Camorra a Ponticelli, affiliato morto per infarto per paura del boss

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Ci sono le dichiarazioni di ben 12 pentiti che hanno inquadrato con gli investigatori della Dda di Napoli il sistema e il fenomeno camorra a Ponticelli.

Gli ultimi due in ordine di tempo sono Antonio Pipolo del clan De Micco e Antonio Costabile del clan Silenzio. I loro racconti insieme con quelle degli altri dieci, le indagini e le intercettazioni telefoniche e ambientali anche nelle carceri  sono servite ad alimentare il corposo quadro accusatorio finito nelle oltre 1500 pagine dell’ordinanza cautelare firmata dal gip Linda Ciomella del Tribunale di Napoli che ha spedito in carcere 63 tra boss e affiliati del cartello criminale camorristico denominato De Luca – Bossa – Casella – Minichini – Rinaldi – Reale.

“Il boss se la prenderà con te”, affiliato morto per un infarto

E  propio grazie al racconto dei pentiti che vengono fuori episodi inediti come quello dell’affiliato morto per infarto per paura della punizione del boss Michele Minichini. L’uomo aveva paura a tal punto del boss Michele Minichini che quando alcuni affiliati gli dissero che sarebbe stato preso di mira per un attentato fallito, l’uomo ebbe un infarto che lo portò alla morte, poco dopo, malgrado il ricovero in ospedale.



    A riferire l’incredibile episodio è il collaboratore di giustizia Tommaso Schisa, una volta elemento di spicco del clan. L’attentato, con l’esplosione di una bomba, doveva essere messo in atto ai danni di un bar di piazza Mercato, a Napoli. A metterlo in pratica dovevano essere tre affiliati ma qualcosa va storto e l’attentato sfuma. “Durante il tragitto di ritorno prendevano in giro l’anziano – dice il collaboratore di giustizia, parlando di un affiliato – dicendo che Minichini se la sarebbe presa con lui, e l’anziano gli venne un infarto per la paura”.

    “Se mi pento uccidi mia sorella”, patto di sangue tra affiliati

    E sempre Tommaso Schisa l’11 novembre 2019 racconta agli investigatori della Dda in uno dei suoi interrogatori: “…Io e Michele Minichini  abbiamo fatto un patto di sangue. I termini erano questi: se mi fossi pentito io, egli avrebbe ucciso mia sorella… se si fosse pentito lui, io gli avrei ucciso la sorella…”.

    Quando la notizia del “pentimento” iniziò a diffondersi la sua famiglia venne presa di mira dal clan per impedirgli di fare rivelazioni: la sua abitazione venne subito selvaggiamente razziata. Poi venne avvicinato in carcere da un altro detenuto, un “lavorante”, che gli aveva passato “l’imbasciata” (il messaggio) di ritrattare. Schisa finse di accettare ma poi rivelò tutto alla polizia penitenziaria.

    Ne seguirono una serie di azioni violente ai danni della sua famiglia. La moglie, la notte tra il 13 e 14 ottobre 2019, denunciò ai carabinieri di essere stata minacciata da un gruppo di donne parenti del marito (appartenenti al gruppo delle “pazzignane”) che l’accusavano di essere l’artefice del pentimento dell’uomo. Malgrado respingesse con forza l’affermazione, una delle donne replicò dicendo che “…ti meriti di finire in un pilastro di cemento” e poi “non preoccuparti, ci vediamo tutti domani mattina e ti ammazziamo”. 


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