Napoli, cocaina dal carcere e debiti di gioco: la parabola di De Pasquale costretto a pentirsi per salvarsi

Napoli – Dal brokeraggio della droga in cella al pentimento per scampare alla morte: la parabola di Emanuele De Pasquale scuote la camorra napoletana. L’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Napoli a carico di nove persone svela i retroscena di un imponente traffico di cocaina gestito direttamente dall’interno delle strutture carcerarie.

Al centro dell’inchiesta la figura di Emanuele De Pasquale, detto “EDP”, ex organizzatore del traffico per conto del clan Troncone di Fuorigrotta e oggi pentito. Le sue dichiarazioni da collaboratore di giustizia hanno gettato luce sulle inquietanti alleanze trasversali tra i principali cartelli criminali della Campania e su una fitta rete di spaccio.

Il doppio ruolo di De Pasquale: broker e vittima d’estorsione

Nel corso delle indagini è emerso come De Pasquale era contemporaneamente indagato per traffico di stupefacenti e persona offesa per estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Nonostante fosse detenuto in regime di Alta Sicurezza presso la Casa Circondariale di Siracusa, il pregiudicato – diventato poi collaboratore di giustizia – era riuscito a trasformare la propria cella in una centrale operativa di brokeraggio.

Utilizzando smartphone contrabbandati all’interno della struttura, l’indagato acquistava ingenti partite di cocaina da altri storici esponenti della camorra campana, anch’essi detenuti, per poi coordinare la successiva rivendita e spaccio nelle ‘piazze’ dell’area flegrea, attraverso i suoi intermediari esterni.

Il baratro della ludopatia e il debito di gioco

Il meccanismo criminale apparentemente perfetto si è inceppato a causa di una grave vulnerabilità di De Pasquale: la dipendenza dal gioco d’azzardo.

I proventi dello spaccio, che sarebbero dovuti servire a saldare i debiti per le forniture di droga, venivano invece sistematicamente dirottati e persi in scommesse clandestine, portando il pregiudicato ad accumulare un debito complessivo di 49.000 euro con i suoi stessi fornitori all’ingrosso.

Nei verbali del 3 marzo 2026, il collaboratore di giustizia descrive l’inizio del suo declino economico e criminale e la decisione di puntare, ulteriormente, sulle scommesse per ripianare i debiti con i fornitori, ma questo meccanismo aggrava ancora di più la sua situazione economica e aumenta la platea dei ‘creditori’ insoddisfatti: “Nel mese di ottobre 2025, quando mi trovavo ristretto nel carcere di Siracusa, tramite un sito puntocom feci delle scommesse… – racconta il pentito -. Le scommesse andarono male e persi all’incirca 8.000 euro. All’inizio non accettai, ma siccome avevo il debito di gioco di cui ho parlato prima… alla fine decisi di cominciare a fare affari con Emanuele D’Agostino”.

Ben presto, l’illusione di risanare le finanze personali si trasforma in una vera e propria trappola. Per pagare i vecchi creditori, De Pasquale apre contemporaneamente nuovi canali di rifornimento dello stupefacente con esponenti dei clan Mazzarella, Gionta e Ferrara-Cacciapuoti, finendo per scommettere nuovamente anche i nuovi ricavi: “I soldi che guadagnavo tramite lo stupefacente, li rigiocavo – racconta -. Preciso che non giocavo nei siti punto com ma giocavo in una sala tramite Gennaro (Gennaro Votivo, ndr). Gennaro, su mio ordine, tratteneva i guadagni e andava a giocare le scommesse. Ero entrato in un meccanismo senza uscita, perché pur di ripagare i fornitori mi trovavo costretto continuamente ad acquistare altra sostanza”.

I tentacoli all’esterno: la rete dei giovani intermediari a Fuorigrotta

I canali di approvvigionamento aperti in carcere necessitavano di braccia operative stabili nelle strade dei quartieri di Napoli per concretizzarsi in profitto. Pur trovandosi detenuto a Siracusa, De Pasquale manteneva il controllo militare delle piazze flegree delegando l’esecuzione materiale delle consegne a due fidatissimi intermediari sul territorio. Nei verbali illustrativi, il pentito fa nomi e cognomi, tracciando la mappa logistica dello spaccio a Fuorigrotta: “All’esterno del carcere avevo due persone che si occupavano per conto di mio di ciò: L. P. (minorenne per il quale procede il Tribunale per i minorenni, ndr), e un tale Gennaro di ventiquattro anni”.

Gli intermediari all’esterno del carcere consentivano a De Pasquale di agire da vero e proprio broker a distanza. Era lui a tessere i fili, a stabilire i contatti e a ordinare i movimenti della droga tramite lo smartphone che si era procurato in cella, riducendo gli emissari a puri esecutori di ordini impartiti da dietro le sbarre: “Siccome avevo il telefono in carcere, quando D’Agostino mi faceva portare la cocaina a Fuorigrotta, io chiamavo queste persone e le mandavo a ritirare la sostanza. Loro, all’inizio, consegnavano direttamente la droga ai miei acquirenti”.

I riscontri investigativi coordinati dalla Polizia Penitenziaria e dai Carabinieri hanno confermato che i due intermediari –  L. P. e Gennaro Votivo – si muovevano come pedine fisse nello scacchiere flegreo. Votivo, in particolare, aveva il compito specifico di effettuare il prelievo, lo stoccaggio e il trasporto dello stupefacente (fino a 800 grammi per volta), provvedendo alla consegna al dettaglio in zone nevralgiche del quartiere, tra le quali l’area circostante lo Stadio Maradona e la Caffetteria degli Azzurri.

