggono tutto in pochi secondi, sentendosi sicuri dell’impunità.

Non possiamo rassegnarci all’idea che un ragazzo debba temere di subire un furto mentre fa sport. Servono presidi costanti e tolleranza zero verso questi ‘scippatori di sogni’ che infestano le nostre strade”.

Assalto ai bancomat: smantellata la banda della marmotta, 5 fermi tra Puglia e Campania

Taranto – Una struttura militare, sopralluoghi meticolosi e l’uso spregiudicato di esplosivi ad alto potenziale. Si è conclusa nella serata di ieri la corsa della banda specializzata negli assalti agli sportelli automatici, smantellata dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Taranto.

Cinque i decreti di fermo eseguiti nei confronti di altrettanti indagati, ritenuti responsabili di una scia di colpi messi a segno con la tecnica della “marmotta” (un congegno artigianale imbottito di polvere pirica inserito nelle fessure degli ATM).

A capo dell’organizzazione, secondo gli inquirenti, ci sarebbe il 46 ufficiale barese Cataldo Bartolo. Insieme a lui sono finiti in manette quattro giovani complici tra i 20 e i 28 anni, residenti tra Palagiano, Massafra e Grumo Appula. L’indagine, coordinata dalla Procura ionica, ha ricostruito un business del crimine capace di fruttare oltre 170.000 euro.

La mappa dei colpi: dalla Puglia al Lazio

Il punto di rottura per l’organizzazione è stata l’esplosione del bancomat di Montemesola lo scorso 15 novembre. Da lì, i militari hanno seguito le tracce del gruppo, attribuendo loro almeno 17 assalti.

Il “raggio d’azione” della banda era vastissimo: non solo la provincia ionica (Monteiasi, Mottola, Palagiano), ma anche incursioni in Basilicata (Scanzano Jonico), Campania, Lazio e Calabria. L’ultimo colpo, una sorta di “canto del cigno” prima del blitz, risale alla notte tra il 2 e il 3 febbraio a Santa Margherita di Savoia.

Un’emergenza nazionale: le ultime settimane di fuoco

L’operazione di Taranto si inserisce in un contesto di vera e propria emergenza nazionale. Solo negli ultimi giorni si sono registrati episodi analoghi che testimoniano l’estrema vitalità di questi gruppi criminali:

Napoli e Campania (4 febbraio): Ad Agerola, ignoti hanno sventrato l’ATM della filiale locale, asportando l’intero forziere prima di dileguarsi verso la zona costiera.

Lombardia (2 febbraio): Doppia esplosione al Nord. A Travagliato (Brescia), un commando ha fatto saltare lo sportello del Credito Bergamasco per un bottino di 61.000 euro, colpendo poco dopo anche a Guidizzolo, nel Mantovano.

Lazio (Fine gennaio): Allarme rosso in provincia di Frosinone, dove in pochi giorni sono state colpite le filiali di Cervaro ed Esperia con modalità talmente violente da far parlare il sindaco di “atto di terrorismo” per i danni strutturali agli edifici.

Calabria (9 gennaio): Un colpo record a Decollatura (Catanzaro) ha fruttato ai malviventi circa 200.000 euro, confermando una tendenza che vede le province di Cosenza e Catanzaro sotto assedio.

La firma di Foggia e il legame con il sangue

L’inchiesta di Taranto segue di pochi giorni un altro duro colpo inferto alla criminalità foggiana, dove il 28 gennaio scorso sono stati fermati altri 5 giovani. In quel caso, l’ombra degli assalti ai bancomat si è incrociata con la cronaca nera più cupa: gli inquirenti sospettano che i proventi dei colpi o i contrasti interni alla banda possano essere legati all’omicidio di un 27enne avvenuto nell’estate scorsa.

I provvedimenti di fermo eseguiti ieri a Taranto sono ora al vaglio del GIP per la convalida, mentre le forze dell’ordine monitorano i flussi finanziari per recuperare il resto della refurtiva.

Quando la cultura diventa un luogo da abitare: Interspazi/Confluenze ad Atena Lucana

Sabato 7 febbraio 2026, a partire dalle ore 19:00, Atena Lucana (Sa) diventa parte viva e attiva di un gesto culturale condiviso. Presso gli spazi di Schifa Lab, Narhval Edizioni presenta Interspazi/Confluenze, un progetto multidisciplinare che non è semplicemente un evento, ma si configura come uno spazio da attraversare e abitare in modo diffuso.

