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Calcio

Maradona: ‘Vorrei giocare la Coppa del Mondo e vincerla’

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Maradona: ‘Vorrei giocare la Coppa del Mondo e vincerla’

“Io ho due sogni. Il primo è giocare la Coppa del Mondo. Il secondo è vincerla”. li ha realizzati da protagonista e la Fifa ha deciso di celebrare la sua leggenda sui social. Le pagine social, come quella intitolata ‘Fifa World Cup’, sono in queste ore un vero e proprio affresco completo del mondo Maradona, indimenticato ex numero 10 del Napoli e dell’Argentina. Ci sono le sue magie che hanno incantato i tifosi del club partenopeo, ma non solo. “Maradona è il dio del calcio”: Palleggi, dribbling e le prodezze più famose con la maglia dell’Argentina: il capolavoro contro l’Inghilterra e la rete realizzata di mano. Un gesto che ha sempre rivendicato con orgoglio: “Se potessi lo rifarei – ha spiegato Maradona a France Football – mi piacerebbe fare un altro gol così all’Inghilterra. Ma stavolta con la mano destra. Sarebbe il regalo perfetto per i miei 60 anni”. Quanto ai giocatori che lo fanno emozionare aggiunge: “ e Cristiano (), Cristiano e per me questi due sono una spanna sopra gli altri. Non vedo nessuno avvicinarsi a loro. Nessuno raggiunge la metà di quello che fanno”. Maradona ha anche parlato della fallita trattativa per portarlo al Marsiglia. “I dirigenti del Marsiglia mi contattarono e si offrirono di raddoppiare il mio stipendio. All’epoca giocavo a Napoli e il presidente Ferlaino mi disse che se avessimo vinto la Coppa Uefa (poi conquistata contro lo Stoccarda), mi avrebbe lasciato andare. Bernard Tapie (allora presidente dell’OM) e Michel Hidalgo (il direttore sportivo) vennero addirittura a trovarmi in Italia per farmi una proposta e per discuterne. Una volta tornato a Napoli (l’incontro avvenne a Milano), dissi a Ferlaino: ‘Grazie Presidente per tutti questi bellissimi anni, vado’. A quel punto, però, ha iniziato a fare lo stupido, come se non avesse capito, e ha fatto marcia indietro. Fine della storia.”

 

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Calcio

Maradona, Platini: ‘Mai stati nemici, in campo magico e magnifico’

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“Non siamo mai stati nemici, ma venivamo da esperienze, famiglie, paesi, passioni diverse. La nostra educazione, la nostra crescita è andata per strade che non si incrociavano. Lui veniva dall’Argentina dove il pallone è antico, ancestrale, viscerale, un modo di vivere del popolo. Prende la testa, il cuore, i polmoni. Lì il calcio è primordiale, è un graffito delle caverne, è un tatuaggio sulla pelle. Si fa vedere e sentire. Un’identità forte, un sentimento nazionale, è come la tua mamma. Io sono nato in Francia, dove la gente se ne fregava del pallone, e non credeva che quello del calciatore potesse essere un lavoro”. Michel Platini in una intervista a ‘Repubblica’ racconta il suo rapporto con . “E’ stato eccessivo ma raramente ha sbagliato gioco. In campo è stato magico e magnifico, sul resto della sua vita non mi permetto di entrare. Molto più dei caratteri, contano le origini diverse. In Argentina il calcio è una rabbia di tutti, vive di rimandi, è un album dove trovi sempre una figura che ti appartiene – ha aggiunto – In Francia quando giocavo da ragazzo mi dicevano: se piace a te. Non ero uno di loro, ma solo uno che inseguiva il suo gioco preferito. Non c’era la dimensione collettiva che invece a Diego non è mai mancata. Non siamo fatti solo di stile, ma di quello che ci portiamo dentro. La mia generazione ha riacceso la fiamma del calcio francese che fin lì quanto a risultati era stato un disastro”.

Due rivali che hanno incantato in Serie A: Platini al Nord a Torino, Diego al Sud a Napoli. “Mai avrei vissuto come lui, con cento persone sempre addosso, a pranzo e a cena, non ce l’avrei fatta. E a lui la mia vita discreta sarebbe sembrata troppo vuota. Quando io sono arrivato a Torino la Juve era a quota 20 scudetti, quando lui è arrivato a Napoli, la squadra era a 0 – ha ricordato – La geografia dei risultati conta. Lui non solo ha vinto, ma è stato un aggregatore, è riuscito a far capire che bisognava far crescere la società, così sono arrivati Careca e Alemao. Io non mi ricordo un Diego solo. Era sempre in mezzo al pubblico, a braccia, gambe, teste, gli piaceva essere toccato, aveva un bisogno carnale di contatti, dove c’era un mucchio, lì trovavi Diego, sudato e felice. Amava essere amato. Oggi non capita più: ma voi li vedete , , Neymar e tutti gli altri? Non sono più avvicinabili, girano al largo dai tifosi, guai a sfiorarli, non ci sono più occasioni. Diego non ci teneva alla giusta distanza, per lui non esisteva”. Le ‘Roi’ ammette di non avergli “invidiato il piede sinistro, ma la sua agilità sì. Io quello scatto rapido non l’avevo proprio – ha concluso – Era piccolo, robusto, ma nei 3-5 metri, nello spazio breve, si scatenava”

 

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Maradona, Mancini: ‘Immortale, mi ha regalato sua ultima maglia con Napoli’

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“Ancora non mi rendo conto che Maradona non c’è più. Un Dio del calcio, un immortale, come Cassius Clay e Kobe Bryant”. Nel giorno del suo 56° compleanno Roberto Mancini ricorda in una intervista rilasciata al Corriere dello Sport. “Quando ho letto sul telefonino che Diego era morto, ho pensato subito a una fake news, come probabilmente tanti di noi. Poi ho visto quante notizie stavano arrivando da tutto il mondo e ho capito che era tutto vero. Incredulo e addolorato, mi sono messo davanti alla tv. Emozioni senza fine, sono tornato indietro nel tempo”, ha aggiunto il ct della nazionale, che ricorda i duelli in campo con il Pibe de Oro. “Napoli-Samp 1-4, chi può dimenticare una partita del genere? Il Napoli doveva difendere lo scudetto, noi volevamo quel titolo. Una partita spettacolare, in cui segnai uno dei gol più belli della mia carriera, forse il più bello perché il coefficiente di difficoltà era elevatissimo – ha raccontato – Diego venne negli spogliatoi, hai segnato un gol alla Maradona mi disse. Fece i complimenti a tutti perché era un campione vero, che sapeva riconoscere il valore degli avversari. Il Napoli aveva già capito che saremmo stati i rivali più tosti nella difesa del titolo

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