

Dino De Angelis
Ancora una volta, sabato 9 maggio, Dino De Angelis ha saputo incantare il pubblico stabiese con uno dei viaggi narrativi che lo contraddistinguono e lo hanno reso noto e apprezzato in città. Il mondo intimo di due colossi della pittura, Vincent Van Gogh ed Edward Hopper, è stato rivelato dalla sua rara capacità di cogliere la grandezza attraverso la fragilità.
Nella raffinata e armoniosa Villa Liberty che ha ospitato l’evento, in un’atmosfera sospesa tra passato e presente, le parole e le immagini abilmente intrecciate dall’autore hanno trovato una risonanza amplificata nello sguardo del pubblico.
Come una lente d’ingrandimento, la sua sensibilità ha messo a fuoco la vicenda esistenziale dei due protagonisti. Pur separati da una generazione e da linguaggi pittorici differenti, Van Gogh e Hopper hanno attraversato la propria vicenda umana in modi ugualmente profondi. Rivolgendosi a un pubblico attento e partecipe, il narratore ha accostato con finezza i loro modi di abitare il mondo. Ha tracciato un itinerario emotivo attraverso un unico filo narrativo, capace di tenere insieme due solitudini differenti.
Il titolo scelto per lo spettacolo, La solitudine e l’estasi. Da Van Gogh a Hopper, rappresenta il cuore del discorso di De Angelis: una chiave di lettura che mette in relazione vulnerabilità complementari, attraverso cui interpretare le distinte personalità dei due artisti. Van Gogh e Hopper, in forma diversa, rappresentano egualmente la distanza dell’essere umano dagli altri esseri umani. Questa condivisione ha reso naturale il loro accostamento.
«Un’opera d’arte deve provocare un’immediata sensazione di benessere», ha affermato De Angelis, modulando la voce e scandendo il ritmo di un’impeccabile narrazione performativa. Un’energia sottile deve catturare lo sguardo dell’osservatore, che non riesce a distoglierlo dalla tela mentre nella mente si insinua un pensiero che lo accompagna oltre l’immagine. Una definizione compiuta dell’arte deve evocare entrambi questi elementi e da essi non può prescindere, perché l’arte vive solo se trova un riscontro.
A sostegno di questa interpretazione dell’arte, De Angelis ha introdotto la figura di Edward Hopper. Un artista riconosciuto in vita, a cui furono dedicate ben due copertine del Time, segno evidente di quanto la sua arte fosse già allora compresa, accolta e avesse ricevuto quel riscontro. La sua solitudine era infatti una condizione esistenziale, non un grido inascoltato come quello di Van Gogh. Nelle opere di Hopper la solitudine è contemplativa: indica un’assenza di relazione, non un bisogno frustrato. Le sue immagini parlano di incomunicabilità, di distanze che non si colmano, di vite che non si toccano mai.
«Van Gogh non è mai stato capito. In vita ha venduto un solo quadro», ha proseguito De Angelis, sottolineando come le sue opere non siano mai riuscite a raggiungere davvero il mondo esterno, mancando quel dialogo naturale che si instaura tra l’arte e chi la contempla. Van Gogh cercava invano un interlocutore. Dipingeva tentando, in ogni modo, di raggiungere un essere umano. Nella luce dei suoi colori bruciavano all’unisono inquietudine e gioia, ma anche il peso di non essere compreso.
L’evento si è concluso con un colpo di coda suggestivo, capace di suscitare la visibile emozione della platea e di consegnare il finale alla riflessione dei presenti. De Angelis ha offerto al pubblico un invito prezioso, introdotto dalla celebre frase che Michelangelo pronunciò all’età di ottantasette anni: “Sto ancora imparando”. Un’esortazione a custodire il fuoco della curiosità, quella forza che alimenta la conoscenza e insegna l’umiltà, indipendentemente dall’età o dal percorso di ciascuno.
Ma il momento più alto della serata, coinciso con la conclusione, De Angelis lo ha voluto dedicare a Van Gogh, attraverso i versi di chi gli ha permesso di avvicinarsi davvero all’artista: Don McLean e la sua Vincent, composta nel 1972. Nel testo risuona una verità disarmante: “Non ti hanno mai chiesto niente e forse non lo faranno mai”. Una frase che condensa la solitudine radicale di Van Gogh, il suo mancato riconoscimento, il suo bisogno inascoltato di essere visto.
È una riflessione che chiude il percorso come si chiude un cerchio: l’arte è viva solo se ogni gesto creativo trova uno sguardo che lo accolga, lo contempli, lo riconosca. Lo stesso sguardo attento che ogni vita umana richiede.
Sabato 9 maggio quello sguardo c’è stato. In esso, solitudine e ed estasi, hanno trovato finalmente il loro riscontro.