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Santa Maria Capua Vetere, droga per i detenuti nascosta nella carne sottovuoto

Santa Maria Capua Vetere – Una soffiata? No, solo la professionalità e l’occhio clinico degli agenti. La Polizia Penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere ha messo a segno un nuovo e significativo colpo al traffico di droga interno, intercettando quasi mezzo chilo di hashish abilmente occultato in un pacco destinato a un detenuto.

L’operazione, avvenuta nella mattinata di ieri, 4 dicembre 2025, ha impedito che un ingente quantitativo di stupefacente inondasse il circuito detentivo, con evidenti ricadute sulla sicurezza e l’ordine interno.

Il trucco del sottovuoto

L’episodio si è verificato durante il regolare orario dei colloqui. La moglie di un recluso, presentatasi per la visita, ha tentato di far arrivare al congiunto un pacco contenente, tra le altre cose, nove confezioni di carne cruda sottovuoto.

È stato proprio quel dettaglio, un’anomalia nel confezionamento o un particolare che ha destato il sospetto del personale addetto al controllo della “Ruota Pacchi”, a far scattare l’ispezione più accurata. L’abilità dell’occultamento era notevole: la sostanza stupefacente, risultata essere hashish per un peso complessivo di quasi 500 grammi, era stata piazzata con meticolosa cura all’interno della carne, sigillata poi nuovamente nel sottovuoto. Solo la profonda esperienza e l’intuito degli agenti hanno permesso di scovare il carico illecito, che è stato immediatamente sequestrato.

Il plauso dei sindacati: “Siamo il baluardo”

L’operazione ha raccolto il plauso incondizionato delle rappresentanze sindacali, che non mancano di sottolineare il valore del Corpo in un contesto di crescenti difficoltà.

Il Si.N.A.P.Pe ha espresso profonda riconoscenza ai due Sovrintendenti capo responsabili del reparto e ai colleghi del settore Colloqui, insieme al funzionario di Polizia Penitenziaria responsabile e al Comandante di Reparto per il coordinamento puntuale.

«Quanto accaduto dimostra, ancora una volta, come la sicurezza degli istituti poggi soprattutto sulla professionalità, sull’esperienza e sull’intuito operativo delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria» – ha dichiarato il Segretario Generale Aggiunto del Si.N.A.P.Pe, Luigi Vargas. Ha poi aggiunto: «In un contesto in cui si sperimentano continuamente nuove e più sofisticate modalità per introdurre droga e oggetti non consentiti in carcere, il Corpo continua a rappresentare il baluardo più efficace a tutela della legalità».

Pasquale Gallo, Segretario Nazionale Si.N.A.P.Pe, ha rincarato la dose, sottolineando come l’operazione sia avvenuta «nonostante la cronica carenza di personale e le difficoltà operative quotidiane».

L’appello: riconoscimento e investimenti

La vicenda si chiude con un forte appello all’Amministrazione penitenziaria. I sindacati, per voce del dirigente Giuseppe Del Gaudio, chiedono che episodi come questo non restino nel silenzio, ma si traducano in un concreto riconoscimento per il personale coinvolto, sia sul piano istituzionale che organizzativo.

L’esigenza è chiara: «investimenti in formazione, tecnologie di controllo e potenziamento degli organici, perché il contrasto all’ingresso di stupefacenti in carcere non può essere lasciato solo al sacrificio e alla buona volontà dei singoli operatori».

Il Si.N.A.P.Pe auspica un segnale che valorizzi l’altissimo senso del dovere della Polizia Penitenziaria, specialmente alla luce della grave carenza di organico e delle pesanti criticità che il personale affronta quotidianamente nelle carceri italiane.

Terra dei fuochi, videosorveglianza integrata su 56 comuni

Napoli – Un’autentica svolta nella lotta agli ecomostri della Terra dei Fuochi. Il Prefetto di Napoli, Michele Di Bari, ha impresso un’accelerazione decisiva al piano di prevenzione contro gli sversamenti abusivi e i roghi tossici, riunendo, nel pomeriggio del 4 dicembre scorso, i sindaci dei 56 Comuni dell’area metropolitana più colpita dal fenomeno.

L’obiettivo è ambizioso: coprire le aree più a rischio con un sistema dedicato e integrato di videosorveglianza, trasformando di fatto il territorio in una “rete invisibile” di controllo h24. Non si tratta di semplici telecamere, ma di un’infrastruttura pensata per dialogare in tempo reale.

L’Architettura del Nuovo Controllo

Il cuore operativo di questa nuova progettualità sarà la control room interforze già attiva da ottobre scorso presso il Comando Carabinieri Forestale Campania. La nuova rete di videosorveglianza comunale sarà integralmente collegata a questo centro nevralgico, garantendo una visione d’insieme e una risposta immediata da parte di tutte le forze in campo.

Durante l’incontro, il Prefetto ha chiesto ai Comuni un impegno concreto e celere:

Verifica degli impianti esistenti: Valutare la funzionalità delle telecamere già operative.

Connessione alla rete unificata: Fornire i dati tecnici per la connessione alla control room interforze.

Progettualità mirate: Indirizzare i nuovi investimenti e i progetti in corso verso l’obiettivo di rafforzare la prevenzione degli illeciti ambientali.

Formazione e Normativa: L’Omogeneità degli Interventi

L’integrazione tecnologica sarà affiancata da un piano di formazione comune in materia ambientale. L’iniziativa è cruciale per diffondere strumenti e modalità di intervento omogenee, assicurando che ogni ente operi con la stessa efficacia. Particolare attenzione sarà data alle novità introdotte dal recente d.l. 8 agosto 2025 n. 116, che ha inasprito le sanzioni e i meccanismi di contrasto agli ecoreati.

A supporto dell’azione sul campo, l’Arma dei Carabinieri curerà la distribuzione di appositi vademecum, fornendo una guida pratica e aggiornata per gli interventi.

Alla riunione, che ha sancito la ripartenza di un fronte comune, erano presenti tutte le principali autorità di sicurezza e controllo: il Comandante regionale dei Carabinieri forestali, i rappresentanti della Questura, dei Comandi provinciali di Carabinieri e Guardia di Finanza, della Polizia Stradale, il Comandante dell’Esercito (II Raggruppamento Campania – Operazione Strade Sicure) e i referenti del Commissario Straordinario alle periferie e dell’Incaricato per la Terra dei Fuochi. L’unione di intenti tra istituzioni centrali, forze dell’ordine ed enti locali sembra finalmente pronta per dare il colpo di grazia al fenomeno dei roghi tossici.

Tragedia a Houston: papà travolto davanti alla scuola dei figli. Il Cilento piange Nino Ruocco

Una vita spezzata davanti agli occhi dei propri figli. Nino Ruocco, 42 anni, chimico originario di Orria ma residente da anni a Houston, in Texas, è morto investito mentre attendeva i suoi bambini all’uscita da scuola. Un attimo, una distrazione fatale, e quella che doveva essere una giornata normale si è trasformata in tragedia.

La dinamica dell’incidente è ancora al vaglio delle autorità locali di Harris County, ma il dolore ha già attraversato l’oceano Atlantico, raggiungendo la piccola comunità del Cilento che oggi piange uno dei suoi figli migliori.

Dal Cilento al Texas: una carriera brillante

Nato ad Agropoli nel 1983 e cresciuto a Orria, Nino aveva costruito un percorso professionale di tutto rispetto. Dopo la laurea in Chimica, aveva intrapreso una carriera internazionale: prima la Germania, poi, dal 2016, il grande salto negli Stati Uniti. A Houston lavorava per una prestigiosa azienda americana, dove si era fatto apprezzare per competenza e dedizione.

