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In aula le ultime ore di Hakimi: pestato, isolato e abbandonato a morire nel carcere di Santa Maria

Era il 6 aprile del 2020. L’Italia intera era blindata nel silenzio spettrale del primo, rigido lockdown da Covid-19, ma dietro i muri spessi della casa circondata di Santa Maria Capua Vetere la tensione tagliava l’aria come una lama. La sera prima, il panico si era diffuso tra i reclusi del reparto Nilo alla notizia della positività al virus di un detenuto.

Una protesta spontanea, un grido di disperazione e paura collettiva che l’amministrazione penitenziaria decise di reprimere non con il dialogo, ma con la forza bruta.

La definiscono una “rappresaglia a freddo”. Non un intervento estemporaneo per sedare una rivolta in corso, ma una spedizione punitiva metodica e organizzata, calata dall’alto per ristabilire l’ordine attraverso il terrore. Al centro di quel ciclone di violenza cieca c’era lui: Hakimi Lamine, un giovane algerino di 28 anni bollato sbrigativamente come uno dei presunti “capi” della protesta.

Il calvario del 28enne: pestaggi, isolamento e vomito di sangue

Le immagini catturate dalle telecamere interne del penitenziario, passate al setaccio dalla Procura e sviscerate durante la requisitoria dai pubblici ministeri Alessandro Milita, Daniela Pannone e Alessandra Pinto, restituiscono fotogrammi raccapriccianti. Hakimi viene braccato, circondato e massacrato di botte.

La sua odissea di dolore non si ferma nel reparto d’origine. Viene trascinato al piano terra, dove i colpi continuano a piovere sotto forma di calci e pugni sferrati da chi la divisa l’avrebbe dovuta onorare. Ridotto in fin di vita, il giovane viene scaraventato nel reparto di isolamento del Danubio.
I dettagli emersi nel corso del dibattimento tracciano i contorni di un’agonia disumana:
Un altro detenuto lo vede vomitare sangue, segno inequivocabile dei devastanti traumi interni riportati.
Un agente lo colpisce nuovamente, questa volta brandendo un bastone.
Nessun medico interviene tempestivamente; per tutta cura, la sera del 6 aprile, gli viene propinata una banale tachipirina.
Viene lasciato solo, in balia dei propri dolori e delle proprie urla, in un blocco di isolamento totalmente incompatibile con il suo fragile quadro clinico.

Il muro di gomma, i depistaggi e le responsabilità mediche

Ci vorranno undici lunghissimi giorni prima che qualcuno si accorga realmente delle sue condizioni. Soltanto l’intervento risolutivo del magistrato di sorveglianza Marco Puglia, il 17 aprile, sblocca la situazione ordinando una visita medico-legale d’urgenza. Il referto parla chiaro: politrauma contusivo localizzato prevalentemente al volto, al dorso e agli arti inferiori.

Eppure, la macchina del depistaggio era già rodata. I consulenti tecnici e i periti hanno confermato in aula che Hakimi soffriva di gravi disturbi della personalità: le sue condizioni psichiche lo rendevano del tutto incompatibile con il regime di isolamento. Avrebbe avuto bisogno di un piantone fisso e di un’assistenza costante. Non solo: i regolamenti prevedevano un massimo di 15 giorni in isolamento, ma Hakimi vi rimase imprigionato fino al 4 maggio 2020, giorno del suo decesso.

La difesa dei familiari, attraverso le parole dell’avvocato Luigi Romano, ha puntato l’indice contro l’anello sanitario della catena: medici che avrebbero avallato la linea del silenzio, certificando falsamente lesioni inventate per coprire l’operato dei poliziotti.

Il processo e il banco degli imputati

Oggi, sul banco degli imputati in questo maxi-processo che conta 105 posizioni, si gioca una partita di civiltà giuridica. Per la morte di Hakimi Lamine, avvenuta a un mese esatto di distanza da quel pestaggio, rispondono circa trenta persone.

I capi d’imputazione pesano come macigni:

Morte come conseguenza del reato di tortura: contestata soprattutto agli ufficiali e agli agenti della polizia penitenziaria (tra cui figurano nomi come Pasquale Colucci, Gaetano Manganelli, Annarita Costanzo e Roberta Maietta).

Omicidio colposo: ascritto agli stessi poliziotti, all’ex direttore regionale delle carceri Antonio Fullone, agli ex dirigenti dell’istituto penitenziario Maria Parenti e Arturo Rubino (colui che firmò la sospensione del regime aperto) e ai medici in servizio Giovanni Capuano e Francesco Andreozzi.

Un processo-fiume che scava nelle viscere di un sistema carcerario opaco, dove la ricerca della verità processuale rappresenta l’unico argine possibile contro l’impunità e l’abbandono dello Stato nei luoghi dove i diritti dovrebbero essere comunque garantiti.

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Pubblicato da
Giuseppe Del Gaudio

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