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Flumeri, presunte irregolarità nella riscossione dei tributi: sequestri per 735mila euro

Flumeri – Affidamenti del servizio di riscossione dei tributi comunali che sarebbero avvenuti senza rispettare le disposizioni di legge e compensi riconosciuti a una società privata anche oltre gli importi previsti dalle convenzioni. Sono le presunte irregolarità emerse nell’ambito di un’indagine della Guardia di Finanza sulla gestione del servizio tributi del Comune di Flumeri, in provincia di Avellino.

Gli accertamenti, condotti dai militari della Compagnia di Ariano Irpino e coordinati dalla Procura regionale della Corte dei conti per la Campania, hanno portato alla contestazione di un presunto danno erariale di 1.471.475,36 euro. Nell’ambito del procedimento è stato disposto anche un sequestro conservativo per circa 735mila euro.

Gli affidamenti nel mirino degli investigatori

L’indagine riguarda gli incarichi affidati alla società privata per la gestione della riscossione dei tributi e per le attività di supporto al servizio comunale. Il periodo preso in esame comprende gli anni dal 2012 al 2014 e dal 2018 al 2024.

Secondo quanto ricostruito dai finanzieri, gli incarichi sarebbero stati conferiti senza il rispetto dei requisiti previsti dalla normativa. Tra gli elementi contestati figura anche l’assenza di un contratto formale tra il Comune e la società affidataria, nonostante fossero state adottate le determine per l’assegnazione del servizio.
Le verifiche hanno quindi acceso i riflettori sia sulle modalità di affidamento sia sulla corresponsione dei compensi alla società privata, ritenuti in alcuni casi superiori a quelli stabiliti dalle convenzioni.

Contestato un danno erariale da oltre 1,47 milioni

Sulla base degli elementi raccolti, la Procura contabile ha quantificato il presunto danno alle casse pubbliche in 1.471.475,36 euro in via principale e in 735.371,95 euro in via subordinata.
I finanzieri hanno notificato un invito a dedurre all’allora responsabile del settore finanziario del Comune di Flumeri e alla società che aveva ricevuto l’incarico. L’atto consente ai destinatari di conoscere le contestazioni formulate nei loro confronti e di presentare le proprie argomentazioni difensive prima delle eventuali successive determinazioni della magistratura contabile.

Il sequestro: immobili, conti e crediti

Per garantire le ragioni dell’erario, su disposizione del presidente della Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Campania è stato eseguito un sequestro conservativo fino a circa 735mila euro, oltre alla rivalutazione monetaria e agli interessi.

Il provvedimento ha interessato cinque immobili riconducibili all’ex responsabile finanziario, alla società affidataria e al suo gestore di fatto. Sottoposti a vincolo anche rapporti bancari, beni mobili e crediti.
Tra le somme interessate figurano inoltre crediti derivanti da rapporti con diversi enti locali: il Comune di Flumeri, quello di Rocca San Felice, sempre in provincia di Avellino, e il Comune di San Cipriano d’Aversa, nel Casertano.

Ora spazio alle difese

I destinatari dell’invito a dedurre potranno accedere agli atti dell’indagine, depositare memorie difensive e documentazione e chiedere di essere ascoltati dalla Procura regionale della Corte dei conti.
La vicenda resta dunque nell’ambito delle contestazioni formulate dalla magistratura contabile: saranno gli ulteriori sviluppi del procedimento a chiarire le eventuali responsabilità e la fondatezza delle ipotesi di danno erariale.

Napoli, strappa il telefono a una studentessa e aggredisce i vigili: arrestato gambiano

Napoli – Ha strappato con violenza il cellulare dalle mani di una studentessa e, una volta intercettato dagli agenti della Polizia Locale, ha tentato di sottrarsi all’arresto con calci e spintoni. L’episodio è avvenuto ieri sera nell’area di piazza Garibaldi, a Napoli, dove un cittadino gambiano è stato arrestato con l’accusa di rapina e resistenza a pubblico ufficiale.

Gli agenti dell’unità operativa San Lorenzo erano impegnati in un servizio di controllo all’incrocio tra piazza Garibaldi e via Poerio quando sono stati richiamati dalle grida d’aiuto di una donna. Gli operatori hanno quindi notato un uomo che si allontanava di corsa e hanno avviato l’inseguimento.
L’uomo è stato raggiunto e bloccato anche grazie all’intervento di un’altra pattuglia. Durante la fase di fermo avrebbe opposto resistenza, cercando di colpire gli agenti con calci e spintoni.

La vittima, una studentessa iraniana, ha raccontato di essere stata afferrata e strattonata prima che l’uomo le sottraesse con violenza lo smartphone. Durante la perquisizione, gli agenti hanno rinvenuto il telefono, successivamente restituito alla proprietaria.

I precedenti e il provvedimento

Dagli accertamenti sarebbe emerso che l’arrestato ha numerosi precedenti per reati contro il patrimonio. Sarebbe inoltre già stato arrestato il 13 settembre scorso, sempre con l’accusa di rapina.
Su disposizione del magistrato di turno della Procura di Napoli, l’uomo è stato trasferito nella casa circondariale di Poggioreale, in attesa delle successive decisioni dell’autorità giudiziaria.