Ma il suo successo più grande lo aveva costruito in famiglia: la moglie Jarvis Maria Isabel e i due figli, Pantaleon di 8 anni e Carmen Alicia di 5, erano il suo orgoglio. Proprio loro, che ora dovranno crescere senza il loro papà.

Il viaggio dei genitori verso l’abisso del dolore

Questa mattina Pantaleo e Felicia, i genitori di Nino, originari di Salento ma da anni punto di riferimento nella comunità di Orria, sono partiti alla volta degli Stati Uniti. Un viaggio che nessun genitore dovrebbe mai fare: quello per abbracciare una nuora rimasta vedova e due nipotini rimasti orfani.

A Orria, intanto, lo sgomento si mescola ai ricordi. Tanti lo descrivono come un giovane brillante ma umile, rispettoso, capace di lasciare il segno ovunque andasse. “Era uno di quelli che ce l’avevano fatta, ma senza mai dimenticare le proprie radici”, racconta chi lo ha conosciuto.

Mentre le indagini cercano di fare chiarezza su un incidente tanto assurdo quanto devastante, resta il vuoto. Quello di una famiglia spezzata, di una comunità che perde un figlio, di due bambini che dovranno imparare a convivere con un’assenza troppo grande per essere accettata.

Il Cilento oggi è più piccolo. E Houston, quella città texana che Nino aveva scelto come casa, porta ora il peso di una tragedia che non dimenticherà.

Vomero,“La Strada della Vergogna”: Voragini e degrado mettono a rischio bambini e mezzi di soccorso

Napoli  – Da tempo, gli assi viari della città sono vittime di un degrado che ormai rasenta l’inaccettabile. Via Luigia Sanfelice al Vomero è solo l’ultimo, clamoroso esempio di una gestione superficiale e negligente delle infrastrutture urbane. Una strada ridotta a un campo di crateri, dove automobilisti, motociclisti e ciclisti sono costretti ogni giorno a una pericolosa gincana per evitare le voragini che solcano il manto stradale.

Le immagini inviate da un cittadino al deputato Francesco Emilio Borrelli raccontano una realtà allarmante: asfalto sbriciolato, buche profonde, avvallamenti estesi e pozzetti fuori sede. Un vero e proprio paesaggio lunare, che nulla ha da invidiare ai crateri cosmici, ma che in realtà è frutto di lavori approssimati e di una manutenzione pressoché inesistente.

L’eco delle proteste

La denuncia di Borrelli, affiancato dai consiglieri municipali di Europa Verde Rino Nasti e Luca Bonetti, è netta: “La situazione di Via Luigia Sanfelice è inaccettabile. Il dissesto si è aggravato dopo i recenti lavori di rifacimento degli impianti dell’ABC, eseguiti con una tale superficialità da generare nuove e più ampie voragini. Questo non è manutenzione, è incuria”.

A rendere ancora più grave la situazione, la presenza di una scuola materna proprio nel tratto più colpito dal degrado. “Bambini, genitori e personale scolastico sono costretti a transitare ogni giorno in un contesto di pericolo inaccettabile”, denunciano i rappresentanti verdi. “Inoltre, le condizioni del manto stradale ostacolano il passaggio di ambulanze e mezzi di soccorso, vanificando la rapidità richiesta in situazioni di emergenza”.

Appello e richiesta di responsabilità

“Non possiamo tollerare che i cittadini paghino le conseguenze di lavori eseguiti con tale approssimazione”, prosegue Borrelli. “Denunceremo formalmente quanto accaduto e chiederemo che la ditta responsabile dei ripristini ABC intervenga immediatamente. Chi non ha vigilato e chi ha eseguito lavori di tale squallore deve rispondere di questa inerzia criminale che mette in serio pericolo l’incolumità pubblica”.

L’appello è chiaro: serve un intervento risolutivo e immediato per restituire dignità e sicurezza a Via Luigia Sanfelice, restituendo una strada vivibile ai residenti, ai bambini e ai mezzi di soccorso che ne hanno bisogno.

Sorpreso con il kit del ladro: 45enne bloccato e denunciato a Barra

Napoli – Nuovo colpo all’illegalità nell’ambito dei servizi straordinari di controllo del territorio disposti dalla Questura di Napoli per contrastare la microcriminalità e la detenzione abusiva di arnesi atti allo scasso.Nella notte appena trascorsa, la prontezza degli agenti del Commissariato San Giovanni-Barra ha portato alla denuncia di un 45enne napoletano, già noto alle forze dell’ordine, per possesso ingiustificato di chiavi alterate o di grimaldelli.

L’episodio si è verificato in via Gerardo Chiaromonte. I poliziotti, impegnati nel pattugliamento, hanno notato un uomo con un atteggiamento sospetto aggirarsi nei pressi del complesso scolastico Rodinò. Non appena si è accorto della presenza della Volante, il 45enne ha tentato di darsi alla fuga con passo frettoloso, cercando di eludere il controllo.La reazione degli agenti è stata immediata: l’uomo è stato raggiunto e bloccato dopo un breve inseguimento.

La successiva perquisizione ha confermato i sospetti. Il 45enne è stato trovato in possesso di un vero e proprio kit da scasso: un paio di forbici, un’asta in metallo e due cacciaviti.

La Polizia di Stato sta ora compiendo ulteriori e approfondite verifiche. Gli strumenti rinvenuti e la posizione del fermato, intercettato proprio vicino alla scuola, hanno fatto scattare un’indagine per accertare eventuali collegamenti tra il 45enne e i recenti episodi di furto che hanno interessato lo stesso complesso scolastico.

Le indagini mirano a stabilire se l’uomo sia l’autore dei precedenti raid delittuosi. L’operazione rientra nel più ampio piano di contrasto ai fenomeni criminosi voluti dalla Questura per garantire maggiore sicurezza ai cittadini.

Pedane abusive, gare pilotate e pressioni sui tecnici: sei interdizioni al Comune di Torre del Greco

Pedane abusive e pressioni sugli uffici: scatta la stretta di Carabinieri e Municipale -Nella mattinata odierna i Carabinieri della Compagnia di Torre del Greco e la Polizia Municipale hanno dato esecuzione a un’ordinanza applicativa di misure cautelari interdittive emessa dal GIP di Torre Annunziata su richiesta della Procura. Sei gli indagati — tra dirigenti, professionisti e imprenditori — gravemente indiziati di falso ideologico in atto pubblico, truffa ai danni della Pubblica Amministrazione e tentata concussione.

La misura cautelare ruota attorno a tre filoni investigativi, tutti legati alla gestione delle aree demaniali della zona di via Principal Marina e ai rapporti tra uffici comunali e imprenditori del settore della ristorazione.

Le tre vicende sotto la lente degli inquirenti

1. Le pedane abusive del 2021
Secondo gli investigatori, nell’estate 2021 sarebbero state realizzate due pedane in area demaniale marittima da parte delle società ATI Gusto e Voce del Mare (ristorante Yachting Club). Strutture ritenute abusive, poi sottoposte a sequestro: formalmente installazioni amovibili, ma in realtà ancorate stabilmente agli scogli tramite pali metallici. Opere eseguite senza titolo edilizio, sulla base di una semplice SCIA priva di autorizzazione paesaggistica, inizialmente dichiarata improcedibile e poi “salvata” dalla dirigente del SUAP.

