

Pietro e Pasquale Cristiano, i due pentiti, don Patriciello e il comandante Biagio Chiariello
Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, sfociate nel blitz contro l’ala militare ed estorsiva della “167 di Arzano”, svelano una sofisticata strategia di manipolazione mediatica ordita dal clan. Quando la fazione facente capo a Pasquale e Pietro Cristiano si è trovata militarmente alle strette, schiacciata dall’offensiva dei Monfregolo, ha deciso di abbandonare temporaneamente i kalashnikov per utilizzare gli strumenti della comunicazione di massa e i social network.
L’obiettivo era chiaro: generare uno scandalo istituzionale ad Arzano, costringere lo Stato a inviare un contingente massiccio di forze dell’ordine e, di conseguenza, bloccare le piazze di spaccio e il racket gestiti dai rivali.
Nei verbali d’interrogatorio, il collaboratore di giustizia Pietro Cristiano descrive minuziosamente la genesi del finto manifesto funebre stampato e affisso per colpire simbolicamente, Biagio Chiariello, il Comandante della Polizia Locale di Arzano, un atto che all’epoca suscitò profondo sdegno pubblico:
«Trovandoci in estrema difficoltà militare sul territorio e non potendo rispondere colpo su colpo ai Monfregolo, abbiamo capito che dovevamo colpirli dove faceva più male: nei loro affari economici. Dal carcere, utilizzando un telefono clandestino, ho effettuato una videochiamata su Instagram a un nostro contatto esterno, Antimo Di Costanzo di Orta di Atella. Gli ho dato ordine esplicito di preparare e affiggere ad Arzano un finto manifesto a lutto e una ghirlanda di fiori indirizzati al capo delle guardie municipali.
Sapevamo che un gesto del genere contro un rappresentante delle istituzioni avrebbe scatenato l’inferno mediatico. Volevamo che lo Stato militarizzasse il paese, perché se le strade si riempiono di posti di blocco della Polizia e dei Carabinieri, i Monfregolo non possono più vendere la droga né andare a chiedere il pizzo ai commercianti. Era l’unico modo per soffocarli senza sparare.»
La reazione della fazione Monfregolo non si è fatta attendere, ma si è sviluppata secondo una logica criminale ancora più subdola. Intuendo che la pressione investigativa su Arzano era il frutto di una precisa strategia dei rivali, i reggenti del gruppo avrebbero deciso di “esportare” la violenza in un altro territorio caldo dell’hinterland napoletano: il Parco Verde di Caivano.
Secondo quanto ricostruito dai magistrati della DDA e confermato dalle ammissioni dei collaboratori, l’autobomba o l’ordigno piazzato davanti alla parrocchia di San Paolo Apostolo nel marzo 2022 non era legata a vicende interne alle piazze di spaccio caivanesi, bensì a un calcolo geopolitico del clan arzanese. L’obiettivo era spostare i riflettori dei media e i pattugliamenti straordinari lontano da Arzano, indirizzandoli su Caivano, e contemporaneamente lanciare un segnale d’avvertimento a chi cercava di rimanere neutrale o era ritenuto storicamente vicino ad ambienti ostili.
La notizia che l’attentato dinamitardo subìto nel 2022 fosse in realtà una pedina nel gioco di scacchi tra i clan della 167 di Arzano ha suscitato l’immediata e dolorosa reazione di don Maurizio Patriciello. Il parroco in prima linea contro la camorra e il degrado sociale nell’hinterland a nord di Napoli ha commentato a caldo le rivelazioni emerse dall’ordinanza di custodia cautelare eseguita dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Castello di Cisterna.
Don Patriciello non ha nascosto la sua profonda preoccupazione e la stanchezza per una situazione che vede i simboli della legalità strumentalizzati dalle faide mafiose:
«Quattro anni fa, fu piazzata la bomba, era il giorno del mio compleanno, al Parco Verde mi vennero a dire qualcuno che era stato qualcuno dall’esterno. Ora c’è la conferma. E’ una di quelle cose, quella di rientrare nelle dinamiche dei vari clan, che mi lasciano molto inquieto. Sono un bersaglio comodo per gli stessi clan per far ricadere le colpe l’un sull’altro, c’è anche un po’ di stanchezza.»
Nonostante l’amarezza per essere stato utilizzato come “esca” o strumento di distrazione di massa nella guerra tra i Cristiano e i Monfregolo, il sacerdote ha ribadito l’assoluta necessità di non arretrare nel contrasto culturale alla criminalità organizzata, focalizzando l’attenzione sulle nuove generazioni prima che cadano nella rete del facile guadagno della camorra:
«Queste persone hanno già perduto la loro battaglia, finiscono uccisi o in galera, o anche quando uccidono, si macchiano le mani con sangue innocente, piuttosto dobbiamo continuare a lavorare sui più giovani, bisogna intercettarli prima, per questo giro le scuole. Quando iniziano a vedere i soldi, diventa difficile recuperarli.»
P.B.
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