Ischia e Procida senza scorte: benzina e cibo agli sgoccioli, a rischio i traghetti Caremar

Ischia – Si fa di ora in ora più drammatica la crisi degli approvvigionamenti a Ischia e Procida. Gli effetti della protesta degli autotrasportatori stanno mettendo a dura prova le due isole del Golfo di Napoli, dove l’assenza di rifornimenti rischia ora di paralizzare persino i collegamenti marittimi fondamentali con la terraferma.

L’allarme della linea marittima

A lanciare il grido d’allarme è la compagnia di navigazione Caremar, che ha inviato una nota urgente alla Prefettura di Napoli e alla Regione Campania. Il carburante per i traghetti sta per finire: senza l’attivazione immediata di un piano d’emergenza, le navi saranno costrette a fermarsi già a partire da giovedì mattina.

A Pozzuoli la nave cisterna incaricata di trasportare il carburante per autotrazione e riscaldamento verso le isole non è riuscita a salpare, poiché i camion non hanno mai lasciato i depositi delle raffinerie. Al momento, l’unico servizio a mantenere la regolarità resta quello degli aliscafi.

Caccia al pieno e supermercati sguarniti

Nel frattempo, sulle isole è scattata la corsa al rifornimento. A Ischia si registrano chilometriche code davanti ai distributori di benzina, rendendo necessario l’intervento della Polizia Municipale per gestire la viabilità. Secondo le stime attuali, le scorte residue si esauriranno completamente entro 48-72 ore. Situazione ancora più compromessa a Procida, dove la benzina è ormai quasi terminata.

Stessa sorte per il settore alimentare:

A Procida: gli scaffali dei supermercati sono quasi del tutto vuoti.

A Ischia: scarseggiano già i prodotti freschi come frutta, verdura e latticini.

Le ultime merci sono giunte sulle isole venerdì scorso. Da allora, le forniture destinate al Golfo restano bloccate nei poli logistici della terraferma a causa dei presidi degli autotrasportatori, che impediscono le consuete operazioni di carico e scarico.

Castel Volturno, 14enne accoltella un compagno in classe: arrestato

 

Una discussione tra compagni di scuola, poi la lama estratta durante il litigio e un quattordicenne ferito all’addome. È accaduto a Castel Volturno, nel Casertano, all’interno di un istituto scolastico, dove un ragazzo di 14 anni è stato arrestato dalla Polizia di Stato con l’accusa di aver accoltellato un coetaneo. Un episodio che riporta al centro il problema della violenza tra adolescenti e dell’introduzione di armi da taglio negli ambienti scolastici.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, i due studenti avrebbero avuto una discussione prima che uno di loro impugnasse un coltello a serramanico e colpisse l’altro all’addome. Il giovane ferito ha riportato anche una lesione a una mano ed è stato soccorso dal personale sanitario del 118, che lo ha trasportato in ospedale. I medici hanno disposto il ricovero in osservazione per monitorare le sue condizioni.

Gli agenti del commissariato di Castel Volturno sono intervenuti dopo la segnalazione del ferimento e hanno avviato gli accertamenti per ricostruire la dinamica dell’aggressione. Nel corso delle attività investigative è stato sequestrato un coltello a serramanico ritenuto compatibile con quello utilizzato per colpire il ragazzo. Il quattordicenne arrestato è stato accompagnato al Centro di prima accoglienza dei Colli Aminei, a Napoli, dove resta a disposizione dell’autorità giudiziaria.

Da Pompei a Scampia, i precedenti nelle scuole campane

Il caso di Castel Volturno non è isolato. Negli ultimi due anni, in Campania si sono verificati diversi episodi di accoltellamento e di introduzione di armi da taglio negli istituti scolastici. Le vicende hanno coinvolto ragazzi giovanissimi, talvolta coetanei, e in alcuni casi hanno sollevato il sospetto di possibili dinamiche di bullismo.

12 settembre 2024 – Pompei, accoltellato un ragazzo di 14 anni
All’istituto alberghiero Cesare Brescia, un quattordicenne ferì alla schiena un compagno di un anno più giovane, al culmine di una lite che, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stata legata a una ragazza. Il presunto aggressore venne fermato.

8 novembre 2024 – Scampia, coltello nello zaino di un sedicenne
In un istituto scolastico del quartiere napoletano, la Polizia intervenne dopo la segnalazione della presenza di un’arma. Gli agenti trovarono un coltello a serramanico nello zaino di uno studente di 16 anni, che venne denunciato per porto di arma od oggetto atto a offendere.

14 ottobre 2025 – Napoli, quindicenne accoltellato all’uscita da scuola
In via Benedetto Croce, nel centro storico, un ragazzo di 15 anni venne aggredito da un gruppo di coetanei poco dopo essere uscito da scuola. Fu colpito più volte al fianco e nella zona della colonna vertebrale. I carabinieri denunciarono un quattordicenne per tentato omicidio; il movente rimase oggetto di accertamenti.

