Cinque processi fissati in 18 giorni riguardanti tre omicidi, un duplice omicidio e la cosiddetta strage di Pescopagano. Sono tutte accuse vecchie – risalenti a fatti commessi tra il 1988 e il 1995 sul litorale Domizio – contestate all’ex boss Augusto La Torre, pentito dell’ex omonimo clan di Mondragone che verranno trattate in cinque udienze fissate davanti a quattro diversi giudici del Tribunale di Napoli a partire dal 13 settembre prossimo. A procedere con le accuse istruite in passato, è la Dda nella persona della pm antimafia Maria Laura Lalia Morra: nella prima udienza preliminare del prossimo 13 settembre si tratterà del duplice delitto dei rom Osvaldo e Teodoro De Rosa (quest’ultimo detto Maciste), ladri di bestiame, sui quali i bounty killer dell’ex clan La Torre – cosca smantellata da diverse operazioni di carabinieri e polizia, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia durante gli anni passati – avevano messo una taglia in stile far west. I due rom, infatti, si erano resi protagonisti di decine di furti di bestiame ai danni di titolari di aziende agricole in quanto, pur pagando il pizzo al clan, subivano i furti. Altre due udienze preliminari riguardano due distinti delitti commessi a Mondragone nell’ambito della faida camorristica tra cosche opposte (vittime Luigi Palumbo e Gaetano Broccoli, uccisi rispettivamente nel 1990 e nel 1995) mentre sono due i fatti di sangue che vedono vittime anche alcuni extracomunitari che spacciavano droga sul litorale. Una vera ossessione lo spaccio della droga per la cosca dei Chiuovi tant’è che punivano indistintamente spacciatori locali italiani ed immigrati presenti sulla Domiziana. Come nel caso di Juma Iddi Bayar, un tanzaniano che con altri spacciatori come lui aveva preso in affitto una villetta proprio nelle vicinanze della base del clan. Lo spaccio attirava le forze dell’ordine per i controlli anti droga e così la cosca decise di eliminare il fastidio uccidendo lo spacciatore di colore. O come l’episodio del 1990 noto come la strage di Pescopagano, in cui per gli stessi motivi morirono sette persone tra cui un italiano e furono feriti altri due italiani tra cui un ragazzino di 14 anni rimasto poi paralizzato. Augusto La Torre, psicologo, che si definisce Camorfista nel suo libro pubblicato di recente, pur avendo confessato una cinquantina di omicidi, non ha mai avuto una condanna all’ergastolo per aver usufruito della legge sui collaboratori di giustizia. Una collaborazione, la sua, inquinata da una condanna durante la fase di protezione ma che non gli ha sottratto il beneficio del cosiddetto articolo 8. I processi fissati da metà settembre fino agli inizi di ottobre lo vedono coimputato, in un paio di casi, con altre persone tra cui il cugino Francesco Tiberio La Torre e, per gli stessi, la difesa è intenzionata a chiedere il rito abbreviato. Per un ulteriore triplice omicidio, ovvero quello dei fratelli Ursino uccisi insieme ad una terza persona sempre negli anni della faida, è stata firmata la chiusura delle indagini lo scorso luglio dal pm antimafia Alessandro D’Alessio. (f.t.)
Cinque processi per il boss ‘collaboratore’ Augusto La Torre
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