2. La gara del 2016 per la concessione demaniale
Le indagini avrebbero inoltre fatto emergere anomalie nella procedura di gara del 2016 per l’assegnazione di un’area destinata alla ristorazione. L’ATI Gusto, pur formalmente società distinta, sarebbe risultata comunque riconducibile allo stesso imprenditore titolare della srl Voce del Mare, in violazione del divieto di partecipare con più soggetti allo stesso bando. Secondo la Procura, la seconda società sarebbe stata acquistata tramite prestanome proprio per eludere le regole.

3. Tentata concussione per il dissequestro dello Yachting Club
Il terzo episodio riguarda la dirigente del Servizio Antiabusivismo del Comune, accusata di aver esercitato pressioni sui suoi funzionari affinché attestassero falsamente la completa eliminazione degli abusi edilizi all’interno dello Yachting Club. Una relazione che, se inviata al GIP, avrebbe comportato il rigetto dell’istanza di dissequestro. Al diniego dei tecnici, la dirigente avrebbe avocato a sé il fascicolo, redigendo una relazione ritenuta mendace.

Le misure interdittive e i destinatari

Il GIP ha disposto misure interdittive per periodi da 6 a 12 mesi nei confronti di:
Antonio Sarnello, dirigente UTC – interdizione dai pubblici uffici (6 mesi) per falso.
Claudia Sacco, ex dirigente SUAP – interdizione dai pubblici uffici (12 mesi) per falso.
Maria Gabriella Camera, dirigente Antiabusivismo – interdizione dai pubblici uffici (12 mesi) per tentata concussione e falso.

Pietro Paolo Palumbo, avvocato – divieto di esercitare la professione (12 mesi) per truffa ai danni del Comune. Giovanni Salerno, ingegnere ed ex dirigente UTC – divieto di esercitare la professione (12 mesi) per falso. Giuseppe Fornito, imprenditore – divieto di esercitare attività d’impresa (12 mesi) per truffa.

Le valutazioni del GIP: “Capacità di condizionare gli uffici”

L’ordinanza descrive un quadro definito “particolarmente grave” dal giudice:
Giuseppe Fornito è indicato come beneficiario e promotore delle condotte illecite, capace di condizionare l’azione amministrativa.

Giovanni Salerno è descritto come un professionista con una forte influenza sugli uffici, al punto da “indirizzare” l’azione amministrativa secondo interessi privati, arrivando a stigmatizzare l’operato del SUAP per ottenere l’esito desiderato.

L’avvocato Palumbo, cognato di Fornito, avrebbe svolto un ruolo attivo nell’operazione di acquisizione dell’ATI Gusto tramite prestanomi.

Claudia Sacco, ex dirigente SUAP, avrebbe asservito l’azione amministrativa alle esigenze dell’imprenditore, avocando a sé pratiche che i funzionari ritenevano prive dei requisiti.
Maria Gabriella Camera avrebbe esercitato pressioni intimidatorie sui tecnici, causando — secondo il GIP — lo svuotamento del servizio e il burnout del responsabile, costretto a chiedere il demansionamento pur di non firmare atti ritenuti falsi.

Antonio Sarnello viene accusato di aver minimizzato irregolarità sostanziali, sostenendo in una relazione che le anomalie riscontrate sulle pedane rientrassero nella “tolleranza di cantiere”, senza rilevare gli ancoraggi abusivi agli scogli.

L’integrità dei funzionari che si sono opposti

Il GIP sottolinea anche la condotta esemplare del responsabile del servizio antiabusivismo e di due tecnici comunali: malgrado pressioni e timori di azioni disciplinari, si sarebbero rifiutati di redigere relazioni compiacenti sul caso Yachting Club, arrivando a chiedere il trasferimento o accettare il demansionamento pur di non attestare il falso.

A Seiano arriva il Villaggio del Gusto: il borgo si accende per il Natale

A Seiano il Natale non arriva di colpo, ma affiora come una lenta carezza tra pietre, vicoli e terrazze affacciate sul mare. Nei due fine settimana del 6 e 7 dicembre e poi del 13 e 14, il borgo di Vico Equense abbraccia il “Villaggio del Gusto”, una festa che trasforma il quartiere in un universo pulsante dove luci, profumi e riti diventano il ritmo stesso delle giornate. Le bancarelle risplendono tra l’odore dei fritti, delle minestre maritate e dei dolci di memoria antica, mentre artigiani e laboratori creativi rianimano una comunità che, tra mani sporche di colori e oggetti fatti a mano, ritrova la propria identità. I bambini corrono verso la casa degli elfi e Babbo Natale li accoglie in un microcosmo sospeso, mentre la fattoria didattica “Nanometrozero”, aperta ogni giorno dalle 13 alle 19, restituisce al borgo giochi e racconti pensati per le famiglie.

La musica, compagna discreta ma essenziale, punteggia l’intero percorso. Sabato 6 dicembre l’arrivo dei “The Blue Gospel Singers” annuncia una vibrazione quasi spirituale che scalda la piazzetta quando il buio inizia a calare. Il giorno seguente, il tono si sposta verso l’ironia con la tombolata-show di Luisa Esposito e Francesco Viglietti attorno alle 13, prima che la voce calda di Lorena Bartoli avvolga i vicoli in un pomeriggio dal sapore intimo; a chiudere la serata, la proiezione collettiva di Napoli–Juventus, che a Seiano diventa una sorta di rito popolare. Sabato 13 dicembre la festa assume una cadenza più antica grazie alla “’A Paranza ro Tramuntan”, che riporta tra le stradine il suono della tradizione, quella che nasce dalla terra e dal mare e si intreccia con storie tramandate sottovoce. Domenica 14 la giornata si apre con la tombolata-show di Marco Palmieri e scivola verso la conclusione con la voce elegante e confidenziale di Nick Cavaliere.

Tutto prende forma grazie all’Associazione “Gens Seja”, impegnata dal 2016 nel custodire e rilanciare l’anima del territorio. «Il Villaggio del Gusto – spiega il presidente Ciro Buonocore – non è soltanto una festa, ma un ponte simbolico tra passato e presente, un modo per raccontare chi siamo e per restituire al borgo una dimensione familiare, accogliente, autentica». L’arrivo è semplice anche per chi viene da fuori: oltre alla Circumvesuviana, bus navetta dal centro di Vico Equense raggiungono le aree di parcheggio di via Mirto e via Raffaele Bosco, collegate da un servizio dedicato.

Pompei, scoperte nel quartiere servile: spuntano fave e frutta, prove sulla dieta degli schiavi

Nel quartiere servile della villa di Civita Giuliana, alle porte di Pompei, gli scavi finanziati con la Legge di Bilancio 2024 gettano nuova luce sulle condizioni di vita dei lavoratori schiavizzati. Il ritrovamento di anfore colme di fave e di un grande cesto di frutta — pere, mele o sorbe — nel piano superiore della struttura offre uno squarcio sorprendente sulla loro alimentazione, rivelando un paradosso già suggerito dalle fonti antiche: uomini, donne e bambini considerati “strumenti parlanti” potevano ricevere cure nutrizionali superiori rispetto ai cittadini liberi più poveri.

Secondo l’E-Journal degli Scavi di Pompei, gli alimenti trovati in uno degli ambienti al primo piano costituivano integratori preziosi all’interno di una dieta basata sul grano. Le piccole celle da 16 metri quadrati, ognuna con fino a tre letti, ospitavano lavoratori il cui valore economico poteva raggiungere migliaia di sesterzi. Per preservare la loro forza e tenere lontane malattie legate alla malnutrizione, i proprietari integravano la dieta con vitamine e proteine, assicurando così la piena efficienza di quella manodopera agricola così essenziale.