30 marzo 2026 – Scampia, quattordicenne ferito nei bagni della scuola
All’istituto Pontano delle Arti e dei Mestieri, un ragazzo di 14 anni venne attirato nei bagni e colpito a una gamba con un coltello da un diciassettenne, secondo la ricostruzione investigativa. Un altro minorenne fu denunciato perché avrebbe nascosto l’arma. Gli investigatori approfondirono anche l’ipotesi di precedenti vessazioni ai danni della vittima.

Un fenomeno che non riguarda soltanto gli istituti scolastici

Il quadro della violenza giovanile in Campania comprende anche aggressioni avvenute fuori dalle scuole, ma in contesti collegati a discussioni tra ragazzi. Il 5 agosto 2026, a Napoli, un dodicenne venne accoltellato da un tredicenne dopo una lite nata in una chat di gruppo, secondo le prime ricostruzioni. Il ragazzo ferito fu dimesso con una prognosi di dieci giorni. L’episodio non avvenne in un istituto scolastico, ma testimonia come i conflitti tra giovanissimi possano degenerare anche al di fuori degli ambienti educativi.

I precedenti mostrano situazioni diverse, che non possono essere ricondotte automaticamente a un’unica causa. In alcuni casi gli investigatori hanno ipotizzato dinamiche di bullismo, in altri si è parlato di litigi personali o di motivazioni ancora da chiarire. Il dato comune è l’utilizzo di coltelli in conflitti tra adolescenti, con conseguenze che avrebbero potuto essere ben più gravi.

Maltempo in Campania, allerta arancione da mezzanotte: temporali e rischio frane

Napoli – Scatta dalla mezzanotte tra martedì 20 e mercoledì 21 ottobre l’allerta meteo arancione su una parte della Campania. L’avviso, emanato dalla Protezione civile regionale, resterà in vigore per tutta la giornata di mercoledì. Le precipitazioni sono previste soprattutto nella prima parte della giornata, con rovesci e temporali che potranno raggiungere localmente intensità moderata o forte. Sul resto della regione il livello di allerta sarà giallo.

Le aree interessate dall’allerta arancione

Il livello arancione riguarderà quattro zone di allertamento:
Zona 1: Piana campana, Napoli, isole e area vesuviana;
Zona 2: Alto Volturno e Matese;
Zona 3: Penisola sorrentino-amalfitana, Monti di Sarno e Monti Picentini;
Zona 4: Alta Irpinia e Sannio.

Il quadro meteorologico segnalato dalla Protezione civile indica la possibilità di temporali particolarmente intensi, con un rischio di dissesto idrogeologico diffuso e criticità idrauliche localizzate.

Rischio frane e caduta massi nei territori più fragili

Tra le principali criticità indicate nell’avviso figurano possibili frane e cadute massi. Particolare attenzione è rivolta ai territori che presentano condizioni di fragilità idrogeologica, anche per gli effetti degli incendi boschivi che hanno interessato le aree.

Su tutto il territorio regionale sono inoltre possibili ruscellamenti superficiali con trasporto di materiale e innalzamenti dei livelli dei corsi d’acqua minori, con conseguenti inondazioni delle aree vicine. Le criticità potrebbero manifestarsi anche in corrispondenza di tratti tombati, restringimenti e altri ostacoli al deflusso.

Possibili allagamenti di strade, interrati e piani terra

L’avviso segnala anche il rischio di allagamenti nei locali interrati e al piano terra, oltre allo scorrimento delle acque sulle strade. Possibili rigurgiti dei sistemi di smaltimento delle acque piovane, con tracimazioni e coinvolgimento delle aree urbane più basse.

Ai sindaci chiesto di attivare i Centri operativi comunali

La Protezione civile regionale raccomanda ai sindaci di attivare, o mantenere attivi, i Centri operativi comunali e di mettere in campo tutte le misure previste dai rispettivi Piani comunali di protezione civile.
Le attività dovranno riguardare il monitoraggio dei rischi idrogeologici e idraulici, ma anche il controllo del verde pubblico e delle strutture esposte alle sollecitazioni del vento e del moto ondoso.

Belvedere di San Martino, la sfogliatella riccia tra i tetti di Napoli

Dal Belvedere di San Martino lo sguardo attraversa tetti, cupole e Golfo di Napoli; una sfogliatella riccia accompagna la scena con croccantezza, ricotta e profumo d’agrumi.

Il Belvedere di San Martino è uno dei punti in cui Napoli si lascia leggere per strati. Dal Vomero, la città scende verso il centro con una trama fitta di palazzi, vicoli, chiese e terrazze, fino alla linea azzurra del Golfo. Nelle giornate limpide si distinguono il Vesuvio, la costa e, oltre la distesa d’acqua, i profili delle isole. Alle spalle del belvedere, la Certosa di San Martino e Castel Sant’Elmo aggiungono alla veduta una presenza monumentale, severa e riconoscibile.

Qui la sfogliatella riccia non va presentata come un dolce nato sul belvedere: il legame è evocativo, legato alla tradizione urbana di Napoli e al modo in cui un prodotto da forno può accompagnare una passeggiata, una sosta, un’attesa. La sua forma a conchiglia sembra raccogliere il rumore della città; la superficie friabile restituisce invece un gesto preciso, quasi architettonico, fatto di strati sottili e sovrapposti.

