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Casandrino, la Terra dei Fuochi 2.0: tra i rottami e i veleni spuntano bare nel rogo-tomba abusivo

Casandrino – L’orrore non è in una periferia nascosta, ma in piena città. A Casandrino, cuore della Terra dei Fuochi, l’emergenza rifiuti tocca un nuovo, macabro apice. In un terreno a ridosso del trafficatissimo Asse Mediano, accanto a un edificio abusivo, è stata scoperta una discarica clandestina che funziona come un vero e proprio inceneritore illegale.

Ma è il ritrovamento di ieri a gelare il sangue: tra montagne di rottami e rifiuti pericolosi, sono state scoperte delle bare.

Una scoperta che trasforma un crimine ambientale in una potente e sinistra intimidazione. Il fetore di plastica e gomme bruciate si mescola all’odore della terra smossa, in un ciclo criminale che avvelena l’aria, il terreno e, ormai è chiaro, la stessa coscienza civile.

A riportare i riflettori sullo scempio, ieri 19 novembre, il nuovo sopralluogo del deputato di Alleanza Verdi-Sinistra Francesco Emilio Borrelli e dell’esponente di Europa Verde Carlo Ceparano, già autori di una prima denuncia al Prefetto. A distanza di settimane, nonostante gli interventi della Polizia Locale, lo scenario non è migliorato. Anzi, si è arricchito di questo inquietante dettaglio funerario.

“Quello che abbiamo visto è la conferma di un crimine ambientale di fattura camorristica”, attaccano senza giri di parole Borrelli e Ceparano. Le loro dita indicano il terreno devastato: “Chi parla di ‘economia del povero’ mente. Dietro questo sversamento e questi roghi ci sono sistemi criminali che lucrano sulla salute della comunità.

Loro guadagnano, e la gente qui si ammala di tumore. E quel tumore, troppo spesso, finisce direttamente sulle nostre tavole: proprio in questo terreno, dove fino a poco tempo fa erano sepolti rifiuti tossici, oggi crescono delle colture.”

Le bare, in questo contesto, potrebbero essere il simbolo di una morte annunciata o un messaggio per chi osa denunciare. Un’esplicita sfida alle istituzioni e un monito per una popolazione già stremata.

Il grido d’allarme dei due politici green si trasforma in un appello alla mobilitazione e in una durissima stoccata al Governo. “Dobbiamo ribellarci, tutti”, concludono con forza. “Non si può più essere indifferenti. E ci chiediamo: per il centrodestra, il condono è davvero la panacea di tutti i mali?

Di fronte a questo orrore, cosa c’è da condonare? Di decreti salva-criminali questo Paese ne ha già visti troppi. Forse è ora di smetterla di perdonare e iniziare a bonificare, seriamente. È ora che vinca la giustizia, non loschi affari che uccidono il territorio e i suoi abitanti.”

La palla ora passa alle procure e al Governo, chiamati a rispondere non solo con le parole, ma con fatti che restituiscano dignità e sicurezza a una terra troppo a lungo sacrificata.

Benevento, lite con la moglie e aggressione ai carabinieri: assolto per la “tenuità del fatto”

Napoli – Un’assoluzione piena, sebbene tecnica, è arrivata dalla VI Sezione Penale del Tribunale di Napoli, Dott.ssa Daniele, a conclusione di un lungo e articolato dibattimento. M. R., 56 anni, originario di Benevento, è stato scagionato dalle pesanti accuse di resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali e rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità personale.

Il Tribunale, accogliendo le tesi difensive, ha applicato l’istituto dell’esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, previsto dall’articolo 131-bis del Codice Penale.

Fermato a Ischia dopo una lite domestica

I fatti contestati risalgono al luglio 2024 e si sono consumati sull’isola d’Ischia. L’uomo era stato fermato dai Carabinieridi Ischia a seguito di un’accesa lite domestica con la propria compagna.

La situazione è degenerata rapidamente: M. R. si è dapprima rifiutato categoricamente di fornire le proprie generalità e, in un impeto d’ira, ha aggredito i militari intervenuti, dando vita a una colluttazione. Gli Agenti di Forio d’Ischia riportarono 5 giorni di prognosi. L’uomo fu dunque bloccato con la forza e condotto in stato di arresto.

L’iter giudiziario è stato celere e complesso. All’udienza di convalida, l’arresto fu convalidato, ma l’imputato venne subito scarcerato su richiesta congiunta del Pubblico Ministero e della Difesa.

Disposto il giudizio per direttissima, la difesa chiese un termine per preparare l’arringa, portando al rinvio del dibattimento al successivo 24 settembre, quando il processo è effettivamente iniziato con la formula del giudizio immediato.

Durante l’istruttoria, sono stati escussi come testimoni oculari sia gli Agenti coinvolti nel fermo sia la compagna dell’imputato.

Nella sua requisitoria finale, il Pubblico Ministero aveva richiesto una pena severa: un anno e otto mesi di reclusione.

Tuttavia, dopo l’arringa difensiva dell’avvocato Massimo Viscusi, il Tribunale, accogliendo “in totale l’accoglimento delle diffuse ragioni giuridiche” presentate dalla difesa, ha emesso la sentenza di assoluzione. La condotta, pur riconosciuta come avvenuta, è stata valutata come di “lieve entità”, portando alla non punibilità dell’imputato.

Camorra e appalti al Cardarelli: 13 anni all’imprenditore Lama. Prescrizione per gli altri

Tredici anni di reclusione per l’imprenditore Riccardo Lama, titolare della società di pulizie Kuadra, accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso in concorso con il clan Lo Russo di Miano.

È questa la sentenza emessa dalla prima sezione penale del tribunale di Napoli (collegio B, presidente Maria Armonia De Rosa) che ha posto fine a otto anni di dibattimento sul cosiddetto processo “Kuadra”, nato dall’inchiesta sulle presunte infiltrazioni camorristiche negli appalti per le pulizie all’ospedale Cardarelli di Napoli.

Per gli altri imputati, il tribunale ha dichiarato l’improcedibilità per prescrizione dei reati contro la pubblica amministrazione, tra cui corruzione e turbativa d’asta.​

Il blitz del 2016

L’operazione che portò agli arresti risale al 14 giugno 2016, quando la squadra mobile di Napoli e la polizia postale, su disposizione del gip Mario Morra, eseguirono 12 ordinanze di custodia cautelare.

