Napoli – È fissato per martedì prossimo davanti al gip di Napoli, Sorrentino il conferimento degli incarichi ai consulenti tecnici nell’ambito dell’incidente probatorio sulla morte del piccolo Domenico Caliendo, il bambino deceduto il 21 febbraio scorso dopo un trapianto di cuore non riuscito eseguito all’ospedale Monaldi.
La Procura di Napoli, VI sezione lavoro e colpe professionali, ha iscritto nel registro degli indagati sette medici, per i quali si ipotizza il reato di omicidio colposo in concorso. Ciascun indagato potrà nominare consulenti di parte che affiancheranno gli esperti del giudice nell’accertamento tecnico sulle cause del decesso.
La relazione della Regione: tre criticità
A fare luce sulle possibili cause dell’esito fatale è anche la relazione di 295 pagine trasmessa dalla Regione Campania al Ministero della Salute, contenente la documentazione prodotta dall’azienda ospedaliera.
Secondo il documento, tre sono i principali fattori che hanno contribuito alla compromissione dell’organo trapiantato: ghiaccio, contenitore di trasporto e comunicazione intra-operatoria.
Il primo elemento riguarda una falla procedurale nella fase di prelievo e trasporto: la partenza dal Monaldi con una quantità di ghiaccio insufficiente avrebbe reso necessario reperirne altro nella sede dell’espianto. Il successivo inserimento nel contenitore di trasporto avrebbe alterato le condizioni di conservazione del cuore durante il trasferimento verso Napoli.
Il secondo fattore riguarda invece la mancata verifica finale del contenitore da parte dell’équipe di espianto: al momento della chiusura non sarebbe stato effettuato un controllo efficace delle condizioni dell’organo, con una validazione ritenuta insufficiente.
Il nodo della comunicazione in sala operatoria
Il terzo profilo critico, indicato come decisivo, concerne un deficit comunicativo e procedurale all’interno dell’équipe chirurgica, soprattutto nella fase più delicata tra l’espianto del cuore del ricevente e l’impianto di quello del donatore.
Dagli audit interni emerge che, nella concitazione delle manovre, non vi sarebbe stata una comunicazione chiara tra il personale incaricato di estrarre l’organo dal contenitore e il chirurgo responsabile dell’impianto.
Quest’ultimo, il direttore della cardiochirurgia Oppido, avrebbe riferito in una riunione del 21 gennaio di aver chiesto, prima della cardiectomia del paziente, se il cuore del donatore fosse già in sala operatoria e se fosse stata avviata la cardioplegia “al banco”. Il chirurgo ha dichiarato di aver percepito un assenso da parte del personale presente.
Tuttavia, durante l’audit, nessuno dei componenti dell’équipe — cardiochirurghi, coordinatore infermieristico, perfusionista e infermieri di sala — ha confermato di aver fornito una risposta affermativa esplicita. Ne emerge, secondo la relazione, una discrepanza tra la percezione del responsabile e le dichiarazioni degli operatori, collocata temporalmente nei momenti immediatamente precedenti la rimozione del cuore del ricevente.
Verso l’accertamento tecnico
Sarà ora l’incidente probatorio a cristallizzare gli elementi tecnici sulle cause del decesso e sulle eventuali responsabilità professionali. L’accertamento, disposto in fase di indagine preliminare, consentirà di acquisire in contraddittorio tra le parti le valutazioni medico-legali sull’intera catena del trapianto: prelievo, conservazione, trasporto e impianto dell’organo.
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- Articolo modificato il giorno 27/02/2026 ore 16:39 - Correzione errore battitura articolo
Fonte REDAZIONE






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