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Ora solare, notte di sonno extra: ma l’addio al cambio d’orologio resta un miraggio europeo

Bruxelles e Roma divise sul futuro del fuso orario: la proposta di abolizione del 2018 è ferma da sette anni, nonostante i risparmi energetici italiani superino i 90 milioni di euro. Terna calcola i benefici, mentre la Commissione passa la patata bollente agli Stati membri
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Roma – Un’ora di sonno in più per tutti, un rituale che segna la fine dell’estate e l’ingresso nell’inverno. Stanotte, tra il 25 e il 26 ottobre, le lancette degli orologi scatteranno indietro di 60 minuti, riportando l’Italia all’ora solare fino al marzo 2026.

Un gesto apparentemente innocuo, che nasconde però un paradosso tutto europeo: mentre il Belpaese ha appena archiviato sette mesi di ora legale con un risparmio energetico stimato in oltre 90 milioni di euro, la battaglia per dire addio definitivo al cambio semestrale langue da sette anni nelle stanze di Bruxelles.

Il dossier, presentato dalla Commissione europea nel 2018 su impulso del Parlamento e di diversi governi nazionali, prevede l’abolizione del passaggio tra ora legale e solare, lasciando a ciascun Paese la libertà di scegliere il fuso permanente – solare o legale – senza più oscillazioni.

Un’idea nata per rispondere alle critiche su impatti sanitari e consumi energetici, ma che da allora è precipitata in un limbo politico. “La proposta non è stata discussa in Consiglio dal 2019”, ha ammesso candidamente una portavoce della Commissione durante un briefing con la stampa, confermando come il file resti “ancora lì” nel programma di lavoro dell’esecutivo comunitario, aggiornato proprio ieri.

A bloccare tutto, l’indecisione cronica degli Stati membri: da un lato, chi spinge per l’ora legale permanente per massimizzare la luce serale e i benefici economici; dall’altro, i difensori dell’ora solare, fedeli al ritmo naturale del sole.

La pandemia di Covid-19 e le crisi successive – energetica, geopolitica – hanno solo amplificato il caos, lasciando la direttiva del 1980 in vigore senza scadenze. Terna, la società che gestisce la rete elettrica italiana, ha quantificato i vantaggi del sistema attuale: solo nel 2025, i sette mesi di orario estivo hanno evitato lo spreco di 646 milioni di kWh, pari a un taglio di emissioni di Co2 del 18% e a quei 90 milioni di euro risparmiati sulle bollette.

Ma Bruxelles non molla la presa, pur scaricando la responsabilità sui governi nazionali. “Si tratta di un tema che gli Stati devono concordare e coordinare tra loro, non può essere imposto dall’alto”, ha ribadito la portavoce, sottolineando come “la palla sia ora nel campo dei 27”. In attesa di un’intesa che pare lontana anni luce, l’Europa resta aggrappata al suo anacronistico valzer orario.

E, come ha chiosato con una punta di ironia la rappresentante della Commissione, l’unica “buona notizia” concreta per i cittadini è immediata: “Preparatevi a godervi quel sonno extra nel prossimo fine settimana”. Per ora, il futuro resta al buio.

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