Una veduta costruita per strati

Il panorama dal Vomero non è una cartolina immobile. Cambia con l’ora: al mattino la luce può mettere in rilievo il disegno dei quartieri, nel pomeriggio addolcisce le facciate e il profilo del porto, mentre verso sera il Golfo diventa una fascia scura tra la città e il cielo. La sfogliatella riccia si inserisce in questo scenario per consonanza sensoriale, non per origine geografica diretta.

Il primo morso è sonoro: la pasta si rompe in piccole sfoglie, lasciando una traccia di burro o strutto sulle dita, secondo la ricetta scelta. Subito dopo arriva il ripieno, più morbido e compatto, con la semola cotta nel latte, la ricotta, lo zucchero e il profumo degli agrumi canditi. È un contrasto che appartiene bene alla città: una superficie nervosa e leggera, un cuore denso, una dolcezza misurata.

Per gustarla con attenzione, conviene scegliere un momento non troppo affollato e fermarsi lungo il belvedere senza coprire la vista con troppi gesti. La sfogliatella dà il meglio quando è tiepida o a temperatura ambiente, accompagnata da un caffè o da una bevanda calda non troppo aromatica, così che la scorza d’arancia e la ricotta restino riconoscibili.

Come si prepara la sfogliatella riccia

La lavorazione richiede tempo soprattutto per la pasta, che deve diventare elastica e sottile. Le proporzioni possono cambiare nelle diverse cucine, ma una preparazione domestica realistica parte da questi ingredienti:

  • 500 grammi di farina;
  • circa 200 millilitri d’acqua, da aggiungere gradualmente;
  • un pizzico di sale;
  • strutto o burro morbido per la lavorazione e la sfogliatura;
  • 250 grammi di semola fine;
  • 500 millilitri di latte;
  • 250 grammi di ricotta ben scolata;
  • 150 grammi di zucchero;
  • scorza d’arancia candita, con un tocco di cannella o vaniglia secondo il gusto.

Si impastano farina, acqua e sale fino a ottenere un composto sodo e uniforme. Dopo un riposo di almeno trenta minuti, la pasta viene tirata molto sottile, unta con strutto o burro e arrotolata strettamente. Il cilindro va lasciato riposare al fresco: questo passaggio aiuta a mantenere la forma quando si ricavano i dischi.

Per il ripieno si porta il latte a calore moderato e si versa la semola a pioggia, mescolando per evitare grumi. Quando la crema è densa, si lascia raffreddare completamente; solo dopo si uniscono ricotta, zucchero, agrumi canditi e l’aroma scelto. Il ripieno non deve essere liquido: una consistenza compatta facilita la chiusura e impedisce che la sfoglia si apra in cottura.

Dal cilindro freddo si tagliano rondelle regolari. Ogni rondella viene spinta delicatamente dal centro verso l’esterno per formare una piccola cavità, senza cancellare la successione degli strati. Si farcisce, si richiude il bordo e si sistemano le sfogliatelle su una teglia. In forno già caldo, intorno ai 200 gradi, la cottura prosegue finché la superficie diventa gonfia e dorata; tempi e temperatura vanno adattati al forno, perché una sfoglia troppo scura copre il profumo del ripieno.

Il dolce e la città vista dall’alto

La sfogliatella riccia chiede di essere mangiata con calma. Le sue scaglie cadono facilmente e il ripieno resta caldo più a lungo, ma proprio questa fragilità ne definisce il carattere. Non è un dolce da consumo distratto: richiede un tovagliolo, qualche attenzione e il tempo necessario per distinguere la pasta croccante dalla crema profumata.

Dal Belvedere di San Martino, intanto, Napoli continua a muoversi sotto lo sguardo. Le strade del centro si stringono in lontananza, il mare apre la prospettiva e i monumenti segnano il passaggio tra la collina e la parte bassa della città. La sfogliatella riccia diventa così una compagna coerente della veduta: non la spiega e non la rappresenta da sola, ma ne accompagna la complessità con una forma urbana, stratificata, riconoscibile.

INVALSI cerca 34 esperti per il Progetto RN: incarichi di lavoro autonomo a Roma, candidatura nazionale

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Scadenza per candidarsi: 29 Ottobre 2026. È consigliabile completare la domanda con anticipo e verificare eventuali orari limite o aggiornamenti nella pagina ufficiale.

Apertura

INVALSI pubblica 34 incarichi di lavoro autonomo per il Progetto RN di Rilevazioni nazionali; sede principale a Roma, candidature aperte a livello nazionale fino al 29 ottobre 2026.

Di cosa si tratta

Si tratta di incarichi di lavoro autonomo della durata di 12 mesi, finalizzati alla progettazione e alla costruzione di prove di comprensione del testo e di prove standardizzate per la valutazione delle competenze linguistiche in inglese e italiano, rivolte agli studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado.

La figura professionale

Il progetto RN cerca esperti/e in linguistica e assessment che possano progettare prove di reading e listening (inglese) e prove informative di comprensione del testo per profili di italiano/lingue. I profili disponibili includono ENG01/ENG02 (inglese) e ITA01–ITA05 (italiano). Le attività prevedono la definizione di prove, la simulazione di questionari e la preparazione di materiali di verifica utili per la valutazione nazionale nell’ambito delle ricerche educative.

