La criminalità organizzata non è un monolite statico, ma un’azienda capace di adattarsi, stringere alleanze strategiche e passare il testimone alle nuove generazioni. È questa la fotografia che emerge dalla poderosa inchiesta della Dda di Napoli sul “clan Contini”, e in particolare sulla sua costola operativa nota come “Gruppo dei Porticati”, radicata nella zona di San Giovanniello a Napoli e sfociata nelle oktre 400 pagine dell’ordinanza cautelare firmata dal gip Sabato Abagnale.
L’ordinanza non si limita a colpire le piazze di spaccio, ma ricostruisce decenni di storia criminale, svelando come il cartello mafioso sia riuscito a infiltrare l’economia legale, a garantirsi l’impunità e a modernizzare le proprie forme di intimidazione.
Un controllo capillare e asfissiante, che univa i metodi tradizionali della criminalità organizzata alle nuove frontiere dell’intimidazione digitale e del traffico di droga. È una radiografia spietata del potere camorristico quella che emerge dall’ultima ordinanza di custodia cautelare che ha decapitato il gruppo di San Giovanniello, un’articolazione fondamentale del clan Contini, a sua volta pilastro della storica “Alleanza di Secondigliano”.
L’Alleanza di Secondigliano e la pax mafiosa
Per comprendere il potere del Gruppo dei Porticati, gli inquirenti partono dal vertice: l’Alleanza di Secondigliano (nota anche come “il Sistema”).
L’ordinanza descrive una vera e propria pax mafiosa, un patto di reciproco rispetto per spartirsi i proventi illeciti ed evitare guerre che attirerebbero le forze dell’ordine. Questa federazione ha stretto nel tempo legami di cooperazione con una costellazione di altri gruppi: dai Cesarano ai Grimaldi, dai Vastarella della Sanità fino ad alleanze strategiche con autonomi cartelli potentissimi come i Lo Russo, i Di Lauro, il clan Moccia di Afragola, gli Amato-Pagano e persino i Casalesi.
La geografia del potere: i luogotenenti sul territorio
Il clan Contini, secondo le carte, ha frammentato il controllo di Napoli affidando i quartieri a luogotenenti fidati:
Vasto-Arenaccia: Diretto da Nicola Rullo e Antonio Muscerino.
Borgo Sant’Antonio Abate: Gestito da Gaetano Ammendola e Vincenzo Tolomelli.
Rione Amicizia: Sotto la guida di Salvatore Botta.
Stadera-Poggioreale: Retto da Paolo Di Mauro (fino alla sua morte).
San Giovanniello: Diretto storicamente da Antonio Aieta, Alfredo De Feo e Carmine Botta.
È in questo scacchiere che si inserisce prepotentemente il Gruppo dei Porticati, che assume l’egemonia su San Giovanniello sotto la guida del nuovo rampollo: Patrizio Bosti Junior.
La holding dei “Porticati”: i ruoli e l’arsenale militare
L’articolazione guidata da Patrizio Bosti Jr. (figlio di Ettore e nipote del fondatore Patrizio senior) operava come un’azienda autonoma ma fedelissima alla casa madre. Bosti Jr. non era solo un capo militare, ma un manager criminale. Condivideva le strategie con i vertici, gestiva la “cassa comune”, pagava le mesate agli affiliati e finanziava l’acquisto di armamenti pesanti.
L’ordinanza gli contesta la disponibilità di un arsenale impressionante, non ancora sequestrato, composto da ben sette mitragliette e un fucile a pompa, strumenti per affermare il “ruolo di governo” del clan sul territorio.
Al suo fianco operava un organigramma ben definito:
Giorgio Marasco (l’armiere e organizzatore): sovraintendeva i traffici di droga e organizzava le attività per mantenere i sodali in carcere.
Gennaro Diano (il custode e tesoriere): braccio armato preposto all’occultamento delle armi. Era lui a gestire le ricariche Postepay utilizzate per far arrivare fondi agli affiliati detenuti.
Il “Braccio Armato” (Emanuele Rubino, Antonio Raia, Francesco Matteo, Franco Messina): Affiliati pronti ad azioni di fuoco per salvaguardare la supremazia territoriale contro i gruppi rivali.
Samuele Nicosia: esecutore materiale delle direttive, anche quelle che Marasco inviava dal carcere.
Il monopolio della droga: la “Sala Regia” e il delivery
Il sostentamento principale del gruppo derivava dal traffico di cocaina, hashish e marijuana. I Porticati non erano solo una base per occultare la droga, ma il luogo dove si tenevano i summit decisionali.
L’innovazione del gruppo risiedeva nel metodo di spaccio. Gli inquirenti hanno documentato l’esistenza di una vera e propria “sala regia”, affidata a Gaetano Galiero. Il suo ruolo era simile a quello di un centralinista di un’azienda logistica: riceveva gli ordini dai clienti e li smistava via radio o telefono ai “galoppini-pusher” itineranti (Mario Serlenga, Nicosia, Diano e il giovane Messina). Questi provvedevano poi alla preparazione delle dosi e alla “consegna a domicilio”, riducendo il rischio di sequestri in strada.
