Sono passati vent’anni dalla terribile catastrofe naturale che colpì Sarno, Bracigliano, Quindici, Siano, San Felice a Cancello. Due decenni vissuti all’ombra della grande montagna assassina  che presenta ancora i segni delle colate di fango, come quelli indelebili provocati dal dolore nell’animo dei sopravissuti. Era il 5 maggio 1998, un giorno come tanti destinato a diventare simbolo di una tragedia immane: circa due milioni di metri cubi di mota si staccarono dalle pendici del monte Pizzo d’Alvano, investendo i centri abitati circostanti. Ore 17 circa un boato infernale squarcia la quiete dei residenti nella piccola frazione di Episcopio. Il cattivo riversa in strada la rabbia incontrollata disseminando ovunque terrore ma nessuno percepisce ancora l’entità del pericolo che incombe su di loro. Roberto Serafino aveva nove anni è stata  la prima vittima. L’onda melmosa l’ha travolto mentre tornava a casa a prendere il giubbino. Eduardo Aufiero 11 anni abitava a Sarno, era a casa della nonna a Episcopio quando l’alluvione spense per sempre la sua esistenza. Un disastro ambientale e umano, 160 vite spezzate, 137 nella sola Sarno. Famiglie sterminate come i Fusco: Michele 70 anni, sua moglie Filomena, la figlia Emilia 32 anni, il marito Francesco, il figlio Carmine di 5 anni, Natale Fusco 72 anni, (fratello di Michele), la moglie Emilia Adiletta, i nipoti Natale di 12 anni e Emilio di 10 e la loro mamma Filomena Albero. Unico sopravvisuto il marito Michele Fusco. E ancora i De Vivo, i Soriente, i Gaudiello, i Costabile, gli Odierna: padre, madre e tre figli. Nomi, volti, storie, un futuro cancellato per sempre, al quale si mescola silenzioso il destino dei dispersi ai quali nessuno ha dato voce perchè invisibili mai censiti come gli extracomunitari. Persone la cui scomparsa ufficialmente nessuno denunciò ma che in tanti notarno l’assenza da quel maledetto giorno. Il fango “abbracciò” il paese tra due fiumi, serpeggiando tra le strade, trascinò via case, alberi, auto, massi, affetti. Accompagnato da fragori che rimbombavano come tuoni, giungevano alle orecchie come echi indemoniati. L’ultimo si udì a mezzanotte, la terra tremò, sembrava il terremoto, l’alluvione travolse l’ospedale Villa Malta. Il pronto soccorso diventò la tomba per il dottor Maurizio Marino, l’infermiere Pietro Sirica, il centralinista Saverio Russo, i pazienti Giovanni Rossi e Giuseppe Terraccino e per il piccolo Michele Costabile. Aveva un anno, il papà lo aveva portato al nosocomio perchè era  ferito.Moriranno entrambi come anche i suoi  fratelli: i gemelli Antonio e Arturo tre anni e Pasqualiano di due. La notte ormai prende il dominio, manca l’energia elettrica, a tratti si sente l’odore forte del gas. Quasi inesistenti nelle prime due fasi concitate, i soccorritori  iniziano ad essere operativi con ogni mezzo. Si scava con le mani, le ruspe, si invocano nomi. Ma la gravità dell’evento si manifesterà in tutta la sua cruda realtà all’alba del 6 Maggio. Uno scenario apocalittico, un paesaggio deturpato appare sotto un timido sole, niente è più come prima. A testimonzia di ciò che fino a poche ore prima c’era, esisteva,  foto, mobili, carcasse di animali, motorini, oggetti di vita quotidiana diventati decori di una tragedia. Gli elicotteri sorvolano il paese, traggono in salvo le persone che hanno trovato riparo sui tetti mentre la terra, ridotta a muri di poltiglia restituisce i primi corpi. I funerali collettivi furono 80. La lugubre cerimonia ebbe luogo nel campo sportivo, presenti le massime Autorità Politiche, il Presidente della Repubblica Scalfaro e il Ministro Prodi. Le bare, trasportate sui camion militari, furono allienate una accanto all’altra. Un caldo anomalo accompagnò quel 10 maggio mentre lo strazio, la sofferenza logoravano il cuore quando lo sguardo si fermava sui piccoli feretri bianchi, come quello di Francesca 20 mesi, della sorella Stefania 3 anni, decedute insieme alla mamma Lucia Corrado 28 anni e alla nonna, schiacciate dalla valanga di detriti sotto il soffitto in casa di un parente. Quando però le speranze sembravano affievolirsi, la disperazione aveva lascito il posto alla rassegnazione, dalla cantina di una casa in Viale Margherita fu estratto vivo il 23 enne Roberto Robustelli. Risultava ufficialmente disperso invece lo studente universitario con l’hobby per la fotografia era rimasto prigioniero nel limo per 72 ore. I suoi lamenti furono sentiti da un uomo che allertò i soccorsi. Saprà solo in seguito che non avrebbe più rivisto il padre. Ad oggi l’unico condannato per la sciagura è l’ex sindaco Gerardo Basile. Accusato di omicidio colposo plurimo nei primi due gradi di giudizio, si è visto annullare le due sentenze dalla Corte di cassazione. Nel dicembre 2011 la Corte d’appello di Napoli condanna Basile alla pena di anni 5 di reclusione, confermata in Cassazione nel 2013 poi ridotta di 3 anni per effetto dell’indulto del 2006, mentre i restanti 2 anni furono scontati in regime di affidamento in prova al servizio sociale. Avrebbe peccato di superficialità, negligenza sottovalutando il rischio non ordinò l’immedita evacuazione della popolazione alla luce degli eventi franosi già in corso sia a Sarno, registrati alle 16.40 circa ma segnalati da alcuni operatori sanitari addirittura il giorno prima ovvero il 4 Maggio e sia a Siano. Lo stesso dovrà fare i conti con la giustizia fiscale che ha stabilito un risarcimento pari a 200 mila euro per i parenti delle vittime. La causa naturale che ha scaturito la sciagura va ricercata invece nello smottamento che interessò la catena montuosa. Il terreno incoerente, reso tale dalle infiltrazioni d’acqua, ha provocato una flessione improvvisa. Lo scivolamento verso il basso di un enorme massa che a

tratti si staccò in più punti, favorita dal disboscamento causato dagli incendi, e dal percorso innaturale che si è creò perchè i regi lagni erano praticamente stati coperti dalle case abusive e dall’incuria dell’uomo, dalla folle gestione del territorio che per anni ne ha ignorato la manutenzione.

Natasha Macri

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