La conservazione dei prodotti al piano superiore rispondeva probabilmente a una doppia esigenza: proteggerli dai roditori, già numerosi nei locali terranei privi di pavimento, e garantire un rigido controllo dei razionamenti. È plausibile che il padrone avesse affidato la gestione della dispensa ai servi più fidati, un meccanismo di sorveglianza interna che trova conferma nelle analisi precedenti del quartiere servile.

Le stime indicano che i cinquanta lavoratori della villa consumassero annualmente oltre 18mila chili di grano, ricavati da una superficie di almeno 25 ettari. Eppure, pur immersi in un sistema disumano, alcuni schiavi delle ville pompeiane risultavano meglio nutriti dei cittadini liberi costretti a dipendere dall’elemosina degli esponenti più influenti della città.

Gli scavi recenti hanno inoltre portato alla luce calchi significativi: l’anta di una porta a doppio battente con borchie in ferro, probabilmente quella che dal portico conduceva al corridoio del sacrario; un attrezzo agricolo riconducibile a un aratro a spalla o a una stegola; e un’altra grande anta, forse in riparazione, rinvenuta nei pressi della stanza del carpentiere.

“È nei casi come questo che l’assurdità del sistema schiavistico antico diventa palese,” osserva il direttore del Parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel. “Esseri umani vengono trattati come attrezzi, come macchine, ma l’umanità non si può cancellare così facilmente. Respiriamo la stessa aria, mangiamo le stesse cose, a volte gli schiavi mangiano persino meglio dei cosiddetti liberi”. Zuchtriegel richiama anche le riflessioni di Seneca e San Paolo, ricordando che “alla fine siamo tutti schiavi in un senso o nell’altro, ma possiamo anche tutti essere liberi, almeno nell’anima”. E aggiunge che la schiavitù, pur mutando forme e nomi, “è ancora una realtà a livello globale”, con stime che parlano di oltre 30 milioni di persone coinvolte.

La villa di Civita Giuliana è da anni al centro di indagini complesse, avviate nel 2017 in collaborazione con la Procura di Torre Annunziata per contrastare il saccheggio sistematico dell’area. Le campagne del 2023–24 hanno permesso di esaminare per la prima volta lo spazio tra il settore residenziale e quello servile, verificando l’attendibilità delle informazioni raccolte durante le inchieste giudiziarie.

È ora in corso il progetto “Demolizione, scavo e valorizzazione in località Civita Giuliana”, che prevede l’abbattimento di due costruzioni sul quartiere servile e l’ampliamento delle indagini archeologiche. L’obiettivo è ottenere un quadro più completo della planimetria della villa e sviluppare nuove strategie di conservazione e valorizzazione di un’area che, a ogni scavo, continua a restituire frammenti concreti e drammatici della vita quotidiana nell’antica Pompei.

Odg Campania, radiato il telecronista che insultò arbitra durante partita di Eccellenza ad Agropoli

La vicenda che nel marzo 2025 aveva indignato il mondo del calcio e della comunicazione trova il suo epilogo più severo. L’Ordine dei Giornalisti della Campania ha disposto la radiazione del telecronista Sergio Vessicchio dall’albo dei pubblicisti, a seguito delle frasi sessiste rivolte all’arbitra Annalisa Moccia durante la telecronaca di Agropoli-Sant’Agnello, gara del campionato di Eccellenza.

Quelle parole, diffuse rapidamente sui social, avevano provocato una reazione immediata. “È uno schifo, una cosa impresentabile per un campo di calcio. È uno schifo vedere le donne venire a fare gli arbitri in un campionato in cui le società spendono centinaia di migliaia di euro, è una barzelletta della Federazione una cosa del genere”, aveva dichiarato Vessicchio in diretta, attaccando senza mezzi termini l’assistente arbitrale designata dal Cra Campania.

Le sue affermazioni erano state condannate dall’Associazione italiana arbitri, con il presidente Marcello Nicchi che si era detto “sconcertato per le inqualificabili e discriminatorie espressioni utilizzate dal giornalista Sergio Vessicchio nei confronti della nostra associata Annalisa Moccia, solo perché donna”. L’Aia, dopo aver espresso solidarietà all’arbitra e a tutte le colleghe, aveva segnalato il caso al Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio e alle forze dell’ordine, dando mandato ai propri legali di procedere a tutela della categoria.

L’Odg Campania aveva inizialmente sospeso Vessicchio, anche alla luce di precedenti comportamenti contestati. Da quella sospensione era nato un procedimento disciplinare per recidiva, culminato ora con la radiazione. Una decisione che chiude una pagina amara e rilancia il tema del rispetto nel mondo sportivo e nelle professioni dell’informazione.

Bufera sul calcio in Turchia, scandalo scommesse: arrestati giocatori di Fenerbahce e Galatasaray

La Turchia del calcio è scossa da un’ondata giudiziaria senza precedenti. La Procura di Istanbul ha emesso una serie di mandati di arresto che hanno colpito decine di giocatori, dirigenti e figure di rilievo del movimento calcistico nazionale, nell’ambito dell’inchiesta sul vasto scandalo scommesse che da settimane agita il Paese.

Nel blitz scattato all’alba di venerdì, la polizia ha arrestato anche due calciatori di primo piano: Mert Hakan Yandas del Fenerbahce e Metehan Baltaci del Galatasaray, campione di Turchia in carica. L’agenzia DHA ha riferito che tra i fermati figurano anche l’ex arbitro e commentatore Ahmet Cakar e l’arbitro in attività Zorbay Kucuk.

La Federcalcio turca aveva annunciato già a ottobre di aver aperto un’indagine interna su “oltre 150 arbitri” sospettati di aver scommesso su partite di calcio. Un’inchiesta che, in breve tempo, si è ampliata fino a coinvolgere giocatori, dirigenti e persino opinionisti televisivi.

La Procura Generale di Istanbul ha emesso 46 mandati di arresto e, secondo le prime informazioni, 35 persone sono state fermate, “inclusi i presidenti di alcuni club”. Un sistema ramificato, su cui gli inquirenti continuano a fare luce, mentre il calcio turco affronta una delle crisi più gravi della sua storia recente.

Serie A, le designazioni arbitrali: La Penna dirige Napoli-Juventus

Il big match del weekend è nelle mani di Federico La Penna. Sarà l’arbitro romano a dirigere Napoli-Juventus, la sfida più attesa della 14ª giornata di Serie A in programma domenica alle 20.45 allo stadio Maradona. Con lui ci saranno gli assistenti Peretti e Colarossi, il quarto ufficiale Crezzini e la coppia Var formata da Abisso e Aureliano.

In testa alla classifica assieme al Napoli c’è il Milan di Massimiliano Allegri, impegnato lunedì sera sul campo del Torino. La partita dell’Olimpico Grande Torino è stata affidata a Daniele Chiffi, della sezione di Padova. Il turno si aprirà domani con Sassuolo-Fiorentina alle 15, diretta da Pairetto.

A seguire Inter-Como, affidata a Di Bello, e Verona-Atalanta, che vedrà al fischietto Mariani di Aprilia. Domenica si ripartirà alle 12.30 con Cremonese-Lecce, diretta da Mucera, mentre alle 15 toccherà a Zufferli per Cagliari-Roma. Alle 18 spazio a Lazio-Bologna, arbitrata da Fabbri, prima del gran finale con Napoli-Juventus.

Lunedì, oltre alla sfida tra Torino e Milan, si giocheranno Pisa-Parma, diretta da Doveri, e Udinese-Genoa, affidata a Maresca. Un fine settimana fitto di incontri e di scelte arbitrali destinate a pesare nel momento più caldo della stagione.

