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Omicidio Tommasino, non rispettava i patti. “Il clan è meglio che lo uccidiamo, ce lo leviamo davanti”

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Omicidio Tommasino: la triste verità viene a galla 15 anni dopo e con essa, purtroppo per i familiari che in questi anni hanno sempre chiesto di conoscere i nomi dei mandanti e del movente, arriva una notizia poco piacevole.

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Secondo il gip Marco Giordano del Tribunale di Napoli che su disposizione della Dda ha firmato l’ordinanza cautelare ottenendo l’arresto di sei persone tra cui appunto i due presunti mandanti, Gino Tommasino era legato a “doppio filo” al clan D’Alessandro.

Anzi era in rapporti stretti con con Sergio Mosca(uno dei mandanti), suocero di Pasquale d’Alessandro, fratello di Vincenzo(l’altro mandante) e  capo dell’omonimo clan di Castellammare di Stabia.

Il clan D’Alessandro decise di ucciderlo perché spendeva indebitamente il nome del clan. Sono stati i pentiti della prima ora come Salvatore Blesivo e Raffaele Polito (due componenti del commando di morte già condannati e passati in giudicato) a svelare i dettagli.

Sarebbe questo il movente che secondo la Dda di Napoli ha fatto scattare l’omicidio, in un agguato scattato al viale Europa a poche centinaia di metri dall’abitazione di Tommasino, che quel pomeriggio del 3 febbraio 2009,era in auto, mentre accompagna a calcetto il figlio all’epoca 15enne, rimasto miracolosamente illeso.

Il pentito Salvatore Belsivo: “Sergio Mosca ha dato a me l’ordine di ucciderlo”

Proprio Belviso descrive nei minimi particolari le azioni del commando e anche il movente: “Mosca Sergio ha dato l’ordine di uccidere Tommasino Luigi direttamente a me e, nel darmelo, mi ha detto che Tommasino era una persona che, essendo diventata politicamente importante grazie all’appoggio del clan D’Alessandro, non aveva rispettato gli impegni prendendo le distanze”.

Polito ha anche fatto riferimento, durante le sue dichiarazioni, che le ragioni dell’omicidio erano da ricondurre a una presunta sottrazione di denaro, 30mila euro. Una informazione che afferma di avere avuto da Belviso. A dare l’ordine sarebbe stato Sergio Mosca (che inizialmente voleva solo ferirlo alle gambe) al quale il capoclan Vincenzo D’Alessandro non si è opposto “è meglio che lo uccidiamo proprio, ce lo leviamo davanti”.

Ma di questo stretto legame di Gino Tommasino e il clan D’Alessandro ne aveva parlato in un verbale del 2012 l’allora pentito Francesco Belviso, padre di Salvatore, conosciuto come Ciccio ‘o mister per i suoi trascorsi calcistici e di allenatore di calcio ma soprattutto cognato di Teresa Martone, moglie del defunto padrino Michele D’Alessandro.

Belviso che è morto in carcere qualche anno fa aveva spiegato ai pm della Dda di Napoli:

“…Si è svolto un incontro alle Terme al quale abbiamo partecipato io, Gino Tommasino (il consigliere comunale del Partito Democratico, morto poi in un agguato il 3 febbraio del 2009), Omissis (un altro consigliere comunale del PD dell’epoca di cui Belviso fa il nome) , un referente dell’Azienda con un socio e Cavaliere Renato. Durante quell’incontro si è verificato anche un attrito tra i referenti dell’azienda, Gino Tommasino e OMISSIS consigliere comunale del PD”.

Tutto questo perché i referenti politici avevano piazzato, su quattro posti disponibili, tre persone a loro vicine lasciando un unico posto al clan. “Si sono lamentati – prosegue Francesco Belviso – perché mentre loro avevano messo a disposizione della famiglia quattro posti di lavoro di tre posti si erano impossessati OMISSIS consigliere comunale del PD e Gino Tommasino”.

Il pentito: “Non aveva rispettato l’impegno col clan sui posti di lavoro”

Secondo quanto raccontato dal collaboratore di giustizia Tommasino aveva fatto assumere una persona a lui vicina e l’atro consigliere comunale del PD aveva fatto assumere due fratelli (entrambi pregiudicati e che da qualche anno controllavano gli affari illeciti nella vicina Scafati con altri familiari e camorristi ndr) l legati a lui da un vincolo di parentela.

“Durante l’incontro Cavaliere Renato – dichiara il pentito – ha manifestato il proprio disinteresse per il posto di lavoro ed ha detto che poi avrebbe dato una risposta. Alla fine io ho chiesto a Tommasino di assumere mio nipote[…] per l’assunzione si è seguita una prassi normale”.

Dopo l’incontro alle terme tra alcuni degli esponenti della maggioranza di governo cittadino, Renato Cavaliere è venuto al bar e mi ha chiesto di andare a prendere a ‘quello dei parcheggi’ ai Cantieri. Renato Cavaliere mi ha detto che era un ordine di Enzo D’Alessandro. Io sono andato a prendere OMISSIS, referente della partecipata comunale, e l’ho portato nel posto indicatomi da Cavaliere Renato. Durante il tragitto verso Scanzano io ho parlato con OMISSIS soltanto della sponsorizzazione della squadra di calcio”.

Francesco Belviso accompagna quindi questa persona al posto che gli è stato indicato ed aspetta che ritorni per riportarlo da dove l’aveva preso. Passa circa mezz’ora. Al rientro “ho notato – racconta il collaboratore di giustizia – che OMISSIS era di cattivo umore e gli ho chiesto che cosa era successo. OMISSIS mi ha detto che durante l’incontro con Enzo D’Alessandro gli era stato chiesto un regalo a Pasqua e a Natale. Appreso ciò, io ho manifestato la volontà di tornare indietro per lamentarmi con Enzo D’Alessandro e Cavaliere Renato ma OMISSIS ha allora messo una mano sul volante e mi ha convinto ad andarcene”.

@riproduzione riservata

 

(nella foto il quartiere di Scanzano, roccaforte del clan D’Alessandro di castellammare e da sinistra la vittima Gino Tommasino, il killer pentito Salvatore Belviso, il padre defunto Francesco Belviso e i due mandanti Sergio Mosca ed Enzo D’Alessandro)

 


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