In questo contesto, Atena Lucana non funge unicamente da cornice, ma è propriamente un territorio che accoglie e amplifica l’iniziativa, dimostrando come la contemporaneità possa vivere e generare valore anche lontano dai grandi centri.

L’iniziativa rappresenta una sintesi del percorso finora intrapreso da Narhval Edizioni. Una sintesi non definitiva, che mette radici per continuare a evolvere. Qui la letteratura diventa gioco sociale e collettivo, mentre musica, danza e voce guidano il pubblico in una fruizione lenta e partecipata. Interspazi/Confluenze diventa così un luogo di possibilità, “uno spazio in cui sostare e concedersi una breve fuga dall’ordinario”, come affermato nelle comunicazioni social dai suoi ideatori ed organizzatori.

Narhval Edizioni — di cui abbiamo già scritto in occasione del Rarreca Book Festival di Caggiano (SA) e dell’evento “La notte dei Mulini” — è una casa editrice indipendente, libera e visionaria, fondata nel 2024 a San Rufo (SA). Ama definirsi “un cervello collettivo, sede di incontri e scontri generativi”. Prende il nome dal narvalo, l’“unicorno del mare” che nuota nelle acque del Nord: un animale raro, strano e per questo simbolo di libertà. Nel raccontare se stessa, la casa editrice afferma: “Narhval esplora la sua identità, fugge il rumore e cerca la luce”. Una dichiarazione che qualifica l’essenza della sua linea editoriale, fondata sull’unicità del libro e sulla ricerca di testi capaci di travalicare il tempo. In questo contesto, il format Interspazi/Confluenze diventa la naturale espressione dell’identità di questa giovane, ma già raffinata realtà culturale.

L’evento propone un programma ricco e diversificato, che il pubblico potrà apprezzare attraverso i coinvolgenti artisti presenti. Il cuore della serata vedrà impegnata Enzina Cappelli, curatrice di una performance di danza ispirata ai testi di Oppio per Ovidio e coideatrice del progetto protagonista della serata. La lettura ad alta voce – eseguita da Gabriella Ripamonti – con cui corpo e parola dialogano tra di loro, accompagnerà l’esibizione amplificando il tema della trasformazione.

Gli spazi di Schifa Lab ospiteranno inoltre:

  • una mostra di opere autografe di Jole Tognelli, pittrice e poetessa “sommersa”, da osservare da vicino;
  • una sala lettura interattiva, con giochi e dispositivi testuali pensati per muoversi tra i testi e lasciare tracce;
  • un progetto grafico-editoriale che racconta il lavoro di Narhval Edizioni come processo, attraverso un rullo in lucido tecnico (1×4 m) ideato da Martina Cusin e Francesco Caggiano.

A tenere insieme i passaggi della serata sarà la musica: le selezioni di Francesco Neto Ciliberto – Discoteca Flegrea dj set e il suo doppio, accompagneranno il pubblico.

Non mancherà la zona ristoro, che sarà assicurata dalla Locanda San Cipriano con proposte culinarie della tradizione gastronomica locale.

L’iniziativa è stata inoltre realizzata  grazie alla collaborazione con Archivio Atena, il Comune di Atena Lucana e l’Associazione Monte Pruno Giovani, a dimostrazione di come la cooperazione tra realtà diverse possa generare progetti culturali di valore sul territorio.

Esplode una bombola di GPL nella notte a Napoli: palazzina inagibile, nessun ferito

Napoli – Una forte esplosione ha scosso la notte napoletana poco dopo la mezzanotte in via Generale D’Ambrosio, nel quartiere San Carlo Arena. A provocarla, secondo le prime ipotesi, sarebbe stata una perdita di gas da una bombola di GPL.

Non si registrano feriti. Lo scoppio è avvenuto all’interno di un appartamento disabitato al piano terra, che è stato completamente sventrato dalla deflagrazione. I danni strutturali hanno reso inagibile l’intera palazzina, costringendo allo sgombero precauzionale di 13 residenti.

Sul posto sono intervenuti i Carabinieri, i Vigili del Fuoco e la Protezione Civile per mettere in sicurezza l’area e verificare la stabilità dell’edificio. Le indagini per accertare l’esatta dinamica dell’accaduto sono state affidate ai Carabinieri della stazione di Napoli San Pietro a Patierno.

Strage da monossido di carbonio in Toscana: morta famiglia di 4 persone

Porcari – Una intera famiglia è stata stroncata nella serata di ieri, mercoledì 4 febbraio 2026, da un’insidiosa intossicazione da monossido di carbonio nella propria abitazione di via Galgani, nella frazione di Rughi, comune di Porcari, in provincia di Lucca.

