IL RITO DEI TELEFONI NEL BAGNO

«Se non paghi, ti arriva la tranvata»: patto tra ispettore antimafia e commercialista per ricattare le imprese

Il meccanismo messo in atto dall’ispettore Andrea Garofalo e dal commercialista Domenico D’Agostino. Telefoni sequestrati, minacce di interdittive e parcelle "posticce": l'inchiesta nata dal coraggio di un imprenditore che aveva già sfidato i Casalesi.
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L’appuntamento era quasi sempre lo stesso: lo studio del commercialista a Carinaro, zona industriale di Teverola. Ma prima di iniziare a parlare, scattava il protocollo di sicurezza. Niente cimici, niente registrazioni. Almeno nelle intenzioni dei protagonisti. Appena entrato, l’imprenditore Salvatore Iorio veniva accolto da un uomo ben vestito, con la barba brizzolata, un Rolex al polso e il sigaro tra le dita.

«Dammi il cellulare», intimava l’uomo, che si presentava come “Andrea della Prefettura”. I telefoni venivano presi e chiusi nel bagno dello studio. Solo allora iniziava la trattativa. Quell’uomo era Andrea Garofalo, ispettore della Polizia di Stato e membro del GIA (Gruppo Interforze Antimafia), l’organismo che decide chi può lavorare con la Pubblica Amministrazione e chi, invece, deve essere spazzato via da un’interdittiva.

«Andrea della Prefettura» e lo spauracchio della «tranvata»

Il metodo descritto dal GIP Berrino era chirurgico: Garofalo, grazie al suo ruolo in Questura a Caserta, conosceva in anticipo le informative riservate del ROS. Sapeva chi era sotto osservazione e chi rischiava di perdere l’iscrizione alla “White List”. Era allora che entrava in gioco il “socio”, il commercialista Domenico D’Agostino.Ai malcapitati veniva mostrato lo schermo di un computer: «C’erano delle informative negative nei miei confronti — racconta Iorio nella sua denuncia — mi facevano vedere la sentenza di confisca definitiva relativa ai miei familiari».

Il messaggio era chiaro: se non ti “appariamo” noi, la tua azienda è finita. Garofalo usava termini gergali ma inequivocabili: «Adesso i tempi sono stretti… la tranvata sicuramente la prendi però cerchiamo di farti prendere una tranvata minore». O ancora: «Se tu acchiappavi la carocchia (l’interdittiva, ndr) già ti comunicavano l’interdittiva ed era finita».

Il Modello 231: lo schermo legale per la mazzetta

Per giustificare il passaggio di denaro, il duo aveva ideato un escamotage: la redazione del “Modello 231”, una certificazione sulla responsabilità societaria che, pur non essendo obbligatoria per la White List, veniva spacciata come l’unica ancora di salvezza.Il prezzo? Salatissimo. Per Iorio la richiesta fu di 10.000 euro: 4.000 fatturati dal commercialista per un’attività definita dagli inquirenti “posticcia” e 6.000 in contanti per l’ispettore.

Garofalo, con una spavalderia che il GIP definisce allarmante, definiva quella cifra quasi un’offesa professionale: «I prezzi sono altri e questo è veramente un fiore… ti vai a fare una mangiata a Punto Nave e li spendi questi soldi».

La mazzetta e le colombe pasquali

L’avidità degli indagati emerge in dettagli quasi grotteschi. Non bastavano i contanti. Durante uno degli ultimi incontri prima di Pasqua, Garofalo rincara la dose: «Fai quattro e sei… e un paio di colombe buone… quelle di Benito però!». Un extra da 80 euro che si aggiungeva alle migliaia di euro estorte per “tirare il freno a mano” ai controlli antimafia.

L’ispettore si sentiva intoccabile, ma era consapevole del rischio: «Tieniti presente che a me mi arrestano se vengono a sapere una cosa di questa… non devi parlare manco in corpo a te». Non aveva fatto i conti con il coraggio di chi, come Salvatore Iorio, aveva già denunciato in passato esponenti dei Casalesi come Franco Letizia e i figli di Sandokan.

«Mia moglie, come me, ha sofferto tutte le angherie subite dal clan dei casalesi — spiega l’imprenditore — e ho deciso di venire a denunciare».

Il sistema «a stile aperto»

Nelle pagine dell’ordinanza, il GIP Berrino descrive quello di Garofalo come un «sistema ben strutturato di reiterate concussioni a stile aperto». Non c’era solo Iorio. Arturo Di Caterino, un altro imprenditore, sarebbe stato costretto a versare 15.000 euro (di cui 12.500 in contanti) per evitare che le vicende giudiziarie del nonno bloccassero la sua attività.

Le minacce di Garofalo erano brutali: «Se non fai questa 231 tu ti becchi l’interdittiva e dopo, anche se hai ragione, la questione la risolvi quando avrai 50 anni, ci vogliono 20 anni per risolverla». E ancora: «Salvatore tu mi devi stare a sentire! Altrimenti qua ti fai male, ma ti fai male davvero».Conclusioni del GIP: un tradimento della divisa

Garofalo, definito “esperto di indagini” per i suoi trascorsi alla DIA e alla Squadra Mobile, usava le sue competenze per muoversi nell’ombra, consapevole di come eludere le investigazioni.Il quadro che emerge è quello di un pubblico ufficiale che ha messo all’asta la funzione più delicata dello Stato: la lotta alle infiltrazioni mafiose.

In un territorio difficile come quello casertano, la White List è vita o morte per un’azienda. Garofalo e D’Agostino lo sapevano bene e su quella paura avevano costruito il loro mercato privato. Fino a quando un uomo che non aveva paura della camorra ha deciso che non doveva averne nemmeno di un poliziotto infedele.

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