Requisiti principali

  • Esperto/a in ambito di inglese e/o italiano
  • Disponibilità a incarichi di lavoro autonomo
  • Durata dell’incarico: 12 mesi
  • Posizioni aperte in Lazio (Roma) e candidatura valida a livello nazionale
  • Costruzione di prove di comprensione del testo; per l’inglese, prove standardizzate di reading e listening conforme ai livelli CEFR B1/B2

Contratto e sedi

Tipo di rapporto: lavoro autonomo – incarico, della durata di 12 mesi. Sede principale: Lazio (Roma). La candidatura è aperta a livello nazionale, quindi possono essere presentate domande dall’intero territorio italiano, anche se l’attività si svolge prevalentemente a Roma.

Come funziona la selezione

Le informazioni disponibili indicano che si tratta di un processo di selezione pubblico, con moduli e Allegati da consultare nel bando ufficiale. In questa sintesi non sono riportati dettagli specifici sulle fasi e sui criteri di valutazione; si raccomanda di consultare integralmente il bando e gli Allegati per i profili richiesti per comprendere eventuali prove, punteggi e documentazione da presentare.

Scadenza e come candidarsi

La domanda di partecipazione deve essere inviata entro il 29 ottobre 2026 alle ore 23:59. Le candidature vanno inviate online tramite INPA Portale del Reclutamento. Per accedere al portale, è necessario utilizzare l’area dedicata alle selezioni pubbliche aperte di INVALSI e seguire le istruzioni per la presentazione del CV secondo i formati indicati negli Allegati A–G. Le profili disponibili includono ENG01/ENG02 (inglese) e ITA01–ITA05 (italiano) per i profili diProgetto RN.

Prima di inviare la candidatura, è utile verificare che il proprio profilo corrisponda ai requisiti, controllare i formati curriculare richiesti negli Allegati e assicurarsi di poter intervenire in incarico di lavoro autonomo per 12 mesi. Per chi ha domande specifiche sui profili ENG01/ENG02/ITA01–ITA05, si consiglia di fare riferimento alle schede di profilo indicate nel bando e agli Allegati.

Cosa controllare prima di inviare la domanda

  • Confermare la corrispondenza tra le proprie qualifiche ed i profili richiesti (INGLESE e/o ITALIANO).
  • Verificare la disponibilità a un incarico di lavoro autonomo di 12 mesi.
  • Leggere attentamente le sezioni dedicate ai profili ENG01/ENG02 e ITA01–ITA05 per comprendere eventuali requisiti specifici.
  • Preparare i documenti e i curricula secondo i formati indicati negli Allegati A–G.
  • Controllare la pagina INPA per eventuali aggiornamenti o integrazioni al bando.

Nel testo disponibile non sono riportate informazioni su salario, oneri aggiuntivi o dettagli completi della procedura di selezione. Per avere tutte le indicazioni, si invita a consultare ufficialmente la pagina INPA dedicata al bando e la documentazione allegata.

Fonte originale dell’offerta: Vai all’annuncio o bando ufficiale.

Camorra, i ‘grossisti della droga’ dietro le sbarre: ecco chi sono i 13 boss indagati

L’indagine che ha scosso le fondamenta di diversi cartelli criminali campani affonda le sue radici nell’esecuzione dell’ordinanza cautelare di marzo scorso, un provvedimento che aveva già cristallizzato per la prima volta l’esistenza e l’operatività del clan Troncone, egemone nel quartiere napoletano di Fuorigrotta e gravitante nell’orbita della famiglia Mazzarella.

Proprio in quell’ambito era stato arrestato Emanuele De Pasquale (noto come EDP), figura chiave e organizzatore per conto dei Troncone.

Nonostante la detenzione in regime di Alta Sicurezza (AS3) presso la Casa Circondariale di Siracusa, il carcere non ha rappresentato un deterrente, bensì il quartier generale di un traffico illecito ramificato. Sfruttando telefoni cellulari illecitamente introdotti e detenuti nelle celle, De Pasquale ha avviato una lucrosa attività di brokeraggio di cocaina.

Acquistava ingenti partite di stupefacente da fornitori detenuti accanto a lui — appartenenti a fazioni storicamente rivali o distanti — per poi rivenderle all’esterno grazie a una rete di sodali operativi a Fuorigrotta. Un sistema oliato che si è però scontrato con la dipendenza patologica del broker dal gioco d’azzardo.

Il vortice della ludopatia e la voragine dei 49.000 euro

Il meccanismo perfetto ha iniziato a scricchiolare quando i proventi dello spaccio, anziché saldare i carichi di droga, sono stati bruciati da De Pasquale nelle scommesse online e clandestine. Nel giro di poche settimane, l’esponente dei Troncone ha accumulato un debito colossale pari a 49.000 euro, contrapponendo creditori spietati e appartenenti a clan differenti: 18.000 euro dovuti ai Mazzarella (tramite Luciano Barattolo, Ciro Terracciano e Giuseppe Damiano), 13.000 euro ai Ferrara-Cacciapuoti di Villaricca, 11.000 euro al clan Gionta di Torre Annunziata (per il tramite di Ciro Coppola) e 7.000 euro al clan Avventurato di Acerra (con Emanuele D’Agostino).