Le vittime – tutte appartenenti allo stesso nucleo familiare di origine albanese – sono il padre di circa 48 anni, la madre di circa 43 anni, un figlio maschio di circa 22 anni e una figlia di 16 (o 15) anni.

I quattro sono stati trovati senza vita all’interno della casa poco prima delle 22, quando una pattuglia dei Carabinieri e i Vigili del Fuoco, allertati da alcuni vicini che avevano avvertito un forte odore di gas, hanno fatto irruzione nell’abitazione satura del mortale gas inodore.

Una quinta persona, molto probabilmente un altro componente della famiglia o un parente presente in casa, è stata invece rinvenuta ancora in vita, sebbene in condizioni gravissime: trasportata in codice rosso all’ospedale Cisanello di Pisa, lotta per la sopravvivenza.

Durante le concitate fasi del soccorso, tre carabinieri che per primi sono entrati nell’immobile senza adeguati dispositivi di protezione sono rimasti lievemente intossicati dalle esalazioni ancora presenti.

I militari sono stati immediatamente assistiti sul posto e le loro condizioni non destano preoccupazione.Sul luogo della tragedia sono intervenute numerose squadre di soccorso: ambulanze della Croce Rossa di Lucca, della Croce Verde di Porcari e della Misericordia di Santa Gemma Galgani, oltre ai Vigili del Fuoco.

Sul posto è stato inizialmente fatto convergere anche l’elisoccorso Pegaso, poi fatto rientrare una volta constatato il decesso delle quattro persone.Le prime indagini e i rilievi tecnici puntano con forza verso un malfunzionamento della caldaia come causa della fuga di monossido di carbonio, il cosiddetto “killer silenzioso” che troppe volte, soprattutto in inverno, si rivela fatale nelle abitazioni private.

Gli inquirenti stanno accertando se fossero stati effettuati regolarmente i controlli e la manutenzione dell’impianto.La comunità di Rughi e di Porcari è sotto choc per una tragedia che ha spezzato un nucleo familiare in pochi minuti, lasciando un superstite in bilico tra la vita e la morte.

Scoperta banca fantasma: 500 truffati in tutta Italia per oltre 4 milioni di euro

Ancona – Una banca parallela, abusiva e perfettamente organizzata, capace di inghiottire i risparmi di una vita promettendo rendimenti da sogno. È questo lo scenario scoperchiato dai militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Ancona con l’operazione “Golden Tree”.

Un’inchiesta complessa, coordinata dalla Procura della Repubblica dorica, che ha portato alla luce un presunto sodalizio criminale transnazionale, responsabile di aver movimentato oltre 4 milioni di euro ai danni di più di 500 persone su tutto il territorio nazionale.

La trappola della “community” e l’app fake

Il meccanismo truffaldino, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, si nascondeva dietro una facciata rassicurante: una presunta “community” dedicata al benessere degli iscritti. In realtà, questa struttura serviva da schermo per un istituto bancario privo di qualsiasi autorizzazione, con ramificazioni operative in Polonia e Bulgaria. L’organizzazione offriva servizi finanziari completi: apertura di conti esteri, prestiti e proposte d’investimento ad alto rendimento.

Per eludere i controlli dell’antiriciclaggio, i profitti venivano giustificati con la causale “cashback”. A rendere il tutto credibile agli occhi delle vittime contribuivano strumenti all’apparenza professionali: carte di debito fisiche personalizzate e un’applicazione digitale che simulava, in tutto e per tutto, un servizio di home banking.

Lo schema Ponzi e il reclutamento social

Le indagini hanno svelato un classico, quanto letale, Schema Ponzi. Il sistema si autoalimentava grazie a un aggressivo passaparola e all’uso dei social network, trasformando le vittime stesse in carnefici involontari: gli investitori venivano infatti incentivati a diventare “promotori”, ricevendo compensi proporzionali al numero di nuovi clienti reclutati.

La rete si è estesa a macchia d’olio toccando le province di Ancona, Roma, Milano, Palermo, Torino, Bari e Napoli. Nel mirino dei truffatori è finita una platea trasversale, dai ventenni ai pensionati di 85 anni. Molti di loro hanno versato i risparmi di una vita, le liquidazioni o persino denaro ottenuto indebitandosi, fidandosi ciecamente dei falsi promotori finanziari.

Dalle cene di gala alle crypto: dove finivano i soldi

Il castello di carte è crollato quando il flusso di denaro in entrata non è più bastato a coprire le richieste di rimborso. A quel punto, i rubinetti si sono chiusi: niente più interessi, né restituzione del capitale.

