Cronaca Napoli

Napoli, appalti, minacce e medici a disposizione: viaggio nel feudo clinico del clan Contini

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C’è un confine sottile, a Napoli, dove il dolore e la speranza dei malati si scontrano con la ferocia e gli affari della criminalità organizzata. Questo confine ha un indirizzo preciso: l’Ospedale San Giovanni Bosco. Nelle carte dei magistrati e nelle parole tremanti di chi ha deciso di saltare il fosso, il nosocomio collinare non è descritto come un’eccellenza sanitaria, ma come una “zona di controllo”.

Un’enclave di potere dove la legge dello Stato si ferma davanti alle porte scorrevoli del Pronto Soccorso, per lasciare il posto al codice non scritto dell’Alleanza di Secondigliano e, in particolare, del clan Contini.

Qui dentro, il clan non si limita a chiedere il pizzo. Qui il clan è l’ospedale. I camorristi non sono solo esterni che impongono la loro presenza, ma sono dentro l’ingranaggio: infermieri, barellieri, portantini, autisti delle ambulanze e addetti alle pulizie. Persone che, a detta degli inquirenti, in corsia fanno di tutto tranne che lavorare.

Gestiscono liste d’attesa, organizzano summit tra i reparti, occultano i profitti illeciti e garantiscono corsie preferenziali per gli “amici”. Un welfare criminale fatto di finte diagnosi per evitare il carcere ai boss, trasporto illegale di salme e protezione fisica per i camici bianchi collusi.

Il bar della cosca e il potere del portantino

Al centro del sistema di riciclaggio c’è un luogo insospettabile: il bar dell’ospedale. Un crocevia di medici, parenti in ansia e affiliati di spicco. A svelarne i segreti è Teodoro De Rosa, classe 1985, ex fiduciario dei vertici del clan, uomo ombra per Patrizio Bosti e Eduardo Contini, nonché custode dei segreti finanziari delle loro mogli, le temibili sorelle Aieta.

La gestione del bar, affidata alla famiglia De Rosa, era la lavatrice perfetta per il denaro del clan. Ma come ci sono entrati? Lo racconta con cruda freddezza un altro pentito, Giuseppe De Rosa, andando indietro di un quarto di secolo e delineando la figura di Salvatore Botta, formalmente un semplice portantino, di fatto un capoclan in corsia:
«Quando noi stavamo, come famiglia, prendendo questo bar nell’ospedale, 24-25 anni fa, Salvatore Botta pretese di entrare in società, altrimenti non se ne sarebbe fatto niente; cioè non avremmo potuto comprarlo».

E Botta non era uno a cui si poteva dire di no. «La comandava lui — continua De Rosa — sia nel quartiere sia dentro all’ospedale. Interveniva con la sua caratura criminale anche per gestire decisioni riguardanti aperture di reparti e cose simili. Se qualche sindacalista non obbediva, lui lo mandava a picchiare, come nel caso di …omissis… I sindacalisti avevano un potere importante perché avevano il rapporto con l’ASL per dare le autorizzazioni a chi volesse lavorare nell’ospedale».

Le divise verdi e il marchio dell’Alleanza

Il controllo territoriale si esercita anche attraverso la simbologia. Chi comanda deve essere visibile, e quale modo migliore di infiltrarsi negli appalti delle pulizie, garantendo assunzioni agli affiliati?

È ancora Teodoro De Rosa, in un verbale del giugno 2015, a riconoscere in foto le truppe camorristiche nei corridoi: «Riconosco Angelo Botta, che vedo anche in divisa da infermiere. Lavora nella ditta di pulizia e non dovrebbe, di regola, indossare questa divisa, ma molti di loro lo fanno per darsi un marchio di appartenenza al clan. La maggioranza delle persone che frequentano come utenti il San Giovanni Bosco sa quali sono gli equilibri del clan che si giocano all’interno dell’ospedale».

Le ditte di pulizia sono una miniera. Vincenzo De Feo, un altro collaboratore di giustizia, nel 2009 spiegava il ruolo del boss Salvatore Botta: «Formalmente lavora come caposquadra di una delle imprese di pulizia dell’ospedale, quella che ha le divise verdi. In altre imprese sono impiegati altri familiari delle Aieta»

. Un controllo capillare che si estende persino all’asfalto, come conferma De Feo riconoscendo un altro pezzo grosso, Giuseppe Del Piano: «Uomo di fiducia di Salvatore Botta… Gestisce il parcheggio dell’Ospedale San Giovanni Bosco, ove lavorano dei suoi dipendenti».