L’incapacità di onorare le scadenze ha fatto scattare una feroce campagna estorsiva fatta di pestaggi in cella con l’uso di forbici, videochiamate punitive di gruppo per mostrare il sangue agli altri affiliati e minacce dirette ai familiari all’esterno, arrivando persino a tentare di costringere la compagna del broker a compiere truffe agli anziani nel Nord Italia pur di recuperare liquidità.

L’asse dei clan e l’indifferenza dei vertici: “Si arrangi o si penta”

L’inchiesta svela uno scenario inquietante e paradossale: le mura del carcere, anziché separare i criminali, azzerano le contraffazioni esterne in nome del profitto. Emblematico il ruolo di garanzia assunto da figure di spicco come Gianfranco Leva (clan Licciardi) e Aniello Mosella (clan Giannelli), intervenuti per sancire gli accordi punitivi.

Dall’altra parte, il capo-clan Giuseppe Troncone — anch’egli recluso a Milano Opera e in possesso di un telefono cellulare — di fronte alle richieste d’aiuto del suo subordinato ha scelto la linea della totale freddezza. Dopo averlo disconosciuto perché “reo di aver fatto debiti a nome del clan” esponendolo alle indagini, Troncone ha concesso il “nulla osta” ai creditori: «Lo possono anche uccidere, a me non frega», arrivando a tollerare la violenza purché venisse salvaguardato l’equilibrio economico e recuperato il denaro attraverso i familiari della vittima.

I capi di imputazione contestati

Il quadro accusatorio tracciato dal GIP del Tribunale di Napoli, dott. Antonino Santoro, delinea una pluralità di reati aggravati dal metodo mafioso e dall’agevolazione camorristica :

Traffico e detenzione di stupefacenti: Contestato a vario titolo a De Pasquale, Votivo, Cuneo, Coppola, D’Agostino, Cacciapuoti, Barattolo, Terracciano, Damiano e al minorenne Luca Pepe per aver gestito, acquistato e trasportato chili di cocaina tra Siracusa e Napoli.

Estorsione aggravata: Promossa dai creditori e avallata da Giuseppe Troncone nei confronti di Emanuele De Pasquale e dei suoi familiari, costretti a consegnare acconti in denaro contante (tra cui i 6.450 euro sequestrati dopo l’incontro monitorato dalle telecamere al bar Grimaldi e successivi pagamenti) sotto la minaccia di morte e ritorsioni armate.

Lesioni personali aggravate e violenza: Contestato a Troncone (quale mandante), Coppola e Mosella per il violento pestaggio subito da De Pasquale all’interno del carcere, colpito con calci, pugni e una forbice appuntita.

Tentata estorsione e tentata circonvenzione/truffe agli anziani : Reato mosso a Troncone, D’Agostino e Coppola per aver costretto la compagna di De Pasquale, Valentina Di Tuccio, a partire per Modena e Parma per compiere truffe ai danni di anziani allo scopo di estinguere il debito del compagno (evento non consumato per cause indipendenti).

Indebito possesso e utilizzo di telefoni cellulari in carcere : Contestato a numerosi detenuti (Cacciapuoti, Coppola, Mosella, Leva, Terracciano, D’Agostino e Troncone) per aver comunicato illecitamente con l’esterno e coordinato i traffici e le ritorsioni aggirando il regime di alta sicurezza.

Elenco dei 13 indagati

I 9 soggetti destinatari di misura cautelare in carcere

BARATTOLO Luciano (detto Lucianiello, nato a Napoli , 34 anni) – esponente del clan Mazzarella
CACCIAPUOTI Domenico (detto Mimmo ‘o Piccirillo, nato ad Aversa , 36 anni) – esponente del clan Ferrara-Cacciapuoti di Villaricca
COPPOLA Ciro (nato a Torre Annunziata, 24 anni) – esponente del clan Gionta
CUNEO Raffaele (detto Albero, nato a Napoli , 28 anni) – intermediario / acquirente
D’AGOSTINO Emanuele (detto o Tunno, 29 anni) – esponente del clan Avventurato di Acerra
DAMIANO Giuseppe (detto o Chiatto, nato a Napoli 24 anni) – esponente del clan Mazzarella / De Luca-Bossa
MOSELLA Aniello (nato a Napoli, 32 anni) – esponente del clan Giannelli
TERRACCIANO Ciro Rosario (nato a Massa di Somma, 34 anni) – esponente del clan Mazzarella
TRONCONE Giuseppe (nato a Napoli, 29 anni) – capoclan del clan Troncone

I 4 indagati a piede libero

DE PASQUALE Emanuele (detto EDP, nato a Napoli , 28 anni) – organizzatore del clan Troncone, broker e successivamente collaboratore di giustizia
LEVA Gianfranco (nato a Napoli 70 anni) – esponente del clan Licciardi
VACCARO Gaetano (detto Chiccotto, nato a Napoli , 51 anni) – uomo di fiducia dei Troncone
VOTIVO Gennaro (nato a Mugnano di Napoli, 23 anni) – corriere e gestore dei proventi per le scommesse

Il mondo sta cambiando, ma noi continuiamo a pretendere che tutto rimanga come prima

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel modo in cui stiamo affrontando questo periodo storico. Il mondo sta cambiando sotto i nostri occhi, ma noi continuiamo a pretendere che tutto rimanga esattamente come prima.