L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Filippo Beatrice e dai sostituti Enrica Parascandolo e Henry John Woodcock, si basò su intercettazioni telefoniche e ambientali effettuate nella sede della Kuadra in via Diocleziano a Fuorigrotta, oltre che sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Le indagini rivelarono che la società Kuadra, pur vantando clienti di prestigio in tutta Italia, sarebbe stata utilizzata dal clan Lo Russo come “polmone finanziario” per pagare le “mesate” ai familiari degli affiliati.​

I condannati in precedenza

Nel 2019, la Corte di Appello di Napoli (V sezione) aveva già confermato le condanne per le stesse vicende nei confronti del boss Vincenzo Lo Russo e di Antonio Festa, a cui in primo grado erano stati comminati otto anni di carcere ciascuno.

Nel blitz del 2016 finirono in carcere anche Giulio De Angioletti, Giuseppe Lo Russo, Mario Lo Russo, Francesco Orrù, mentre ai domiciliari furono posti Giuseppe Ariello, Pasquale Laudano, Luigi Solitario, Salvatore Quagliariello e Gaetano Russo.​

Elenco degli imputati e decisioni

Condannati:

Riccardo Lama: 13 anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso​

Vincenzo Lo Russo: 8 anni (confermati in appello nel 2019)​

Antonio Festa: 8 anni (confermati in appello nel 2019)​

Assolti:

Massimo Alemagna: assolto con formula piena “per non aver commesso il fatto” (socio di maggioranza dell’azienda Kuadra)​

Giuseppe Ariello: assolto​

Luigi Solitario: assolto​

Giuseppe Cadalt: assolto​

Prescritti (improcedibilità):

Gaetano Russo: prescrizione dei reati tra cui corruzione e turbativa d’asta​

Salvatore Quagliariello: prescrizione​

Dario Fornasa: prescrizione​

Per alcuni capi d’imputazione è caduta anche l’aggravante mafiosa. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro novanta giorni.​

Aggressione sul treno per Napoli, Eav porta il caso in procura

Napoli – Eav sceglie la linea dura dopo l’ennesima aggressione a bordo di un convoglio. L’azienda di trasporto regionale ha presentato una denuncia alla Procura di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) in relazione alle violenze avvenute lo scorso 3 novembre su un treno in partenza da Piedimonte Matese e diretto a Napoli Centrale.

Secondo quanto ricostruito, un viaggiatore avrebbe rivolto pesanti minacce di morte e tentato di aggredire un dipendente del personale di bordo. La situazione è stata contenuta solo grazie al tempestivo intervento del capotreno, che ha messo in sicurezza il collega facendolo riparare nella cabina di guida. Contestualmente è stato richiesto l’intervento della Polizia Ferroviaria, che però non è riuscita a bloccare l’aggressore prima che riuscisse ad allontanarsi.
Nella denuncia, Eav chiede l’adozione di misure interdittive e di prevenzione, come il divieto di avvicinamento e il cosiddetto “daspo urbano”, per garantire maggiore protezione a lavoratori e viaggiatori sui treni e nelle stazioni. L’obiettivo è impedire che soggetti ritenuti pericolosi possano continuare a utilizzare i servizi di trasporto pubblico come teatro di minacce e violenze.

“In una nota ufficiale, l’azienda sottolinea che il responsabile dell’episodio è già noto per precedenti comportamenti violenti ai danni del personale in servizio. Eav ribadisce la ferma condanna di ogni forma di aggressione e il massimo impegno per garantire la sicurezza di lavoratori e viaggiatori, evidenziando però la necessità di strumenti di tutela più efficaci, a partire proprio dal ‘daspo urbano’.”
Il caso si inserisce in un quadro più ampio di crescenti segnalazioni di episodi di violenza verbale e fisica ai danni del personale del trasporto pubblico. Da tempo sindacati e aziende sollecitano un rafforzamento dei controlli a bordo e l’introduzione di misure sanzionatorie più incisive per chi aggredisce chi lavora in prima linea a contatto con l’utenza.

Camorra, catturato a Tenerife il boss latitante Gennaro Cifarello

Napoli – Nella lunga partita a scacchi tra lo Stato e la camorra di Scampia cade un altro pezzo da novanta del gruppo Cifariello–Cancello. Nella giornata di ieri, 19 novembre, gli investigatori spagnoli hanno stretto le manette ai polsi di Gennaro Cifariello, catturato a Tenerife dopo una latitanza iniziata lo scorso settembre.

Per la Direzione distrettuale antimafiadi Napoli è uno degli esponenti di vertice del cartello legato al clan Amato-Pagano, l’ala che da anni insanguina le strade di Scampia e Secondigliano tra faide, estorsioni e gestione degli alloggi popolari.

Con il suo arresto, nelle fila storiche del gruppo sarebbe rimasto ancora in fuga solo il boss Elia Cancello, oggi considerato il latitante di peso del clan.

La cattura è arrivata al termine di un’operazione congiunta che porta la firma della Policia Nacional di Tenerife e dell’UDYCO, l’Unidad de Droga y Crimen Organizado, in sinergia con il Fugitive Active Search Team (FAST) spagnolo. Un mandato di arresto europeo, emesso dalla magistratura partenopea, pendeva sul capo di Cifariello per sequestro di persona aggravato dal metodo mafioso: un’accusa che si inserisce nel solco della grande inchiesta sul gruppo Cancello/Cifariello, protagonista di una ferrea gestione del territorio a nord di Napoli, tra piazze di spaccio e controllo militare delle case popolari.

Cifariello era sparito nel nulla il 29 settembre scorso, giorno in cui la Squadra Mobile di Napoli aveva eseguito una maxi ordinanza di custodia cautelare contro nove presunti appartenenti al sodalizio criminale.

Quel provvedimento racconta il volto più brutale del clan: secondo l’accusa, vertici e gregari avrebbero messo nel mirino un appartamento di edilizia popolare regolarmente assegnato a una famiglia di Scampia. Prima le minacce sotto casa, con i clanisti appostati armati di mazze sotto il palazzo, poi il salto di qualità nella violenza: il sequestro del titolare dell’immobile, trattenuto come ostaggio perché i parenti consegnassero le chiavi e rinunciassero alla loro abitazione. Un metodo da “signori delle case”, che gestiscono gli alloggi popolari come merce di potere, decidendo chi può abitare e chi deve andare via.

A coordinare le indagini è stata la Direzione distrettuale antimafia di Napoli, che da anni tiene i riflettori puntati sul clan Amato-Pagano e sulle sue diramazioni nei rioni di Scampia e Secondigliano. Gli investigatori della Squadra Mobile, affiancati dal FAST Italia del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia della Direzione Centrale della Polizia Criminale, hanno seguito tracce minute, contatti e agganci economici fino a restringere il cerchio intorno al fuggitivo. Gli elementi raccolti hanno portato a concentrare l’attenzione sulla Spagna, storico rifugio dorato per latitanti della camorra.

