Castellammare, gli «affari pericolosi» del presidente del consiglio comunale, Roberto Elefante

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Giuseppe Del Gaudio

Castellammare – Nelle oltre 400 pagine della relazione dei commissari prefettizi che ha portato allo scioglimento del consiglio comunale di Castellammare chi ne esce, no male, ma malissimo, è il commercialista Roberto Elefante.

Figura molto nota in città per il suo passato di cestista e allenatore di basket e promotore di iniziative legate ai giovani e allo sport. Nella geografia del potere istituzionale di Palazzo Farnese, la figura di Roberto Elefante non era quella di uno dei tanti consiglieri di fila.

Commercialista affermato, già candidato sindaco ed eletto alla carica di Presidente del Consiglio Comunale con i voti della coalizione di centrosinistra e civica guidata da Luigi Vicinanza, Elefante rappresentava l’anello di congiunzione tra la borghesia delle professioni ed il governo della città. Ma quando le visure camerali, i bilanci aziendali e i fascicoli giudiziari della DDA sono stati incrociati dagli ispettori prefettizi (a lui sono dedicati ben due capitoli della relazione), la figura del “garante dell’assise” si è dissolta, rivelando un reticolo di partecipazioni societarie ed incroci d’affari costellato da ombre inquietanti.

Il comitato d’affari nella sanità e la società Reteknos s.r.l.

Il primo e più consistente capitolo dell’inchiesta prefettizia riguarda la fitta rete di partecipazioni che vedono coinvolto Elefante nel settore dei servizi sociosanitari e delle forniture private. Elefante risulta socio al 50% ed amministratore in diverse compagini societarie tra cui la Reteknos s.r.l. e la Deamicibus s.r.l.. A fare clamore non è solo l’estensione del fatturato, ma l’identità del suo storico partner d’affari: Catello Cacace.

I rilievi della DDA

Catello Cacace, socio e compagno d’affari di Roberto Elefante, è stato arrestato nell’ambito di una complessa indagine della Procura di Palermo per corruzione, turbativa d’asta e mazzette nel settore della gestione delle residenze sanitarie assistite (RSA) e dei servizi di ristorazione ospedaliera. Cacace viene indicato dagli inquirenti come il perno di un “comitato d’affari” capace di condizionare appalti pubblici milionari.

Ma c’è di più. Gli accertamenti della Guardia di Finanza allegati alla relazione prefettizia evidenziano che Cacace non è un nome qualunque nel panorama criminale di Castellammare: è strettamente imparentato per via diretta con esponenti di primo piano dello storico clan D’Alessandro di Scanzano. Il fatto che il Presidente del Consiglio Comunale condividesse perni societari e quote azionarie con un soggetto travolto da inchieste per corruzione e vicino alla malavita organizzata ha sollevato enormi dubbi in merito a un possibile inquinamento criminale e un potenziale conflitto d’interessi nelle decisioni amministrativa dell’Ente.

L’ombra delle scommesse: la Camar Giochi s.r.l. e i videopoker

Scavando più a fondo negli assetti proprietari collegati al professionista e alla sua cerchia familiare e professionale, la Commissione d’Accesso ha acceso i riflettori sul settore altamente sensibile dei giochi e delle scommesse. Il riferimento è alla società Camar Giochi s.r.l., operante nel noleggio e nella gestione di apparecchiature da intrattenimento e videopoker in numerosi bar e circoli della provincia a sud di Napoli.

Le indagini della DDA di Napoli hanno dimostrato da tempo come il business dei videopoker rappresenti uno dei canali primari di riciclaggio e di controllo capillare del territorio da parte del clan D’Alessandro, che imponeva i propri apparecchi agli esercizi commerciali con metodi estorsivi. La presenza nella Camar Giochi s.r.l. di assetti proprietari riconducibili a congiunti di persone condannate per associazione mafiosa ed a famiglie colpite da provvedimenti di sequestro beni ha svelato una vicinanza tangibile tra il mondo degli affari del Presidente dell’assise ed i settori economici d’elezione della camorra stabiese.

Silenzi istituzionali e l’inerzia del garante

Di fronte ai rilievi formulati dalla Commissione d’Accesso durante le audizioni, Roberto Elefante ha difeso la legittimità della propria attività professionale di commercialista e la totale estraneità della sua funzione pubblica rispetto alle vicende giudiziarie che hanno travolto i suoi soci privati. Tuttavia, la valutazione degli organi ispettivi è stata inesorabile: “la seconda carica dello Stato sul territorio cittadino si trovava collocata al centro di un grumo di interessi economici ed affaristici intrecciati con soggetti criminali e corruttivi”.

Questa promiscuità tra vertici delle istituzioni cittadine ed ambienti contigui alle consorterie ha paralizzato la funzione di controllo del Consiglio Comunale. Nessun atto di verifica è stato mai promosso sul contrasto all’infiltrazione mafiosa nei contratti commerciali né sul rispetto del codice etico. La rete societaria del Presidente del Consiglio è divenuta così uno degli elementi portanti che hanno spinto il Ministero dell’Interno e la Prefettura di Napoli a sigillare anticipatamente l’esperienza amministrativa di Castellammare di Stabia, decretando lo scioglimento per infiltrazione mafiosa.

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