Vogliamo gli stessi stipendi, lo stesso potere d’acquisto, le stesse abitudini, le stesse comodità, le stesse opportunità economiche e, soprattutto, le stesse certezze.

E quando qualcosa cambia, quando il prezzo del carburante aumenta, quando fare la spesa diventa più difficile, quando il lavoro non garantisce più quello che garantiva un tempo, reagiamo spesso come se qualcuno avesse improvvisamente violato un diritto acquisito: quello di vivere per sempre nello stesso mondo.

Ma siamo davvero consapevoli di ciò che sta accadendo?

Quanto abbiamo compreso che probabilmente ci stiamo avvicinando a un nuovo capitolo della storia dell’uomo?

Non sappiamo quale sarà questo nuovo capitolo. Nessuno può conoscerlo con certezza. Eppure i segnali di una trasformazione economica, geopolitica, tecnologica e sociale sono ormai difficili da ignorare.

Il problema è che, forse, preferiamo non guardarli.

Difendiamo il nostro piccolo mondo mentre tutto cambia

Per decenni abbiamo costruito le nostre vite intorno a una serie di certezze che abbiamo finito per considerare quasi naturali.

L’economia sarebbe cresciuta, il benessere avrebbe continuato ad aumentare, le nuove generazioni avrebbero vissuto meglio delle precedenti e il progresso tecnologico avrebbe reso tutto più semplice.

L’idea che domani sarebbe stato necessariamente migliore di ieri è diventata, per molti, una convinzione profondamente radicata.

Nel frattempo ci siamo abituati a consumare, viaggiare, acquistare, sostituire oggetti ancora funzionanti e programmare il futuro immaginando che le condizioni economiche sarebbero rimaste sostanzialmente stabili.

Oggi queste convinzioni vengono messe in discussione.

Ma anziché domandarci come affrontare il cambiamento, spesso cerchiamo un responsabile al quale chiedere di riportare tutto alla normalità.

Il governo, la politica, l’Europa, le grandi aziende, i mercati internazionali.

Tutti possono avere una parte di responsabilità. Ma nessuno possiede una bacchetta magica capace di fermare la storia.

La sensazione è che, pur di conservare il nostro piccolo mondo, siamo disposti persino a negare ciò che accade fuori dalla porta di casa.

Finché possiamo permetterci le nostre abitudini, tutto sembra ancora funzionare. Quando quelle abitudini vengono minacciate, improvvisamente scopriamo che esiste una crisi.

Le proteste sono il segnale di un risveglio?

Le mobilitazioni che attraversano l’Italia, l’Europa e numerose altre parti del mondo raccontano realtà differenti, ma possono essere lette anche attraverso una domanda comune: che cosa accade quando le aspettative costruite nel passato non trovano più corrispondenza nel presente?

In questi giorni vediamo gli autotrasportatori protestare contro i costi del carburante e le difficoltà economiche del loro settore.

Negli ultimi anni abbiamo visto agricoltori scendere in strada con i trattori, lavoratori manifestare per salari insufficienti e giovani mobilitarsi su temi che riguardano il loro futuro, dal lavoro all’ambiente, dai diritti ai conflitti internazionali.

Non tutte queste proteste hanno le stesse cause. Sarebbe superficiale considerarle un unico movimento.

Ma tutte, in modi diversi, esprimono un disagio rispetto al presente e alle prospettive future.

Forse ci stiamo risvegliando da un lungo sogno collettivo. E ciò che troviamo al risveglio non ci piace.

Abbiamo immaginato un mondo nel quale il progresso economico fosse pressoché automatico, nel quale ogni generazione potesse semplicemente raccogliere i risultati della precedente.

Adesso scopriamo che la stabilità non è garantita, che le risorse non sono infinite e che la prosperità richiede equilibrio, capacità di adattamento e decisioni spesso difficili.

Le proteste sono comprensibili e, quando pacifiche, rappresentano uno strumento fondamentale della democrazia.

Ma possono servire davvero soltanto se, oltre a chiedere risposte immediate, ci aiutano a comprendere la natura dei cambiamenti che stiamo vivendo.

Il mondo non può fermarsi per il nostro piacimento

C’è una verità molto semplice che fatichiamo ad accettare.

Il mondo continua a girare indipendentemente da noi.

Come ricorda il celebre verso della canzone Il mondo, «Il mondo non si è fermato mai un momento».

È un’immagine che oggi assume un significato particolarmente attuale.

La storia non aspetta che siamo pronti.

Non si ferma perché abbiamo acceso un mutuo, perché abbiamo programmato una vacanza, perché dobbiamo cambiare automobile o perché avevamo immaginato un determinato futuro per i nostri figli.

Le trasformazioni economiche, le rivoluzioni tecnologiche, i mutamenti negli equilibri internazionali e i cambiamenti sociali seguono dinamiche che non possiamo controllare completamente.