Secondo le Fiamme Gialle, le somme confluite nelle tasche del presunto dominus dell’organizzazione venivano utilizzate per spese personali di lusso, per organizzare eventi conviviali ed attrarre nuove prede, e soprattutto per investimenti altamente speculativi, come l’acquisto di oro fisico e criptovalute, rendendo il denaro difficile da tracciare.

Al termine del blitz, eseguito tra Marche, Abruzzo e Lombardia, quattro persone sono state denunciate all’Autorità Giudiziaria. Le accuse sono pesanti: abusivismo finanziario, attività bancaria abusiva, truffa e autoriciclaggio.

Scattate misure cautelari personali per due indagati e il sequestro preventivo di 15 conti correnti tra Italia e Polonia. La piattaforma online utilizzata per gestire la frode è stata oscurata.

Omicidio di Arzano, l’ombra dell’errore di persona

Potrebbe essere stato vittima di un clamoroso errore di persona Rosario Coppola, 52 anni, ucciso nella serata di ieri ad Arzano, in via Sette Re.

Un agguato in piena regola, con modalità tipicamente camorristiche, che però presenta un elemento spiazzante: la vittima, pur con vecchi precedenti di polizia, non aveva legami con la criminalità organizzata.

L’agguato e la fuga disperata

Coppola era a bordo della sua auto, una Smart, insieme ad Antonio Persico, 25 anni, incensurato, quando è scattato l’attacco armato. Secondo le prime ricostruzioni dei carabinieri, i colpi di pistola sarebbero stati esplosi in via Alberto Barone, dove l’auto sarebbe stata affiancata da un motociclo con almeno un sicario a bordo.

Dopo i primi spari, nonostante fosse già gravemente ferito, il conducente avrebbe tentato una fuga disperata, proseguendo la corsa fino a via Sette Re, probabilmente nel tentativo di chiedere aiuto. Ma per il 52enne non c’è stato nulla da fare: è morto sul colpo, raggiunto da proiettili risultati fatali.

Il ferito: “Non era lui il bersaglio?”

Antonio Persico è rimasto ferito a un braccio. Soccorso e trasportato all’ospedale San Giuliano di Giugliano, non è in pericolo di vita.

La sua testimonianza viene considerata centrale per le indagini: sarà lui a dover chiarire cosa è accaduto in quei minuti concitati, ma anche a spiegare la natura del rapporto con la vittima, vista la sensibile differenza d’età.

La pista più inquietante: uno scambio di persona

Ma l’elemento che più di ogni altro sta orientando l’inchiesta è un dettaglio emerso nelle ultime ore: Rosario Coppola somigliava in modo impressionante a un presunto boss di camorra, ritenuto vicino al clan Monfregolo, recentemente scarcerato e residente nella stessa zona.

Un particolare che apre uno scenario inquietante: se confermato, l’omicidio potrebbe essere frutto di uno scambio di persona, un errore fatale che avrebbe portato i killer a colpire l’uomo sbagliato.

Indagini serrate: telecamere e cellulari sotto esame

Le indagini sono condotte dai carabinieri della Tenenza di Arzano e della Sezione Operativa di Casoria, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Gli investigatori hanno già acquisito le immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti nella zona dell’agguato e lungo il tragitto percorso dall’auto.

Sotto la lente anche i telefoni cellulari della vittima e del ferito, per ricostruirne contatti, frequentazioni e spostamenti. In parallelo vengono ascoltati familiari e amici, un lavoro meticoloso tipico della fase preliminare di un’inchiesta per omicidio.

Un delitto che parla il linguaggio della camorra

Le modalità dell’agguato — l’affiancamento in moto, i colpi esplosi a distanza ravvicinata, l’esecuzione rapida — richiamano chiaramente un’azione di stampo camorristico. Eppure Rosario Coppola, nonostante fosse noto alle forze dell’ordine per vecchi precedenti, non risultava inserito in contesti criminali organizzati.

Faceva l’imbianchino. Quando è stato ucciso indossava ancora gli abiti da lavoro, un dettaglio che restituisce l’immagine di una vita ordinaria spezzata all’improvviso.

Ora spetta agli investigatori sciogliere il nodo: bersaglio sbagliato o omicidio con movente ancora da decifrare? La risposta potrebbe arrivare dalle parole del giovane ferito e dalle immagini delle telecamere. In gioco, c’è la verità su un delitto che ha sconvolto Arzano.

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