Coppia di ladri di appartamenti incastrata dai video su Tik Tok: arrestata a Scampia

Reggio Calabria – Li hanno traditi i video su TikTok. Una coppia di ladri specializzati in furti in abitazione è stata arrestata dalla Polizia di Stato grazie a filmati pubblicati sui social network che li ritraevano mentre si aggiravano indisturbati per le scale di un condominio. Gli utenti li avevano già identificati e segnalati come “ladri di appartamento” nei commenti.

L’uomo e la donna, domiciliati nel campo nomadi di Napoli-Scampia, sono finiti in manette con l’accusa di furto aggravato in abitazione. L’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal GIP del Tribunale di Palmi, è stata eseguita dal commissariato di Taurianova in collaborazione con le squadre mobili di Reggio Calabria e Napoli e il commissariato di Scampia.

Il colpo in villa e la fuga con i gioielli

Le indagini sono partite nell’agosto 2024 dalla denuncia di un cittadino di Taurianova per il furto di monili d’oro dalla villetta dei suoi genitori. I malviventi avevano scardinato un cancelletto in ferro, forzato una porta-finestra e razziato l’abitazione prima di dileguarsi a bordo di un’auto.

L’analisi delle immagini dei sistemi di videosorveglianza ha permesso agli investigatori di ricostruire la dinamica del furto e di individuare i due responsabili. Lo stesso veicolo era già stato utilizzato pochi giorni prima per un colpo analogo nel territorio di Vibo Valentia.

Social network e banche dati: il doppio riconoscimento

La svolta decisiva è arrivata dai video pubblicati su TikTok. Le immagini mostravano la coppia mentre si muoveva liberamente in un edificio condominiale, con utenti che nei commenti segnalavano i due come noti ladri. Gli inquirenti hanno confrontato i volti estrapolati dalle telecamere di sorveglianza con quelli presenti nelle banche dati delle forze dell’ordine, giungendo all’identificazione certa dei responsabili.

Entrambi risultano gravati da precedenti per reati contro il patrimonio. L’uomo è stato raggiunto dall’ordinanza nella Casa Circondariale di Napoli Poggioreale, dove si trovava già detenuto per altri reati. La donna, al termine delle formalità di rito, è stata condotta in carcere.

Napoli, rissa tra studenti a Ponticelli: ferito operatore scolastico intervenuto per sedare gli animi

Napoli – L’Istituto Superiore “Sannino De Cillis” di Ponticelli è stato teatro di una violenta rissa mercoledì pomeriggio, un episodio che ha portato alla denuncia di quattro studenti, alcuni dei quali minorenni.

La colluttazione, scoppiata nel cortile della scuola, ha visto l’uso di calci, pugni e, in un escalation di violenza, persino un casco da scooter utilizzato come arma per colpire ripetutamente.

Nel tentativo di sedare il tumulto, è rimasto ferito un collaboratore scolastico, intervenuto coraggiosamente per separare gli animi in preda alla rabbia. L’uomo, vittima incolpevole della zuffa, ha subito colpi al volto e in altre parti del corpo mentre cercava di allontanare i contendenti. Fortunatamente, è risultato completamente estraneo alla denuncia per rissa aggravata che pende ora sui quattro ragazzi identificati dalla Polizia di Stato.

L’ombra dei social dietro l’aggressione

Le indagini condotte dagli agenti del commissariato di Ponticelli sono in corso per definire il movente esatto della rissa. Tuttavia, tra i corridoi e i gruppetti di studenti, circolano voci insistenti che collegano la colluttazione a precedenti scontri e litigi virtuali sulle piattaforme social.

Pare che l’odio sia maturato nel mondo digitale, trasformando in violenza fisica una sfida o un insulto lanciato online. All’uscita di scuola, da una parola o uno sguardo di troppo, si è scatenata la rabbia tra due coppie di amici contrapposte. La situazione è degenerata rapidamente, superando i semplici schiaffi: uno dei giovani ha brandito il proprio casco, scagliandolo con violenza contro la testa e il torso degli avversari.

La testimonianza e le telecamere

Il collaboratore scolastico ferito è stato il primo tassello per la ricostruzione della dinamica. La sua testimonianza, fondamentale per le forze dell’ordine, verrà supportata dalle immagini di videosorveglianza presenti all’esterno dell’istituto in via Camillo dei Meis.

 

Camorra Capitale: in manette il fratello del boss Senese e il vice di “Diabolik”

Un maxiblitz scattato nelle prime ore di oggi ha scosso la Capitale: i Carabinieri del Comando Provinciale di Roma, su delega della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), hanno fatto scattare le manette ai polsi di 14 persone, destinatarie di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.

Al centro dell’inchiesta c’è la cupola del “Clan Senese”, l’organizzazione criminale che da anni getta la sua ombra sulla criminalità capitolina. Tra i nomi di spicco finiti nella rete degli inquirenti, figurano Angelo Senese, fratello di Michele Senese, figura storica e apicale del clan, e Ettore Abramo, detto ‘Pluto’, noto alle cronache come l’ex vice di Fabrizio Piscitelli, ‘Diabolik’, l’ultrà laziale assassinato nel 2019.

Ma anche  Girolamo Finizio, i fratelli Alvise e Leopoldo Cobianchi e il pugile Kevin Di Napoli ferito a colpi di pistola iosieme con il suo allentaore mentre erano a Casoria in provincia di Napoli nel lugli del 2024. E poi protagonista di un’altra vicenda di cronaca nera nel luglio scorso quando ad Ostia fu dato alle fiamme la sua palestra.

Le accuse: estorsioni, omicidi sventati

Le accuse, a seconda delle singole posizioni, sono pesantissime e disegnano uno scenario di violenza e arroganza criminale: dal tentato omicidio al porto e detenzione illecita di armi da sparo, passando per l’estorsione aggravata dal metodo mafioso e, in alcune circostanze, dal fine di agevolare le attività del clan Senese. Documentato anche un tentato sequestro di persona, anch’esso aggravato dalla ferocia del metodo mafioso.

Gli investigatori ritengono di aver raccolto un grave quadro indiziario su una serie di episodi che svelano la ragnatela di interessi del gruppo. Tra i crimini contestati spiccano due tentati omicidi avvenuti nella Capitale, l’immancabile attività di spaccio di stupefacenti e un tentativo di estorsione ai danni di un gioielliere romano.

L’intreccio con il Clan Di Lauro: il “Risarcimento” di Senese

È proprio l’episodio del gioielliere a svelare il pericoloso intreccio di affari tra la malavita romana e quella campana. Un malvivente della Capitale, millantando di agire sotto l’egida della famiglia Senese, avrebbe tentato il “pizzo”. Un gesto che avrebbe innescato una violenta reazione non solo del sodalizio capitolino, rappresentato da Angelo Senese, ma anche dell’agguerrito Clan Di Lauro, attivo nel Napoletano.

La prepotenza del tentato ricatto avrebbe così generato una vera e propria crisi diplomatica tra le cosche, risolta con una successiva richiesta “risarcitoria” – un chiaro segnale della gestione criminale del territorio.

L’operazione, condotta con il supporto di reparti speciali e specializzati dell’Arma, ha dunque inferto un duro colpo a uno dei clan più temuti di Roma, confermando la presenza di tentacoli mafiosi capaci di stringere alleanze e seminare il terrore nella città eterna.

Processo violenze in carcere: 18 archviazione, c’è anche l’agente suicida

Napoli – Il 25 giugno scorso, nel parcheggio del carcere di Secondigliano a Napoli, un colpo di pistola rompe il silenzio. A premere il grilletto contro se stesso è Benito Pacca, 59 anni, agente di polizia penitenziaria, a un passo dalla pensione.