È stata poi la collaborazione con le autorità iberiche a dare la svolta. Gli accertamenti condivisi tra Italia e Spagna hanno consentito di individuare una persona considerata molto vicina a Cifariello. Tracciandone gli spostamenti, gli investigatori hanno ricostruito il percorso che portava fino alla città di Tenerife.

Lì, grazie a una prolungata attività di appostamento e sorveglianza della Policia Nacional, il latitante è stato localizzato e bloccato, senza possibilità di fuga. Un arresto che, nel mosaico dell’inchiesta sul gruppo Cancello/Cifariello, toglie un altro tassello di comando al cartello di Scampia e lascia ora i riflettori puntati su un unico grande nome ancora in ombra: quello di Elia Cancello, il boss che resta l’ultimo latitante di peso del clan.

Blitz a Porta Capuana: sequestri, multe e denunce

Napoli, Porta Capuana blindata.  I carabinieri della Compagnia Stella hanno fatto irruzione: perquisizioni, identificazioni, sequestri. Due sessantenni napoletani beccati con le mani nella presa: allaccio diretto alla corrente, rubavano energia come se fosse acqua del rubinetto.

Denunciati per furto aggravato.Un 41enne è finito dentro per estorsione: chiedeva il pizzo, pensava di essere il padrone del vicolo. Un 51enne invece stava godendosi la libertà fuori casa nonostante i domiciliari.

Il re dei parcheggiatori abusivi, un 46enne che ormai è un’istituzione, è stato pizzicato per l’ennesima volta a fare la cresta sulle soste. Multa e daspo in arrivo.Colpo grosso in un negozio alimentare: il titolare 34enne importava farmaci stranieri senza un cavolo di autorizzazione.

Sequestrate 111 confezioni di pillole sospette e 60 chili di roba da mangiare tenuta in condizioni da film horror: benvenuti nel regno delle muffe.Tre bar e rosticcerie finiscono sotto torchio: verbali e un bell’ordine di allontanamento con l’articolo 2 del TULPS, quello che ti sbatte fuori dalle “zone rosse” senza se e senza ma.

Bilancio dei controlli: 96 persone controllate (33 stranieri), 27 veicoli fermati, 16 multe da 9.000 euro totali, 10 grammi di hashish sequestrati.

Processo Moccia, 10 imputati chiedono il trasferimento: “A Napoli clima avvelenato, rischio condizionamenti”

Dieci imputati del processo al clan Moccia chiedono che il procedimento venga trasferito lontano da Napoli. Una richiesta pesantissima, depositata ieri in aula, che parla apertamente di un clima “avvelenato” al Centro direzionale, tale da mettere a rischio – secondo la difesa – l’imparzialità del giudizio.

Nelle 33 pagine dell’istanza di remissione, firmata tra gli altri da Antonio, Luigi e Angelo Moccia, si legge che nel tribunale partenopeo si sarebbe «realizzata una spaccatura manichea tra il ‘bene’, rappresentato dal procuratore Nicola Gratteri, e il ‘male’, incarnato dagli avvocati della difesa che mirano alla prescrizione».

Una contrapposizione che, sempre secondo i firmatari, potrebbe «influenzare il giudizio» fino a compromettere la serenità del collegio.

La scintilla che avrebbe innescato lo “scandalo mediatico” richiamato nell’istanza sarebbe la scarcerazione per decorrenza dei termini di 15 dei 43 imputati, avvenuta ad agosto. Da allora, denunciano i difensori, il caso sarebbe stato oggetto di una pressione crescente: articoli e interventi pubblici, dalle firme di Roberto Saviano ai commenti social del deputato Francesco Emilio Borrelli, fino alla presenza in aula del procuratore Gratteri all’udienza del 7 ottobre.

Quel giorno il capo della Procura partecipò per esprimere il sostegno alle pm Ivana Fulco e Ida Teresi e per ribadire la necessità di condurre finalmente il processo – uno dei più complessi sulla presunta associazione camorristica degli afragolesi – alla sentenza di primo grado.

Ma è soprattutto un provvedimento interno al palazzo di giustizia ad alimentare il presunto “legittimo sospetto”. Si tratta dell’invito con cui il presidente del Tribunale, Giampiero Scoppa, ha sollecitato i giudici della settima sezione penale a chiudere il processo «ineludibilmente» entro settembre, per evitare l’ennesimo cambio di collegio dopo il trasferimento del giudice Michele Ciambellini alla Procura generale della Cassazione.

È il quattordicesimo avvicendamento dall’apertura del dibattimento. Per rispettare quei tempi, il Tribunale ha varato un calendario serratissimo: quattro udienze a settimana per due mesi. Una scelta che la difesa definisce «insostenibile» e «pregiudizievole».

Ora la parola passa alla Corte di Cassazione, che dovrà pronunciarsi sulla richiesta di trasferire il processo altrove. Fino ad allora, la sentenza resta sospesa.

Intanto il dibattimento prosegue. Ieri la Procura ha depositato il verbale del collaboratore di giustizia Salvatore Scafuto, chiedendone l’esame in aula. Le pm intendono inoltre riconvocare uno dei testimoni chiave, l’ufficiale dei carabinieri Andrea Manti. Solo dopo che la Suprema Corte avrà sciolto il nodo della “legittima suspicione”, il collegio potrà tornare a concentrarsi sul verdetto.

Domenico Airoma lascia Avellino: il procuratore capo vola a Napoli Nord

Il Procuratore capo di Avellino, Domenico Airoma, si prepara a lasciare il capoluogo irpino per assumere la guida della Procura di Napoli Nord. Una nomina che segna il ritorno in un territorio che conosce bene: fino al 2021, infatti, Airoma aveva ricoperto il ruolo di Procuratore aggiunto proprio nell’ufficio giudiziario dell’area metropolitana partenopea.

La decisione è arrivata dalla quinta commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, che ha votato all’unanimità il trasferimento su proposta del relatore Enrico Aimi. Un voto compatto che conferma la stima di cui gode il magistrato all’interno dell’organo di autogoverno della magistratura, lo stesso che pochi giorni fa lo aveva confermato agli incarichi direttivi.

Il passaggio di consegne

La ratifica ufficiale della nomina è prevista per il prossimo mese di dicembre, quando il Plenum del Csm si riunirà per formalizzare il cambio al vertice. Ad Avellino, secondo le indicazioni del Consiglio Superiore della Magistratura, dovrebbe succedergli l’attuale procuratore aggiunto Francesco Raffaele, in quello che si configura come un passaggio di testimone interno alla Procura irpina.