“Un problema dentro e fuori”: il pestaggio in carcere e il disconoscimento del clan

Il sistematico inadempimento dei debiti fa scattare una violenta campagna estorsiva nei confronti di De Pasquale. I fornitori lanciano un duro ultimatum al pregiudicato: “Se non paghi avrai un problema dentro e fuori”, una minaccia esplicita di ritorsioni fisiche sia tra le mura del carcere sia nei confronti dei familiari a Fuorigrotta.

De Pasquale ricorda così quei momenti di massima tensione: “Cominciò tutto circa due o tre settimane fa. Spiegai loro la situazione e Luciano Barattolo non la prese bene… mi disse che avrei avuto il problema dentro e fuori se non avessi pagato. Da quel momento, anche gli altri cominciarono a temere che non avrei più pagato, perché si era sparsa la voce e avevo accumulato troppi debiti”.

Nel disperato tentativo di salvarsi, De Pasquale contatta tramite Instagram il proprio capoclan, Giuseppe Troncone, per cercare un aiuto e un’intermediazione, forte della storica vicinanza e alleanza, tra il clan Troncone e i Mazzarella: “Il venerdì precedente all’incontro con Luciano Barattolo, Ciro Terracciano e Giuseppe Damiano, avevo avvisato Giuseppe Troncone; gli parlai tramite instagram dicendogli che avevo un debito con quelle persone, che sono nostri amici”.

La reazione del boss è gelida. Giuseppe Troncone disconosce l’affiliato e sostiene che De Pasquale gli ha fatto fare  una “figuraccia”, a quel punto il boss dà il via libera agli altri clan per procedere alla punizione del broker.

La rete dei creditori capisce che De Pasquale è ormai isolato: “Domenico Cacciapuoti si mise in contatto con Giuseppe Troncone; la conversazione avvenne via telefono nella stanza di Domenico Cacciapuoti mentre io mi trovavo in saletta. Nella stessa stanza c’erano anche Gianfranco Leva, esponente del clan Licciardi, e Aniello Mosella, di Cavalleggeri d’Aosta. Tutti e tre parlarono con Giuseppe, il quale disse loro che non mi sentiva da giorni e che io gli avevo portato solo guai, quindi mi potevano pure uccidere o potevo buttarmi pentito, perché a lui non sarebbe interessato”.

Il macabro rituale della videochiamata di gruppo dopo il pestaggio punitivo in carcere

Ottenuto il formale “nulla osta” dal vertice criminale dei Troncone, la violenza dei creditori si è abbattuta ferocemente su De Pasquale all’interno del penitenziario. L’ordinanza ricostruisce un brutale pestaggio a calci e pugni, durante il quale il broker, è stato ferito anche una forbice.

Tuttavia, l’aspetto più inquietante e allarmante emerso dalle indagini riguarda la spettacolarizzazione mafiosa dell’aggressione, concepita per riaffermare il potere delle fazioni criminali persino in un regime di detenzione.

Subito dopo il pestaggio, infatti, i sodali hanno dato vita a una vera e propria videochiamata di gruppo per mostrare in tempo reale i segni della punizione inflitta a De Pasquale. I detenuti coinvolti hanno utilizzato i telefoni cellulari introdotti nel settore di Alta Sicurezza per provare l’avvenuta punizione e mostrare il sangue della vittima ai creditori dei clan.

Le indagini hanno fatto emergere come il pestaggio e le ferite riportate da De Pasquale siano stati deliberatamente mostrati in diretta video a tutti i capi che avevano stretto l’accordo economico, inclusi gli esponenti dei clan rivali esterni che fungevano da garanti e lo stesso capoclan Giuseppe Troncone, per garantire che la punizione fosse stata effettivamente inflitta e dimostrare la sottomissione del debitore. Un’ostentazione mafiosa che mirava a cementare l’omertà e a terrorizzare la vittima, al punto da spingerla a non farsi refertare in infermeria per le vistose lesioni subite.

Nel frattempo, all’esterno, la pressione psicologica legata al sanguinoso pestaggio sortiva l’effetto sperato: i familiari di De Pasquale venivano terrorizzati e costretti a consegnare una prima tranche di 6.450 euro nelle mani degli emissari dei gruppi criminali per saldare parte dei debiti contratti con l’acquisto dello stupefacente.

La svolta: la scelta di collaborare con la giustizia per sfuggire alla morte

Il pestaggio e la restituzione di parte del debito non fermano i creditori che a suon di minacce e di ultimatum cercano di riavere i soldi della vendita dello stupefacente. Il punto di non ritorno arriva quando a Emanuele De Pasquale viene dato un ultimatum: Se entro il 18 febbraio del 2026 non avesse pagato sarebbe morto.

A quel punto il pregiudicato compie una scelta decisiva per salvarsi la vita: si presenta presso l’Ufficio Matricola del carcere di Siracusa, consegna lo smartphone illecito e chiede di parlare con un magistrato per avviare il percorso di collaborazione con la giustizia e raccontare tutti i retroscena dell’attività di brokeraggio e spaccio nelle piazze flegree.

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Pubblicato da
Rosaria Federico

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