Un gesto estremo, improvviso, che ha lasciato colleghi e familiari nel dolore e nello sconcerto. Pacca, come confidato agli amici, era “turbato”. La ragione del suo turbamento aveva un nome e un numero: l’indagine della Procura di Santa Maria Capua Vetere sui pestaggi del 6 aprile 2020 nel carcere della stessa città, in cui era iscritto nel registro degli indagati per abuso d’autorità.

Si professava innocente e sperava di uscirne presto. Oggi, a distanza di mesi, quella speranza si è trasformata in una sentenza di cui lui non potrà mai avere conoscenza.

 L’archiviazione arriva dopo la morte

Ieri, 5 dicembre, si è appresa la decisione del Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere: archiviazione per 18 agenti penitenziari indagati nel cosiddetto “secondo filone” dell’inchiesta.

Tra loro c’è anche Benito Pacca. La richiesta era stata depositata dalla Procura lo scorso primo agosto. Per il magistrato, non ci sono gli estremi per procedere contro di loro. Per l’agente di Secondigliano, è una sorta di assoluzione postuma che, però, non cancella il dramma di una vita spezzata e i perché irrisolti che aleggiano sulla sua scelta.

Il giorno dell’inferno: 6 aprile 2020, carcere in lockdown

Per comprendere la portata del caso, bisogna tornare indietro nel pieno del primo, claustrofobico lockdown per Covid-19. Il 6 aprile 2020, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, viene ordinata una perquisizione straordinaria nel reparto “Nilo”, che ospitava circa trecento detenuti.

Per eseguirla, viene mobilitato un imponente dispiegamento di forze: circa trecento agenti. Tra di essi, non solo il personale in servizio fisso nell’istituto, ma anche componenti del Gruppo Operativo di Supporto (GOS), distaccati da altri penitenziari campani, principalmente da Secondigliano e Avellino. Quella che doveva essere una perquisizione degenera in ore di violenza. Secondo le accuse, i detenuti furono fatti passare per un “corridoio umano” di agenti che li picchiarono e pestarono per quasi due ore.

I due filoni delle indagini e il maxi-processo

L’indagine dei pubblici ministeri Alessandro Milita, Daniela Pannone e Alessandra Pinto si è sviluppata su due binari distinti. Il primo filone si è concentrato sugli agenti in servizio stabile a Santa Maria Capua Vetere, identificati principalmente grazie alle telecamere di sorveglianza interne (molti, in piena pandemia, non indossavano mascherine o caschi).

Questo ha dato vita al maxi-processo tuttora in corso davanti alla Corte d’Assise: 105 imputati, per lo più agenti, ma anche funzionari del Dap e medici, accusati di reati che vanno dall’abuso d’autorità alla tortura.

Il secondo filone ha riguardato invece gli agenti “esterni”, quelli del GOS, più difficili da identificare perché spesso coperti da caschi e mascherine. Alla fine, le indagini ne hanno individuati una cinquantina. Per 32 di loro, il prossimo 29 gennaio si aprirà l’udienza preliminare davanti al Gup Angela Mennella (il “processo gemello”). Per i restanti 18, tra cui Pacca, il Gip ha invece firmato l’archiviazione.

 La voce del sindacato: “Memoria, dignità e processi mediatici”

“Sua tragica scomparsa è una ferita ancora aperta”. Con parole cariche di partecipazione, i sindacalisti Ciro Auricchio (segretario regionale Uspp) e Giuseppe Moretti (presidente nazionale Uspp) commentano l’archiviazione di Pacca. Chiedono che sia “preservata la sua memoria” e gli venga riconosciuto il “suo valore umano e professionale”.

La nota, però, va oltre il singolo caso e lancia un appello più generale: “Affrontare la vicenda con il massimo rispetto ed equilibrio, senza preconcetti”. I due leader sindacali puntano il dito contro i “processi mediatici sommari” che, a loro dire, “possono arrecare danni alle persone e alle loro famiglie”, mettendo “alla gogna” operatori che lavorano in “contesti estremamente complessi”.

 Il “processo gemello” e l’attesa del prossimo 29 gennaio

Mentre il maxi-processo nel bunker di Santa Maria Capua Vetere prosegue da tre anni, si avvicina la prima udienza del suo “gemello”. Il 29 gennaio, il Gup esaminerà le posizioni dei 32 agenti del GOS rinviati a giudizio. Per tutti è contestato l’abuso d’autorità; per una ventina anche l’aggravante della tortura.

A cinque di loro, inoltre, viene contestato il reato di falso referto medico, per essersi procurati documenti sanitari attestanti aggressioni subite dai detenuti, al fine di giustificare l’intervento. Un processo che si annuncia altrettanto delicato e complesso, dove la difesa degli imputati potrebbe far leva sulle dichiarazioni dei colleghi del primo processo, che hanno più volte indicato proprio gli agenti esterni come i più violenti.

 Un mosaico di dolore ancora incompleto

La vicenda delle violenze del 6 aprile 2020 resta un mosaico doloroso e frammentato. Da un lato, le sofferenze dei detenuti che denunciano pestaggi. Dall’altro, le vite sconvolte degli agenti, con un bilancio estremo come quello di Benito Pacca. Le archiviazioni chiudono un capitolo per alcuni, ma non per la giustizia, che prosegue il suo cammino nei due processi.

E non per l’istituzione penitenziaria, chiamata a fare i conti con una delle pagine più buie della sua storia recente, tra accuse gravissime, difese corporative e la necessità di verità e giustizia in un ambiente per sua natura opaco e sotto stress estremo. La pistola di Secondigliano ha spento una vita, ma ha anche acceso un riflettore su un dramma collettivo che attende ancora un suo pieno, difficile, risarcimento.

Napoli, studentessa ferita nel tentativo di rapinarla

Napoli – Una studentessa universitaria di 19 anni, originaria della provincia di Potenza, è finita in ospedale dopo essere rimasta vittima di una tentata rapina in strada.

Secondo una prima ricostruzione, la giovane stava passeggiando in via Firenze, nel quartiere San Lorenzo, quando è stata avvicinata da un individuo in sella a uno scooter che avrebbe cercato di strapparle la borsa. Nel tentativo di difendere il proprio zaino, la ragazza sarebbe caduta a terra e trascinata per alcuni metri, riportando diverse ferite.

La vittima è stata soccorsa e trasportata al pronto soccorso dell’ospedale Pellegrini, dove i medici le hanno diagnosticato una prognosi di 30 giorni. Sul posto e in ospedale sono intervenuti i carabinieri della Compagnia Napoli Centro, che hanno avviato le indagini per ricostruire con precisione la dinamica dei fatti e identificare l’autore dell’aggressione.

Arzano, maxi sequestro di hashish: in manette 4 fratelli

Secondigliano e Arzano, stessa rotta per droga e armi. All’alba i carabinieri del nucleo operativo della compagnia Napoli Stella danno il via a una maxi operazione antidroga che parte dal cuore della roccaforte criminale partenopea e si allunga fino all’hinterland a nord di Napoli.

Quattro giovani finiscono in manette, tre di loro sono fratelli, mentre scattano sequestri di hashish a quintali e di una pistola rubata.

Il primo blitz va in scena in una delle corti di via del Camposanto, a Secondigliano, area da sempre sotto osservazione degli investigatori.