A Napoli Nord, invece, Airoma prenderà il posto di Maria Antonietta Troncone, segnando l’inizio di una nuova fase per un ufficio giudiziario che copre un’area vasta e complessa del territorio metropolitano napoletano. Il ritorno del magistrato in una realtà che ha già conosciuto da vicino potrebbe garantire continuità nell’azione di contrasto alla criminalità e nell’amministrazione della giustizia in una delle zone più delicate della Campania.

Castel Volturno: catturato il rapinatore violento

Castel Volturno –  Fine della corsa per il bandito solitario che, nel novembre del 2024, aveva seminato il panico in un esercizio commerciale del litorale domizio. La Squadra Investigativa del Commissariato di Pubblica Sicurezza di Castel Volturno ha inferto un colpo durissimo alla microcriminalità locale, traducendo in arresto un cittadino italiano gravemente indiziato di rapina a mano armata.

L’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal GIP del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere su richiesta della Procura, ha posto un sigillo definitivo sulle indagini lampo che hanno inchiodato l’uomo.

I fatti risalgono allo scorso novembre. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’indagato – un volto noto alle forze dell’ordine – si era introdotto nell’attività brandendo una pistola. Un attimo di terrore puro per il titolare, costretto a cedere l’incasso della giornata sotto la minaccia dell’arma.

La rapina, eseguita con la rapidità di un blitz criminale, non si è però conclusa come previsto dai malviventi. L’uomo è fuggito, dileguandosi in sella a uno scooter guidato da un complice che lo attendeva all’esterno, pronto a far perdere le tracce.

La Polizia di Stato, sotto il coordinamento serrato della Procura, ha avviato immediatamente una caccia all’uomo a tutto campo. Le indagini preliminari, descritte come “embrionali” ma estremamente efficaci, hanno permesso agli investigatori di risalire in tempi record all’identità del presunto autore.

Le prove raccolte sono state sufficienti per ottenere l’immediata misura cautelare. Rintracciato tempestivamente dagli operatori di Polizia, il rapinatore è stato bloccato e, al termine delle formalità di rito, è stato associato presso la Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere, dove ora attende il giudizio. Le indagini proseguono per individuare il complice alla guida dello scooter.

Femminicidio a Piscinola, la Procura apre un’inchiesta per omicidio: Nunzia è stata colpita alla testa

Napoli – La svolta è arrivata dopo i primi esiti dell’autopsia eseguita ieri. Il pubblico ministero Antonella Serio e il procuratore aggiunto Raffaello Falcone hanno ritenuto che la profonda ferita alla testa sia compatibile con un colpo inferto da un oggetto contundente. Un gesto violento, preciso. Non un incidente.

Tra le ipotesi, quella di una bottiglia, vista la presenza di cocci ritrovati a poca distanza dal corpo. Elementi che la Scientifica ha già repertato nelle ore immediatamente successive al ritrovamento.

Un dettaglio, però, incuriosisce gli inquirenti: nessun familiare della vittima ha al momento deciso di costituirsi parte offesa o di nominare un legale, nonostante l’invito formale della Procura in vista degli accertamenti medico-legali.

Intanto domani mattina si terranno i funerali di Nunzia Cappitelli, la donna trovata senza vita nel pomeriggio di sabato scorso a Marianella, periferia nord di Napoli. L’ultimo saluto si terrà alle dieci e trenta nella chiesa quasi adiacente alla casa della cinquantunenne dove è stata trovata morta

Le piste investigative: stalking, corteggiamenti respinti e una relazione finita

Per ora, nel registro degli indagati non compare alcun nome. Ma le verifiche non mancano. Gli uomini della Squadra Mobile, coordinati dal dirigente Giovanni Leuci, stanno passando al setaccio le due denunce per stalking che Nunzia aveva presentato negli ultimi mesi.

La prima riguarda un uomo della sua stessa età, un corteggiatore insistente più volte respinto. Abita nello stesso quartiere e non era raro che i due si incrociassero per strada, ma – secondo la sua versione e i primi riscontri – quel giorno si sarebbe trovato fuori città, e al momento non ci sono elementi che lo colleghino alla scena del crimine.

Poi c’è il 21enne che ha dato l’allarme dopo aver trovato il corpo di Nunzia riverso a terra, di spalle. Tra loro c’era stata una breve relazione, poi trasformata in un rapporto di amicizia: la donna si era persino attivata per aiutarlo a ottenere un inserimento nei Servizi sociali. Il giovane, spesso presente nella veranda colorata che lei stava trasformando in un giardino artificiale, è stato ascoltato dagli investigatori ma non emergono indizi a suo carico.

Il possibile scenario: un litigio degenerato

L’ipotesi su cui gli inquirenti sembrano concentrarsi è che Nunzia conoscesse il suo assassino.

L’ingresso in casa non presenta segni di effrazione: la porta – una doppia serratura semplice da manovrare – potrebbe essere stata lasciata aperta dalla stessa donna, come faceva talvolta.

Si valuta lo scenario di un incontro degenerato, forse una discussione improvvisa, un gesto d’ira, un colpo alla testa sferrato con la bottiglia. Poi la caduta violenta sul pavimento avrebbe aggravato – forse completato – il quadro mortale.

Nelle prossime ore potrebbe essere disposto un nuovo sopralluogo nell’abitazione, alla ricerca di dettagli sfuggiti nelle prime fasi.

Il nodo dell’orario della morte

Un altro elemento ancora avvolto nel riserbo è l’orario esatto del decesso. Nonostante l’autopsia, la Procura mantiene la massima cautela. Nunzia era stata vista per l’ultima volta mercoledì sera.

Abitudinaria, usciva ogni mattina tra le 10.30 e le 11. Giovedì, però, nessuno l’ha incrociata. Un buco temporale che potrebbe rivelarsi decisivo.

Una storia che assomiglia troppo alle altre

Il caso di Nunzia Cappitelli si inserisce nel tragico elenco dei femminicidi che continuano a scandire la cronaca italiana: donne che denunciano, che chiedono aiuto, che cercano di proteggersi, e che troppo spesso non vengono salvate in tempo.

Ora la verità è affidata agli accertamenti della Procura. In un quartiere scosso e incredulo, resta una domanda che risuona tra i vicoli di Piscinola: chi ha ucciso Nunzia, e perché?

Napoli, denunciata la falsa sensitiva dei social: “Voci dei defunti in cambio di donazioni”

Napoli – Prometteva di ricucire il filo spezzato con l’Aldilà, di portare un ultimo messaggio di conforto da parte di figli, mariti o genitori scomparsi.