Oltre lo spaccio: le truffe agli anziani in mezza Europa
Un capitolo particolarmente inquietante dell’ordinanza riguarda la diversificazione dei reati. Per rimpinguare le casse del clan, il gruppo organizzava reati predatori (furti e rapine) non solo in Campania, ma sull’intero territorio nazionale e all’estero.
Ancora più grave è l’accusa mossa a Bosti Jr., Marasco, Raia, Rubino e Messina: la pianificazione sistematica di truffe ai danni di anziani. Sfruttando l’intimidazione indiretta e tecniche di raggiro ben collaudate, il gruppo depredava le fasce più deboli della popolazione. Un “bancomat” illecito e spietato, funzionale a sostenere le spese processuali dei boss e a finanziare l’acquisto di armi da guerra.
Il caso “Cala La Pasta”: violenza, coperture e minacce social
A dimostrare la tracotanza del sodalizio c’è la gestione del post-aggressione al ristorante “Cala La Pasta”, un episodio in cui il clan ha mostrato il suo volto più violento in pieno centro a Napoli.
L’ordinanza ricostruisce la rete di protezione scattata per garantire l’impunità agli autori (tra cui lo stesso Bosti Jr.). Da un lato, il supporto logistico: Mario Riccitiello viene accusato di aver ceduto la propria carta d’identità ufficiale (rilasciata dal Comune di Napoli nel maggio 2022) a Luigi Capuano (partecipe della spedizione punitiva), permettendogli di apporvi la propria fotografia per favorirne la fuga.
Dall’altro lato, la repressione del dissenso attraverso la “camorra digitale”. Per mettere a tacere Raffaele Del Gaudio, titolare del ristorante, Ferdinando Russo ha creato un account Instagram falso (priva_te1116). I messaggi diretti inviati al ristoratore mostrano la tipica forza intimidatrice mafiosa traslata sui social media:
“È megl ca t stiv zitt e t faciv e cazz tuoj” (accompagnato dall’emoji dei baci).
“Statt accort… e fmut e vivr ammo” (hai finito di vivere, amore).
“Stu pentit” (commentando la foto di un piatto di gnocchi del locale).
Le minacce di Russo sono state dirette e asfissianti, un tentativo palese di marcare il territorio anche virtualmente: “Vien ncop o rion… non mi nascondo, mi chiamo Giuseppe Verde… aier so vnut addu vuj magg magnat na bella carbonara… chiama la polizia… Io so dove ti trovo”.
Un pressing psicologico ideato per proteggere i vertici dell’organizzazione, a dimostrazione che il Gruppo dei Porticati non temeva solo la legge, ma soprattutto il coraggio di chi, sul territorio, decideva di non abbassare la testa.
L’elenco degli indagati
Atteo Christian (nato a Napoli 30.06-2003)
Bosti Patrizio Jr. (nato a Napoli il 23.10.2003) CARCERE
Cataldo Donato (nato a Napoli il 25.4.1974)
D’Agostino Emanuele (nato a Napoli il 16.8.1997)
De Rosa Giuseppe (nato a Napoli l’8.8.1970)
Di Gennaro Salvatore (nato a Napoli il 20.10.2003)
Diano Gennaro (nato a Napoli il 2.2.2004) CARCERE
Galiero Gaetano (nato a Napoli il 18.5.1994) DIVIETO DI DIMORA
Grammatica Carmine (nato a Napoli il 7-04. 2003)
Leatico Marco. (nato a Napoli il 15.05-2003)
Marasco Giorgio (nato a Napoli il 14.08. 2003)
Marasco Violante (nato a Napoli il 25.12.1982) CARCERE
Matteo Francesco (nato a Napoli il 21.4.2005)
Messina Franco (nato a Napoli il 9.9.2005) CARCERE
Nicosia Samuele. (nato a Napoli il 16.06.2003) – DIVIETO DI DIMORA
Pepillo Paolo (nato a Napoli il 28.11.1974)
Raia Antonio (nato a Napoli il 28.7.2004) CARCERE
Riccitiello Mario (nato a Napoli il 6.6.1987)
Rizzo Francesco Pio (nato a Napoli il 9.11.2004)
Rubino Emanuele (nato a Napoli il 7.8.1997) CARCERE
Russo Ferdinando (nato il 5.3.2002)
Serlenga Mario (nato a Napoli il 10.9.2003) DIVIETO DI DIMORA
(nella foto da sinistra in alto Patrizio Bosti jr, Giorgio Marasco e Antonio Raia; in basso da sinistra Samuele Nicosia, Gennaro Diano e Francesco Matteo)