I militari cinturano la zona e salgono verso un appartamento nel mirino da giorni. In quegli istanti, dal balcone, il 23enne Mario Cortese e la sorella di 20 anni iniziano a lanciare nel vuoto alcuni cartoni, nel tentativo di liberarsi in extremis della merce. Il gesto, però, non sfugge agli occhi dei carabinieri, che bloccano subito l’area di caduta.

Dentro le scatole c’è il cuore del business: 41 chili e 225 grammi di hashish, già suddivisi in panetti pronti per lo smercio. I militari irrompono in casa e trovano altro materiale per il confezionamento dello stupefacente, insieme a telefoni e manoscritti ritenuti di interesse investigativo, probabili “contabilità” e contatti della rete di spaccio. Per Mario Cortese e sua sorella scattano le manette, mentre la madre, 45 anni, presente nell’abitazione, viene denunciata in stato di libertà.

L’indagine, però, non si ferma al primo colpo. Gli accertamenti lampo e gli elementi raccolti in quelle ore spingono i carabinieri a estendere le perquisizioni ad altre basi logistiche. I militari si spostano prima in un’altra casa a Secondigliano, poi puntano dritto su Arzano, seguendo la scia di collegamenti e frequentazioni che portano a un secondo filone familiare.

Nel quartiere napoletano di partenza, la compagnia Stella fa irruzione nell’appartamento del 27enne Francesco Celentano. La perquisizione consente di rinvenire e sequestrare una pistola Beretta modello APX calibro 9×21, risultata rubata nel 2024. L’arma, completa, viene repertata e inviata ai laboratori per gli accertamenti balistici, per verificare se sia stata impiegata in agguati o fatti di sangue sul territorio. Anche per Francesco Celentano scatta l’arresto.

La scia investigativa porta poi ad Arzano, nell’abitazione del fratello più giovane, Emanuele Celentano, classe 2003, già noto alle forze dell’ordine. Qui i carabinieri aprono un armadio che si rivela essere un vero e proprio caveau della droga: al suo interno vengono trovati altri 12 chili e 600 grammi di hashish. Il 22enne finisce anche lui in manette, chiudendo il cerchio di una retata che mette fuori gioco un’intera “linea di famiglia” tra droga e armi.

Il bilancio della maxi operazione è pesante: quattro arresti, decine di chili di hashish sequestrati e una pistola rubata recuperata. I quattro giovani dovranno rispondere, a vario titolo, di detenzione di stupefacenti a fini di spaccio, detenzione abusiva e ricettazione di arma. Le indagini dei carabinieri della compagnia Napoli Stella proseguono per ricostruire eventuali livelli superiori, collegamenti con i clan attivi tra Secondigliano e l’area nord e il canale di approvvigionamento dello stupefacente.

Ponte dell’Immacolata. boom di turisti in Campania

Un fiume di turisti è pronto a riversarsi in Campania per il Ponte dell’Immacolata, garantendo un ritorno economico eccezionale per la regione. Le proiezioni del centro studi di Confesercenti Campania sono estremamente positive: il lungo fine settimana del 6, 7 e 8 dicembre sfiorerà un fatturato complessivo di 215 milioni di euro.

L’incasso monstre deriva sia dalle attività ricettive (alberghiere ed extralberghiere) sia dall’indotto indiretto che coinvolgerà bar, ristoranti, commercio, artigianato e servizi.

Napoli, oltre 400mila arrivi

“La Campania, con Napoli in testa, si conferma una delle mete preferite per i turisti, sia stranieri che italiani, anche per questo lungo weekend,” dichiara Vincenzo Schiavo, presidente di Confesercenti Campania e vicepresidente Nazionale con delega al Mezzogiorno.

L’allungamento a tre notti e quattro giorni, infatti, permetterà alle attività commerciali e ricettive di beneficiare di introiti notevoli.

Arrivi Stimati: Circa 430mila turisti.

Capitale del Flusso: Oltre 200mila visitatori attesi solo a Napoli.

Incassi Ricettività: 148 milioni di euro per alberghi e strutture extralberghiere.

Indotto (Bar, Ristorazione, Commercio): Circa 64 milioni di euro.

Nel concreto, il tasso medio di riempimento delle strutture ricettive si attesta intorno al 78%, con picchi più elevati previsti a Napoli e in Costiera. La spesa media pro-capite stimata è di 65 euro a notte per l’alloggio e circa 50 euro per le spese extra (souvenir, pasti, servizi). Il totale del giro d’affari, come detto, supera i 212 milioni di euro.

I dettagli del successo di Napoli

Il capoluogo partenopeo si conferma il motore trainante del turismo:

Turisti in Arrivo a Napoli: Oltre 200.000.

Fatturato Ricettivo (Napoli): 85 milioni di euro (pari al 57% del totale regionale).

Fatturato Indotto (Napoli): Circa 40 milioni di euro (il 60% dell’indotto totale).

A queste cifre si aggiunge l’arrivo dei “pendolari”: ogni giorno sono attesi circa 10mila visitatori solo nel capoluogo, grazie all’affluenza di 80 autobus e migliaia di arrivi tramite treni.

Il Test per Natale

Secondo Confesercenti, il Ponte dell’Immacolata rappresenta il primo banco di prova in vista di un periodo natalizio che si preannuncia da “tutto esaurito”.

“Il boom turistico non accenna a fermarsi,” conclude Schiavo, sottolineando l’importanza di mantenere standard elevati di accoglienza e servizi, inclusi trasporti puntuali, per destagionalizzare l’affluenza e garantirla per tutto l’anno.

Napoli, oggi i funerali di Antonio Pellino “Agostino ‘o pazzo”

Addio ad Agostino ‘o pazzo. Antonio Mellino, il motociclista spericolato che infiammò le notti napoletane degli anni ’70, è morto ieri a 73 anni dopo aver perso la battaglia contro i problemi di salute.

L’uomo che sfuggiva a qualsiasi inseguitore, che volava sui sampietrini del centro storico seminando poliziotti e carabinieri, si è arreso all’unico avversario impossibile da battere. I funerali si terranno oggi alle 15 nella chiesa di San Lorenzo Maggiore in piazza San Gaetano.

L’icona della libertà su due ruote

Nei mitici anni ’70 del secolo scorso a Napoli “Agostino ‘o pazzo” era un’icona e un simbolo della voglia di libertà, del desiderio di correre, sfidando regole e divieti. Il soprannome arrivò dalla passione smodata per Giacomo Agostini, il campione che dominò il motociclismo mondiale con 15 titoli.

Ma all’anagrafe era Antonio Mellino, ragazzino di strada che a 14 anni già sfrecciava sotto la galleria Vittoria in vespa, sognando velocità e adrenalina.

La sua fama esplose durante le leggendarie “quattro nottate di Napoli”, tra il 23 e il 26 agosto 1970. Migliaia di persone scesero a tarda sera in centro per assistere alle sue evoluzioni.

I ragazzini si arrampicavano ai pali della luce per segnalarne l’arrivo, le strade si paralizzavano in ingorghi a croce uncinata. Per correre truccava la moto e per evitare che finisse sequestrata dribblava agenti e posti di blocco saettando per vicoli e vicoletti, facendosi beffe di chi cercava di fermarlo e la città era con lui.

La notte degli scontri

Ma quella volta Antonio-Agostino non c’era più, si era rintanato perché in strada, ad attenderlo, c’erano più di settecento tra poliziotti e carabinieri: volevano arrestarlo per i motori truccati. Il popolo napoletano scese in sua difesa, gli agenti caricarono e scoppiò il pandemonio. Sassi contro manganelli, lacrimogeni contro sampietrini. Il bilancio fu pesante: 56 feriti, 59 arrestati, 232 fermati.