Ma il “miracolo”, trasmesso in diretta su piattaforme social seguite da migliaia di persone, aveva un prezzo preciso: donazioni digitali, convertibili in denaro contante, che in alcuni casi hanno prosciugato i conti delle vittime fino a 700 euro.

È l’accusa mossa a una sedicente sensitiva napoletana, finita nel mirino della Procura dopo la denuncia congiunta di cinque donne. Le vittime, residenti non solo in Italia ma anche in Svizzera e Germania, hanno deciso di rompere il muro di vergogna e silenzio assistite dall’associazione “La Battaglia di Andrea” e dall’avvocato Sergio Pisani.

Il Teatro degli orrori in streaming

Secondo quanto ricostruito nelle denunce, il modus operandi era rodato e spietato. Tutto avveniva alla luce del sole, o meglio, della ring light delle dirette social. La donna, sfruttando la disperazione di chi vive un lutto recente, affermava di “sentire” le anime dei defunti.
Per rendere la messinscena più credibile, in alcuni casi si sarebbe avvalsa della complicità della figlia per simulare voci contraffatte, spacciandole per interventi soprannaturali.Ma la truffa non si limitava all’inganno. La gestione delle live era affidata a un team di “moderatrici” che, come buttafuori digitali, esercitavano una pressione psicologica costante. Chi donava veniva blandito e rassicurato; chi smetteva di inviare denaro o tentava di abbandonare la connessione veniva preso di mira, bullizzato e umiliato pubblicamente davanti alla platea virtuale, in una spirale di manipolazione definita dalle vittime “lesiva della dignità emotiva”.

La falsa divisa

L’aspetto più inquietante della vicenda risiede nella costruzione dell’autorevolezza della truffatrice. Una delle denuncianti ha rivelato agli inquirenti che la fiducia cieca riposta nella donna derivava da una menzogna calcolata: la presunta medium si presentava falsamente come psicologa impiegata in un centro antiviolenza. Una qualifica che, agli occhi di persone fragili e traumatizzate, rappresentava una garanzia di competenza, etica e protezione, inducendole ad abbassare ogni difesa razionale.

Il caso ha sollevato l’indignazione dell’associazione “La Battaglia di Andrea”, da sempre in prima linea per la tutela delle fragilità, che sta fornendo supporto legale e psicologico alle parti lese. L’indagine ora punta a chiarire l’esatta estensione del giro d’affari e a identificare eventuali altre vittime rimaste nell’ombra, intrappolate nel dolore e nel timore di denunciare l’abuso subito

Docente travolta e uccisa sulla statale: caccia al pirata in fuga da giorni

Gli investigatori stringono il cerchio: si cerca uno straniero che potrebbe aver già lasciato l’Italia

Prosegue senza sosta la caccia al pirata della strada che, nella notte tra il 15 e il 16 novembre, ha provocato l’incidente costato la vita a Tina Spatarella, insegnante 61enne, travolta sulla Statale 7quater nei pressi dello svincolo di Villa Literno, nel Casertano.

A quasi una settimana dalla tragedia, la Polizia di Stato non ha ancora individuato il responsabile, fuggito dopo aver abbandonato l’auto semidistrutta.

Secondo la ricostruzione della Polizia Stradale di Caserta, la Bmw coinvolta — che ha tamponato a forte velocità la vettura sulla quale viaggiavano la docente e altre tre persone, tutte rimaste ferite e ancora ricoverate in condizioni stazionarie — era intestata a un cittadino romeno.

L’uomo è stato rintracciato dagli investigatori, ma ha dichiarato di non essere lui alla guida durante l’incidente: secondo la sua versione, l’auto gli sarebbe stata rubata.

Gli accertamenti sui passaggi di proprietà, incrociati con una serie di testimonianze raccolte nelle ore successive allo schianto, conducono a un identikit sempre più preciso: gli inquirenti cercano un uomo, probabilmente straniero, che dopo l’incidente avrebbe lasciato Castel Volturno e che potrebbe essersi già allontanato dal territorio nazionale.

Intanto gli investigatori continuano a lavorare sul materiale acquisito: telecamere di videosorveglianza, analisi dei tabulati e verifiche sui contatti dell’intestatario del veicolo. Il fascicolo aperto sulla tragedia — che ha scosso la comunità scolastica e l’intero comprensorio — punta ora a dare un nome e un volto al pirata in fuga, mentre le condizioni dei tre feriti restano stabili. Le indagini proseguono senza sosta.

Napoli, confermata la condanna a 10 anni per il duplice omicidio stradale di Fuorigrotta

Napoli- Condanna confermata in Appello per Dario Lenci: dieci anni di reclusione La seconda sezione della Corte d’Appello di Napoli ha confermato la condanna a dieci anni di carcere per Dario Lenci, ritenuto responsabile del duplice omicidio stradale di Lucia Morra, 20 anni, e Francesco Altamura, 23 anni.

I due giovani persero la vita la sera del 30 settembre 2023 mentre percorrevano via Terracina, nel quartiere napoletano di Fuorigrotta, in sella al loro scooter.

La dinamica: sorpasso a tutta velocità e corsia invasa

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e confermato dal verdetto di secondo grado, Lenci – alla guida di un’Audi R4 di grossa cilindrata, presa a noleggio – viaggiava a forte velocità e sotto l’effetto di alcol e droga. Nel tentativo di effettuare un sorpasso in un tratto con linea continua, invase la corsia opposta procedendo praticamente contromano.

L’impatto fu devastante: i due ragazzi vennero sbalzati in aria e persero la vita sul colpo mentre facevano ritorno a casa dopo una serata al cinema.

Le famiglie: una battaglia di giustizia lunga due anni

Nel processo, la famiglia Morra è stata assistita dall’avvocato Sergio Pisani, mentre la famiglia Altamura dagli avvocati Luigi Poziello e Teresa Armato.

Entrambe hanno portato avanti, senza sosta, una battaglia per ottenere giustizia per i loro figli, simbolo di un 2023 drammatico per la viabilità cittadina, anno in cui a Napoli si registrarono 33 vittime della strada.

Lenci resta in carcere

Con la conferma della condanna in Appello, per Lenci si aprono le porte di un percorso giudiziario che lo vede definitivamente responsabile del tragico incidente. L’uomo resta in carcere, mentre per le famiglie delle vittime la sentenza rappresenta un passo importante in una vicenda che ha segnato profondamente l’intera comunità di Fuorigrotta.