Corsie preferenziali e camici compiacenti

Ma il vero “servizio” offerto dal clan è l’aggiramento della burocrazia sanitaria. Se il cittadino onesto aspetta mesi per un’ecografia, per “gli amici degli amici” le porte si aprono all’istante. Dalle intercettazioni emerge la figura di Angelo Botta come un vero e proprio “centro prenotazioni VIP”. Una donna lo chiama, sicura: «Senti, se vado sotto all’ospedale a nome tuo e mi faccio fare una BETA, me lo fanno?». La risposta è sì. Basta dire “sono la nipote di Angelo”.

Allo stesso modo, il sodale Vincenzo Botta riesce a ottenere un appuntamento immediato per «la moglie di Vincenzo dei Quartieri» chiamando direttamente il dottor …omissis… Niente ticket, niente liste d’attesa.

Le connivenze, però, sfociano in veri e propri reati per alterare i percorsi giudiziari. Giuseppe De Rosa racconta di come il San Giovanni Bosco fosse usato come “bancomat dei favori” per cementare le alleanze con gli altri clan, come i Licciardi.

«Cominciammo a fare i piaceri sia ai Licciardi sia ad altri malavitosi per cose che servivano in ospedale. Ad esempio aiutammo Giovanni Paesano, o Bambù, a stare più tempo in ospedale, se erano detenuti, parlando con medici, e facendogli certificati falsi che avevano malattie o bisogno di altre cure».

Teodoro De Rosa rincara la dose parlando delle truffe assicurative organizzate con falsi referti, ricordando di aver accompagnato donne e affiliati «per fare referti illeciti» su falsi incidenti in motorino.

E se un medico si trova in difficoltà? Non chiama il 112. Chiama il clan. È inquietante l’episodio del 3 febbraio 2013, quando il dottor …omissis…, minacciato in reparto da due sconosciuti, telefona in preda al panico a Vincenzo Botta: «Subito! Ma subito! Ma non venire solo tu. Hai capito?»

. I Botta si attivano. Angelo, zio di Vincenzo, ordina di capire chi siano gli aggressori: «Com’è, sono due bestioni? Domanda di dove sono… se tengono a qualcuno per farli picchiare!». Pochi minuti dopo, il commando camorrista risolve il problema. «Tutto a posto!» comunicano per telefono. Il patto scellerato (protezione in cambio di totale sottomissione del medico) è saldato.

Un patto criminale: ospedali spartiti e sangue da lavare

L’anomalia del San Giovanni Bosco non è un caso isolato, ma fa parte di una scacchiera più ampia su cui la Camorra ha piazzato le sue pedine da decenni. Lo conferma Mario Lo Russo, storico boss dell’omonimo clan dei “Capitoni” di Miano, pentitosi nel 2016:

«L’ospedale San Giovanni Bosco è in mano ai Contini, come impresa di pulizia, forniture, lavanderia. Come lo facevamo noi nelle nostre zone, al Policlinico, e i Cimmino al Cardarelli. Già tanti anni fa avvenne questa divisione degli ospedali tra i clan, secondo il controllo territoriale camorristico. Se noi avevamo bisogno di qualcosa dal San Giovanni Bosco, bastava chiamare Ettore Bosti e lui chiamava chi di dovere e tutti si mettevano a disposizione».

Un presidio in cui il clan è talmente padrone da usarlo come deposito per le proprie vittime, sicuro dell’omertà del personale. Lo racconta in modo raccapricciante Pasquale Orefice, parlando di un feroce pestaggio ordinato per zittire alcune teste calde. Due ragazzi vicini a Ciro Contini vengono prelevati, portati nel Rione Amicizia e “massacrati di botte” dai vertici del gruppo.

«Quel giorno c’era tutta la malavita» ricorda Orefice. Una volta finito il pestaggio, i carnefici sanno esattamente dove scaricare i corpi agonizzanti: «Lasciarono i due all’ospedale Don Bosco e se ne andarono». E il giorno dopo, la sicurezza finale: «La sera dopo si presentò Alfredino con la moglie per vedere se i ragazzi parlavano o no. L’ospedale è da noi controllato».

In queste parole c’è tutta la drammatica essenza del San Giovanni Bosco sotto la cappa dei Contini. Un luogo deputato a salvare vite, trasformato in uno strumento di morte, riciclaggio e potere sociale, dove un camice bianco, a volte, vale meno di una divisa verde delle pulizie.

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Fonte REDAZIONE
Giuseppe Del Gaudio

Giuseppe Del Gaudio, giornalista professionista dal 1991. Amante del cinema d'azione, sport e della cultura Sud Americana. Il suo motto: "lavorare fa bene, il non lavoro: stanca"

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Giuseppe Del Gaudio