Fu invece arrestato il 18 settembre successivo – in auto con amici, in moto sarebbe stata un’impresa. La condanna fu lieve perché era incensurato, ma quel periodo al Filangieri gli fece capire che la vita è bella, come raccontò lui stesso. C’è chi giura di averlo visto volare dal primo piano di un palazzo in sella alla sua Gilera 125 dal motore un po’ truccato, saltare giù e restare illeso, prima di schizzare via come al solito.

Da Cinecittà al centro storico

Una capacità di guida che gli valse un pezzo di carriera nello spettacolo: Umberto Lenzi lo scritturò per “Stress” e “Un posto ideale per uccidere”, dove interpretava se stesso. Seguirono “Maccheroni” di Scola e “La pelle” di Liliana Cavani. Conobbe Ornella Muti e Irene Papas, con Agostina Belli, con cui pure appare in alcune sequenze motociclistiche, si dice ci sia stato un flirt.

Fu stuntman e cascatore nella Cinecittà degli anni ’70, girò per tre mesi “I guerrieri del mondo perduto”, produzione americana. Qualcuno sostiene che Carlo Verdone si ispirò a lui per il personaggio di “Troppo forte”. Fece anche il circo, con Heller Togni: «Saltavo in moto undici auto messe in fila, una volta la tavola per lo slancio era troppo morbida, rimbalzai in aria e cadendo mi bucai le ginocchia. Smisi» raccontò nel 2003.

L’antiquario di piazza Girolamini

Dopo aver dato alla luce 4 figlie, era diventato un onesto antiquario, con negozi nel centro storico, nella zona dove è cresciuto e dove se n’è andato, in piazza Girolamini. Proprio qui autorizzò Banksy a realizzare “La Madonna con pistola”, opera diventata meta di pellegrinaggio turistico. «Mi piace il mio mestiere, il popolo mi vuole bene e questa piazza è come se fosse mia», diceva con orgoglio.

Ma la passione lo ha accompagnato per tutta la vita e la sua mitica Gilera 125 è rimasta sempre sotto casa: «E chi l’ha lasciata mai, sta sotto il palazzo. Ho anche una Kawasaki e una Guzzi 350». Negli ultimi tempi si era trasformato in predicatore di sicurezza stradale: «In moto viene l’eccitazione e invece l’importante è la sicurezza. Lo dico ai giovani: rispettate il codice, mettetevi il casco perché può salvare la vita».

Emblema di una Napoli dove gli eroi stavano spesso dalla parte dei ribelli e dei ribaldi, la sua leggenda è cresciuta nei decenni fino all’antonomasia: chi è bravo in moto diventa subito “un nuovo Agostino ‘o pazzo”. Stavolta però il re delle notti napoletane ha smesso di correre per sempre.

Colpo al clan Senese: 14 arresti a Roma. I legami con i Di Lauro

Roma – Maxi-operazione all’alba nella Capitale. I Carabinieri del Comando Provinciale di Roma hanno inferto un durissimo colpo al cuore pulsante della criminalità organizzata locale, eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per 14 persone.

Le accuse, pesantissime e formulate dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), spaziano dal tentato omicidio al porto e detenzione illecita di armi da sparo, fino all’estorsione aggravata dal metodo mafioso e, in diverse ipotesi, dal fine di agevolare le attività del temuto “clan Senese”. Non è mancato nemmeno il reato di tentato sequestro di persona, anch’esso aggravato dal metodo mafioso.

L’imponente blitz, che ha visto l’impiego anche di reparti speciali e specializzati dell’Arma, è il culmine di una complessa e articolata attività investigativa condotta dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Roma. Gli inquirenti hanno messo sotto la lente un quadro criminale allarmante, ricostruendo l’azione del sodalizio attraverso una serie impressionante di reati.

Il sangue, il racket e il falso emissario

L’indagine della DDA ha raccolto elementi indiziari schiaccianti che documentano il ruolo di vertice e il modus operandi violento del gruppo:

Due tentati omicidi: I fatti di sangue, avvenuti a Roma, testimoniano la spregiudicatezza del clan nel regolare i conti o affermare il proprio predominio territoriale.

Narcotraffico: Il controllo sul mercato della droga rimane uno dei principali asset economici dell’organizzazione.

La guerra per il gioielliere: Un episodio in particolare rivela la fitta rete di contatti e le tensioni tra le mafie. Al centro, un tentativo di estorsione ai danni di un gioielliere capitolino. A complicare il quadro, l’intervento di un malvivente romano che, nel tentativo di intimidazione, si era spacciato per un emissario della famiglia Senese.

Una mossa che ha scatenato la reazione non solo del sodalizio capitolino, rappresentato da Angelo Senese – fratello del più noto Michele – ma anche del potente clan Di Lauro, di Secondigliano. L’affronto del “falso emissario” ha portato a una doppia reazione violenta e a una conseguente richiesta di “risarcimento” danni.

Tentato sequestro: L’aggravante del metodo mafioso è contestata anche in relazione a un tentato sequestro di persona, a dimostrazione della sistematica intimidazione esercitata sul territorio.

Le perquisizioni sono tuttora in corso in diverse zone della città per recuperare ulteriore materiale probatorio. L’inchiesta, coordinata dalla DDA, riaccende i riflettori sulla pervasività della criminalità organizzata a Roma e sulla sua capacità di tessere trame violente e complesse, spesso in contatto con altre cosche storiche.

 Il clan Senese: storia e potenza a Roma

Il clan Senese è uno dei gruppi criminali di origine campana più potenti e longevi attivi a Roma e nella sua provincia, spesso menzionato nelle relazioni della Direzione Investigativa Antimafia (DIA).

La famiglia è originaria dell’area di Napoli e si è insediata stabilmente nella Capitale, creando legami con le organizzazioni autoctone romane e con altre cosche meridionali (come la ‘Ndrangheta e la Camorra).Michele Senese (“‘o Pazzo”): È considerato il capostipite e la figura storica di riferimento del sodalizio a Roma.

La sua influenza è stata consolidata negli anni attraverso il narcotraffico e le estorsioni.Ambito di Attività: Le loro attività spaziano dal controllo dello spaccio di droga (soprattutto cocaina) alle estorsioni, all’usura e al riciclaggio.

Agiscono con il tipico “metodo mafioso”, imponendo la propria autorità con la paura, in modo simile ai clan storici campani.

La Nuova Generazione: L’operazione in esame si concentra su una fazione del clan, rappresentata in questo contesto da Angelo Senese, fratello di Michele. Ciò suggerisce che, nonostante le operazioni e gli arresti che hanno colpito la figura storica, la struttura criminale è stata in grado di rigenerarsi e mantenere la propria operatività, con ruoli di rilievo assunti dai parenti più stretti.

Il ruolo di Angelo Senese e il contatto con i Di Lauro

Angelo Senese emerge come figura centrale della fazione colpita da questa operazione, agendo presumibilmente in un ruolo di comando o coordinamento a Roma.Posizione: È il fratello di Michele Senese.

Nelle dinamiche dei clan, il legame familiare è spesso una garanzia di fedeltà e un elemento strutturale chiave per la continuazione delle attività.Coinvolgimento nel Racket: La sua reazione, insieme a quella dei Di Lauro, al tentativo di estorsione da parte del “falso emissario” contro il gioielliere, è un elemento chiave.

Questo non è solo un atto di vendetta; è la riaffermazione pubblica e violenta della propria esclusività territoriale nel racket. Nessuno può usare il “nome Senese” per compiere atti criminali senza l’autorizzazione diretta del clan.