Casalesi, l’ordine parte dalla cella: “Zittite il pentito”. Arrestati due fratelli

Perugia – Le sbarre del carcere di Voghera non erano bastate a interrompere la catena di comando. Dal cuore della detenzione, un esponente di vertice del clan dei Casalesi continuava a tessere la sua tela intimidatoria, con un obiettivo preciso: cucire la bocca di un ex sodale che aveva deciso di saltare il fosso e collaborare con lo Stato.

È questo lo scenario inquietante emerso dall’operazione scattata alle prime luci di oggi, che ha visto i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Perugia, supportati dai comandi territoriali, stringere le manette ai polsi di due fratelli originari di Casal di Principe.

L’operazione e le accuse

L’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal G.I.P. di Napoli su richiesta della DDA, colpisce il cuore di una strategia difensiva basata sul terrore. I due germani devono rispondere di induzione a non rendere dichiarazioni all’Autorità Giudiziaria, reato pesantemente aggravato dal metodo mafioso.

Secondo gli inquirenti, i due avrebbero agito in perfetto concorso: il boss detenuto come mandante e autore materiale delle missive, il fratello libero come “ufficiale di collegamento” incaricato di far recapitare i messaggi di morte.

L’antefatto: il carico da 35 chili

Per comprendere la genesi delle minacce, bisogna riavvolgere il nastro al marzo 2023. In quell’occasione, i militari perugini misero a segno un colpo durissimo contro il narcotraffico internazionale: un corriere fu fermato al confine con la Francia mentre tentava di introdurre in Italia un carico monstre di 35 chilogrammi tra eroina e cocaina.​

Quell’arresto non fu un punto di arrivo, ma l’inizio di un terremoto giudiziario. L’uomo, messo alle strette, decise di collaborare, scoperchiando il vaso di Pandora su un’associazione criminale che, dall’agro aversano, gestiva fiumi di droga destinati al mercato umbro e nazionale.

La strategia del terrore epistolare

Le rivelazioni del “pentito” rappresentavano un rischio mortale per il boss, già detenuto a Voghera dall’aprile 2024 nell’ambito dello stesso procedimento perugino. È in questo contesto che scatta la rappresaglia psicologica. Le indagini hanno documentato che, nell’arco temporale tra il maggio 2024 e il giugno 2025, il collaboratore di giustizia è stato raggiunto da otto lettere – alcune manoscritte, altre battute a macchina – dal tono inequivocabile.

Non si trattava di semplici messaggi, ma di veri e propri “avvertimenti” in stile camorristico, recapitati grazie alla sponda del fratello in libertà. L’obiettivo era chiaro: costringere il testimone chiave a ritrattare, a “dimenticare” i nomi e le circostanze, o a mentire spudoratamente ai giudici per salvare il capoclan da una nuova, pesante condanna nel processo per traffico internazionale di stupefacenti.

Il blitz di questa mattina chiude il cerchio, spezzando il canale di comunicazione tra il carcere e l’esterno e blindando, di fatto, le dichiarazioni che potrebbero presto portare a nuove sentenze di condanna per il clan.

Napoli, rifiuti interrati sotto il centro ippico: l’allarme choc che fa tremare Pianura

Napoli -Una nuova, drammatica ombra si allunga su Pianura. Il quartiere di Napoli, già ferito dal veleno dei roghi e dei rifiuti tossici sepolti, è al centro di una gravissima segnalazione ambientale che fa temere il ritorno all’incubo della Terra dei Fuochi. A lanciare l’allarme è il deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, Francesco Emilio Borrelli, che ha ricevuto una dettagliata denuncia corredata da prove fotografiche e video che attesterebbero un vero e proprio attentato ecologico in corso.

Movimenti di terra sospetti in area vincolata

L’epicentro della minaccia si trova in un’area classificata come bosco ceduo e tutelata dalle normative. Secondo la segnalazione, su fondi riconducibili a una cooperativa agricola legata al Centro Ippico di Via Montagna Spaccata, si starebbero consumando pesanti e non autorizzate movimentazioni di terra.

La denuncia è agghiacciante: un progetto rischioso che potrebbe trasformare l’intera zona in un deposito tossico nascosto. Testimonianze oculari documenterebbero l’interramento illecito di materiali di natura eterogenea, inclusi rifiuti pregressi e scarti potenzialmente altamente pericolosi. Una pratica che configura una drammatica compromissione del suolo e delle falde idriche sottostanti.

Rischio contaminazione: dalla falda alla Tavola

Il deputato Borrelli ha espresso immediatamente preoccupazione per le gravissime implicazioni sanitarie e ambientali. “Quei suoli sono destinati allo sfruttamento agrario, ed è inaccettabile che alimenti destinati al consumo possano provenire da terreni che potrebbero celare sostanze tossiche e materiali inquinanti,” ha dichiarato Borrelli, sottolineando il rischio di una contaminazione a catena.

L’interramento sospetto di rifiuti indeterminati – che potrebbero contenere amianto, idrocarburi e metalli pesanti – non solo minaccia la salute pubblica e dei residenti, ma solleva interrogativi sulla catena alimentare.

“Non si può ripetere l’incubo già vissuto nella Terra dei Fuochi, non si può lasciare che un’altra comunità venga condannata all’avvelenamento silenzioso.”

Appello Istituzionale: Intervento Immediato e Congiunto
La situazione è aggravata dalla presenza di cavalli detenuti in condizioni non idonee in aree potenzialmente contaminate. Inoltre, la denuncia segnala anche l’apposizione di confini abusivi e l’occupazione arbitraria di suoli pubblici, in particolare nell’area sensibile dell’ex Discarica dei Pisani.

Di fronte a un allarme di tale gravità, Borrelli ha lanciato un appello per un’azione congiunta e immediata:

Verifica di Legittimità: Accertare l’esistenza di autorizzazioni per le opere in corso.

Accertamento Materiali: Verificare la provenienza e la natura dei materiali interrati.

Analisi Finanziaria: Accertare la situazione economica della società coinvolta.

“È fondamentale che ASL, ARPAC, Comune, Regione, Forze dell’ordine e Autorità giudiziaria si attivino congiuntamente e immediatamente,” ha concluso Borrelli. “Ogni giorno di ritardo significa ulteriori rischi per la nostra salute. La legalità non è un optional, la vita non può essere trattata come scarto da sotterrare.”

La segnalazione, inviata da un cittadino coraggioso e mantenuto anonimo per ragioni di sicurezza, impone una risposta urgente e risoluta da parte dello Stato per fermare quello che il deputato definisce un “avvelenamento silenzioso”.

