San Gennaro Vesuviano, palazzina-opificio dei disperati: 76 operai stipati nei dormitori del lavoro nero

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Rosaria Federico
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È ancora notte quando le lancette segnano le 5 e le saracinesche di via Nola, a San Gennaro Vesuviano, sono tutte abbassate. Ma su una palazzina anonima, mimetizzata tra abitazioni e piccoli esercizi, i riflettori sono già puntati.

I carabinieri stanno per entrare in un edificio che, piano dopo piano, racconta la doppia faccia del lavoro nero che da anni segna il tessuto economico dei comuni vesuviani: dormitorio e fabbrica, casa e opificio, vita e sfruttamento nello stesso blocco di cemento.

Su tre livelli si consuma un intreccio fatto di degrado abitativo e irregolarità lavorative. Ai piani superiori non ci sono semplici appartamenti, ma veri e propri dormitori di fortuna. I militari ne contano 76 di operai, stipati in stanze fatiscenti, con letti arrangiati alla meglio, servizi igienici ridotti all’osso, ambienti segnati da umidità, scarsa aerazione e condizioni igienico-sanitarie al limite.

Spazi nati come abitazioni trasformati in alloggi collettivi dove il confine tra vita privata e lavoro praticamente scompare, scandito solo dai turni in fabbrica.

In uno dei locali, tra materassi e suppellettili di fortuna, anche un’area adibita al culto islamico: un dettaglio che racconta la presenza di manodopera straniera e la dimensione spesso invisibile di queste comunità, che vivono e lavorano ai margini, senza tutele, diritti e quasi sempre senza contratti.

Il cuore del sistema è però al piano terra: un opificio tessile completamente abusivo, coperto da una tettoia anch’essa priva di qualsiasi autorizzazione. Qui si confeziona, si taglia, si cuce. I macchinari sono alimentati da allacci regolari ma inseriti in un contesto completamente fuori norma sotto il profilo urbanistico, edilizio, ambientale e della sicurezza sul lavoro. L’intera struttura viene rifornita d’acqua da un pozzo scavato senza criterio e senza autorizzazioni, ulteriore tassello di un quadro di illegalità diffusa.

L’operazione, scattata all’alba, è stata condotta dai carabinieri della stazione di San Gennaro Vesuviano, con il supporto dei carabinieri forestali di Roccarainola, del Nucleo Ispettorato del Lavoro, della polizia locale, del personale Enel e dell’Asl.

Al termine dei controlli sono state denunciate in stato di libertà 11 persone, a vario titolo ritenute responsabili di violazioni in materia edilizia, ambientale, di sicurezza sul lavoro e, secondo quanto trapela, di impiego di manodopera in nero.

Fenomeno radicato in molti comuni vesuviani

Il caso di via Nola non è un episodio isolato, ma il tassello di un fenomeno radicato in molti comuni dell’area vesuviana, dove il settore tessile e quello manifatturiero, spesso affidati a microimprese e laboratori sommersi, continuano a vivere di irregolarità, eludendo controlli e normative. Palazzine-opificio, dormitori-laboratorio, condizioni abitative indegne e lavoratori invisibili: una geografia del lavoro nero che si estende tra San Gennaro Vesuviano, San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Ottaviano e altri centri dell’hinterland.

Le indagini proseguono per ricostruire la filiera produttiva e capire per quali committenti venissero realizzati i capi nell’opificio abusivo.

Un passaggio chiave per risalire alla “cabina di regia” economica di un sistema che regge i propri margini di profitto sul taglio dei costi, lo sfruttamento della manodopera e il totale disinteresse per la sicurezza e la dignità dei lavoratori.

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