Casal di Principe, blitz antidroga nella notte: coppia arrestata con cocaina, hashish e 3mila euro in contanti

Casal di Principe – Arrestati due coniugi trovati in possesso di droga. Un’operazione rapida e mirata, scattata nella notte, ha portato all’arresto di una coppia residente a Casal di Principe: un uomo di 31 anni e una donna di 32, entrambi già noti alle forze dell’ordine per precedenti legati al mondo degli stupefacenti.

A intervenire sono stati i Carabinieri della locale Stazione, impegnati in un servizio di contrasto allo spaccio.Secondo quanto ricostruito dai militari, lo strano movimento di persone attorno all’abitazione dei due coniugi ha acceso più di un sospetto.

I Carabinieri hanno quindi deciso di effettuare un controllo, entrando nell’appartamento per una perquisizione personale e domiciliare. L’intuizione si è rivelata fondata: all’interno sono state trovate numerose dosi di cocaina e hashish, già pronte per essere immesse sul mercato.

L’attività investigativa è proseguita nelle pertinenze dell’abitazione, dove sono stati rinvenuti anche materiali per il confezionamento, bilancini di precisione e una somma di circa 3.000 euro in contanti. Banconote di diverso taglio, considerate dagli inquirenti come probabile frutto dell’attività di spaccio.

L’intero materiale è stato posto sotto sequestro e trasferito presso i locali dell’Arma in attesa delle procedure di rito.

Per la coppia sono scattate immediatamente le misure cautelari: l’uomo è stato trasferito alla casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, mentre la donna è stata posta agli arresti domiciliari. Entrambi restano a disposizione dell’Autorità Giudiziaria, tempestivamente informata dai Carabinieri di Casal di Principe.

Maltempo in Campania: allerta gialla per temporali, rischio allagamenti e frane

La Campania si prepara a un’ondata di maltempo. La Protezione Civile regionale, sulla base delle analisi del Centro Funzionale, ha diramato un’allerta meteo di livello Giallo per temporali che interesserà gran parte del territorio a partire dalle 15 di oggi fino alle 15 di domani, venerdì 21 novembre.

La perturbazione porterà precipitazioni locali, che in alcune zone potranno assumere carattere di rovescio o temporale anche intenso. L’allerta riguarda tutta la regione, con l’esclusione di Alta Irpina, Sannio e Tanagro. In diverse aree si prevedono piogge abbondanti, con conseguente rischio idrogeologico localizzato.

Tra gli effetti principali attesi: allagamenti, innalzamento dei livelli idrometrici dei corsi d’acqua, scorrimento delle acque sulle strade e possibili fenomeni franosi o caduta massi. Le autorità raccomandano massima attenzione, soprattutto nelle zone più vulnerabili, e invitano la popolazione a seguire gli aggiornamenti e a evitare spostamenti non necessari.

Camorra, la spedizione in clinica dei clan Licciardi e Russo e i 2,5 milioni da recuperare

Napoli  – L’ultima inchiesta sulle nuove leve della camorra dei clan Licciardi e Russo racconta una storia che sembra uscita da una serie televisiva. E invece, parola degli inquirenti, è tutto vero: un uomo ricoverato in una clinica, un commando che parte in silenzio dalla Campania, un debito milionario da riscuotere.

Perché, per i clan, nessun letto d’ospedale può diventare un rifugio: i soldi, quando sono «loro», si vanno a prendere ovunque.

Al centro della vicenda c’è il titolare di un’attività commerciale a Palma Campania e – secondo gli investigatori – protagonista di un colossale raggiro ai danni di ignari clienti Enel. Una truffa sofisticata, condotta attraverso società intestate a prestanome e sistemi informatici che caricavano micro-prelievi sulle bollette della luce: pochi euro per volta, ma moltiplicati per migliaia di utenti.

Un bottino che avrebbe fruttato circa 2,5 milioni di euro, parte dei quali destinati – dicono i magistrati – alle casse dei clan Licciardi, Contini e Di Lauro e ad alleanze parallele nei territori nolani, vesuviani e avellinesi.

Ma quei soldi, semplicemente, non arrivano. E quando i soldi non arrivano, la camorra torna alla regola più antica del suo codice: si va a prendere il debitore, ovunque si trovi.

L’incidente, il ricovero e la «missione» dei clan

È il 7 aprile 2023 quando l’imprenditore finisce fuori strada a 300 all’ora, a bordo di una Lamborghini. Sopravvive, ma rimane ricoverato in una clinica in Abruzzo. Ed è lì che, secondo l’ordinanza cautelare, convergono gli emissari dei clan.

La procura elenca nomi e ruoli: Abbatiello, Nappi, Russo Paolino, Coppola, Parisi, Sapio, Carandente Sicco, Maturo, Cava, Alfieri, Della Pietra. Una rete che unisce il Nolano ai territori di Secondigliano, Somma Vesuviana, Casoria, Avellino.

Un mosaico di uomini di riferimento dei clan Russo, Licciardi, Fabbrocino e Cava, capaci di muoversi come un’unica struttura: chi organizza, chi pianifica, chi parte, chi accompagna, chi apre le porte della clinica.

Il gruppo – scrive il giudice – agisce con metodo mafioso: una spedizione «organizzata» per intimare all’imprenditore che il conto va saldato. Subito.

A guidare i movimenti è, soprattutto, Gennaro Nappi, punto di contatto tra i “napoletani” e la rete nolana. Ed è nella sua abitazione che le microspie registrano le conversazioni decisive.

Le intercettazioni: «Questo scornacchiato… sta all’ospedale»

Il 22 maggio 2023, Nappi parla con un interlocutore non identificato. È una conversazione che gli inquirenti definiscono «illuminante». È qui che emerge tutta la dinamica dell’affare, i rapporti con i clan e la rabbia per la mancata consegna dei soldi.

«Lo sapete questo scornacchiato del caffè sta all’ospedale? Ha fatto un incidente a 300 all’ora con la Lamborghini… però sta bene, non è morto», dice Nappi. Sta parlando proprio dell’imprenditore

Poi arriva il passaggio chiave: «Questo è un …, uno scemo… con certi amici di Napoli: i Contini, i Licciardi, i Di Lauro. Ci hanno portato tre società a questo scemo… caricavano soldi dalle banche, ha messo sopra la bolletta dell’Enel… si prendeva otto euro da ogni bolletta».

Il racconto si intreccia con le tensioni tra clan e con le visite che emissari dei Licciardi e dei Cava fanno a casa del Nappi per pretendere che sia lui a mettere ordine: «Vogliamo sapere com’è la situazione, questo deve dare due milioni e mezzo», ribadiscono Coppola e Sapio in un’altra intercettazione.

L’operazione: «Andiamo a prenderlo. Ce lo portiamo qua»

Il 18 aprile 2023 la scena si fa ancora più chiara. In casa di Nappi ci sono Coppola, Sapio, Carandente Sicco ed Esposito. Parlano apertamente della missione. Coppola spiega: «Sta uno che lavora dentro da lui… ci ha detto che sta troppo bene, al novanta per cento è a casa». Devono rintracciarlo, parlargli, fargli capire che il tempo è scaduto.

Ma Nappi è diffidente: teme la moglie, «una viperetta», teme che il nipote , collaboratore di giustizia – possa rivelare qualcosa. E teme soprattutto le telecamere e i controlli.

Così nasce un piano quasi grottesco, degno di un film:entrare separati per non farsi notare;
comprare un caffè come copertura; fingere un incontro casuale e, se necessario, «prendere» l’uomo e portarlo da loro.

Il tutto mentre discutono foto della moglie, abitudini, accessi alla clinica, persone fidate che possono avvicinarlo senza destare sospetti.

È un frammento di camorra 2.0: telefoni criptati, società fittizie, flussi digitali. Ma anche leve antiche: violenza, intimidazione, controllo del territorio.

Le alleanze: Licciardi, Russo, Fabbrocino, Cava

Le conversazioni rivelano un mosaico criminale che va oltre la singola estorsione. Coppola viene descritto come vicino al clan Cava, ma in contatto con i Fabbrocino e con gli uomini dei Licciardi, di cui si fa portavoce.

Russo assume l’impegno diretto di “risolvere la situazione” con l’imprenditore, a conferma dei rapporti stretti tra le famiglie mafiose dell’area nolana e la storica Alleanza di Secondigliano.

I soldi – spiegano gli investigatori – sarebbero finiti in cassa comune, per sostenere affiliati liberi e detenuti. La spedizione in clinica non è solo una riscossione: è un modo per affermare l’egemonia dei clan sui territori, tra Palma Campania, Secondigliano, Casoria, Somma Vesuviana e Avellino.

La macchina del terrore non riesce a completare l’estorsione: l’imprenditore non pagherà mai quei 2,5 milioni. Ma le intercettazioni, gli incontri e la spedizione verso la clinica diventano il cuore dell’inchiesta che oggi ha portato la procura a contestare a più indagati l’aggravante mafiosa, l’estorsione tentata e la partecipazione a organizzazioni camorristiche.

Resta l’immagine più forte, quella che apre l’ordinanza: uomini dei clan che varcano la porta di una clinica per ricordare alla loro vittima che nessun luogo è abbastanza sicuro quando si ha un debito con la camorra.

Mugnano, il mistero del 18enne incensurato con l’arsenale nel box

Mugnano di Napoli – A volte, il destino si gioca in un attimo, nell’istante in cui un controllo di routine incrocia uno sguardo sfuggente. È accaduto in un bar di via Chiesa, a Mugnano, dove la serata ordinaria di una pattuglia dei Carabinieri della Compagnia di Marano si è trasformata in un’indagine che scava in uno dei misteri più inquietanti della criminalità: il reclutamento dei giovani “puliti”.

L’atmosfera si è gelata non appena le uniformi hanno varcato la soglia. Tra gli avventori, due ragazzi hanno mostrato un’insofferenza palpabile. Poi, il dettaglio che ha cambiato tutto: dalla tasca dei jeans del 18enne, spuntava inconfondibile il profilo di un caricatore, pieno di proiettili.

Le manette sono scattate immediatamente. Ma era solo l’inizio, il primo indizio di un puzzle molto più grande. La perquisizione della sua auto ha portato alla luce un passamontagna e una chiave mimetizzata con una lama di coltello. Elementi da “toolkit” del rapinatore.

È stato però il box auto dell’abitazione del giovane a riservare lo choc maggiore: un vero e proprio arsenale. Tre fucili semi-automatici da caccia, calibro 12, tutti funzionanti e “pronti all’uso”, provenienti da un furto denunciato a Foggia lo scorso ottobre. Accanto alle armi, altro passamontagna e un berretto con visiera. L’equipaggiamento completo per un assalto.

L’interrogativo che pesa: custode o complice?

Ora, il caso si arena su un dilemma che tiene in sospese le indagini e scuote la comunità. Il ragazzo è incensurato. Un profilo “pulito” che non era mai finito nel radar delle forze dell’ordine. Cosa spinge un diciottenne senza precedenti penali a diventare il custode di un arsenale del genere?

Le ipotesi degli investigatori si dividono su due fronti principali.
Era un semplice “magazziniere”, pagato per custodire armi ingombranti e pericolose per conto della camorra locale, sfruttando proprio la sua “credibilità” di incensurato? Una pedina inconsapevole in un gioco più grande, o una scelta calcolata?

Oppure, quell’arsenale e quel passamontagna raccontano una verità più oscura? Il ragazzo faceva già parte di una banda di rapinatori? Il box non era un deposito casuale, ma la base operativa di un gruppo pronto a colpire? L’assenza di precedenti non sarebbe dunque la storia di un ragazzo perbene, ma la prova di un’abilità criminale finora rimasta nell’ombra.

L’arresto per detenzione abusiva di armi e ricettazione è solo l’inizio. Per il 18enne, ora in carcere, si spalancano le porte di un futuro giudiziario complesso. Per gli investigatori, invece, inizia la caccia alla verità: chi c’è dietro quel giovane volto?

Arzano, scoperto market della droga in via Zanardelli

Arzano- Operazione della sezione radiomobile dei carabinieri della compagnia di Casoria in via Zanardelli, zona sotto il controllo del clan della 167.

Qui i militari hanno notato un movimento sospetto: un uomo che si allontanava a passo svelto dall’abitazione di Giuliano Pane, 27enne pregiudicato della zona. Alla vista della “gazzella” dell’Arma, Pane ha tentato di chiudere frettolosamente la finestra, un gesto che ha insospettito ulteriormente gli operanti.

Il controllo è scattato immediato. Il passante, rivelatosi un cliente, è stato trovato in possesso di una dose di cocaina appena acquistata. È stato il segnale per il blitz: i Carabinieri hanno fatto irruzione nell’appartamento del 27enne, bloccandolo proprio mentre tentava di disfarsi delle prove.

Nascosti all’interno di un contenitore di plastica, tipo ovetto, i militari hanno rinvenuto e sequestrato 33 dosi di cocaina pronte per lo smercio. Pane è stato arrestato per detenzione di sostanza stupefacente a fini di spaccio ed è ora in attesa di giudizio.