Possiamo cercare di orientarli, correggerli, governarli.

Ma non possiamo pretendere che non avvengano.

Eppure una parte della società sembra aver sviluppato proprio questa pretesa: non vogliamo cambiare noi, vogliamo che sia il mondo ad adattarsi alle nostre abitudini.

È forse questa una delle grandi contraddizioni del nostro tempo.

Ci siamo addormentati sulle certezze del passato

Forse, negli ultimi decenni, ci siamo anche un po’ impigriti.

La stabilità economica e sociale, almeno quella sperimentata da una parte della popolazione occidentale, ci ha portato a considerare immutabili conquiste che in realtà erano il risultato di decenni di lavoro, scelte politiche, sacrifici e condizioni internazionali favorevoli.

Abbiamo progressivamente smesso di domandarci come venissero mantenute quelle condizioni.

Ci siamo abituati a usufruirne.

E, mentre il mondo cambiava, abbiamo iniziato a considerare alcune delle attività più importanti della vita democratica quasi come una perdita di tempo.

Prima fra tutte, la politica.

Perché è proprio dalla politica che dovrebbe cominciare una riflessione sul nostro futuro.

Abbiamo trasformato la politica in una partita di calcio

Una volta la politica era una presenza centrale nella vita delle comunità.

Non significa che fosse migliore, più onesta o priva di contraddizioni. Anzi, la storia italiana dimostra quanto clientelismo, corruzione e gestione personalistica del potere fossero problemi profondamente radicati.

Ma esisteva, soprattutto attraverso i partiti e le loro organizzazioni territoriali, una partecipazione politica che coinvolgeva concretamente molti cittadini.

Si discuteva di programmi, ideologie, sviluppo economico, industria, agricoltura, scuola e infrastrutture.

La scelta politica veniva spesso vissuta come una decisione sul modello di società da costruire.

Oggi, troppo frequentemente, abbiamo trasformato tutto in una sorta di partita di calcio.

Si sceglie una squadra, ci si identifica nei suoi colori e la si difende indipendentemente da ciò che accade.

Se il proprio schieramento commette un errore, si cerca una giustificazione. Se lo stesso errore viene commesso dagli avversari, diventa uno scandalo.

Le discussioni politiche sui social somigliano sempre più a confronti tra tifoserie.

Il problema è che la politica non è una partita di calcio e chi governa non sta disputando un campionato. Sta prendendo decisioni che possono determinare il futuro di milioni di persone.

La differenza è enorme.

Eppure sembriamo averla dimenticata.

Il Sud che vota, ma quanto conta davvero?

C’è un esempio particolarmente significativo di questa trasformazione e riguarda il Mezzogiorno.

Per molti anni il Sud ha espresso figure politiche capaci di occupare posizioni di assoluto rilievo nelle istituzioni nazionali.

Basti pensare ad Antonio Gava, Paolo Cirino Pomicino e Ciriaco De Mita.

Tre protagonisti della politica campana e italiana che, nel bene e nel male, hanno avuto un peso determinante negli equilibri della Prima Repubblica.

De Mita arrivò alla presidenza del Consiglio, Gava guidò il ministero dell’Interno e Cirino Pomicino ricoprì incarichi importanti, tra cui quello di ministro del Bilancio.

Non si tratta di rimpiangere quella stagione politica, né tantomeno di ignorarne le ombre.

Ma di riconoscere un dato: il Mezzogiorno disponeva di figure capaci di incidere direttamente sulle principali decisioni nazionali.

Oggi il quadro è differente.

Non significa che non esistano ministri o esponenti politici meridionali nelle istituzioni. Esistono, naturalmente.

La questione è un’altra: quanto riesce realmente a incidere il Sud sulle grandi strategie economiche, industriali e infrastrutturali del Paese?

Quanto pesa nella definizione delle priorità nazionali?

Quante delle sue esigenze vengono trasformate in decisioni concrete?

E soprattutto, perché una parte dell’elettorato meridionale sembra accontentarsi di essere determinante nei numeri elettorali senza pretendere con la stessa forza una rappresentanza politica autorevole?

Non basta che un rappresentante sia nato al Sud. Deve avere competenze, visione, capacità di governo e la volontà di affrontare i problemi del territorio.

Ma non possiamo nemmeno ignorare quanto sia importante che le comunità meridionali sappiano esprimere una classe dirigente capace di sedere nei luoghi dove si prendono le decisioni.

Perché un territorio che non riesce a far sentire la propria voce rischia di subire sempre più spesso le scelte degli altri.

Votiamo l’amico dell’amico e poi ci lamentiamo

Esiste poi una responsabilità che riguarda direttamente noi cittadini.

Quante volte, soprattutto nelle realtà locali, scegliamo un candidato non per le sue capacità, ma perché è una persona che conosciamo?

L’amico dell’amico.

Il conoscente che promette di essere disponibile.

La persona che, quando servirà, potrà farci un favore.

Magari sappiamo perfettamente che non possiede le competenze necessarie per amministrare un Comune, gestire risorse pubbliche o affrontare problemi complessi.

Ma lo votiamo comunque.

Perché ci conosce, perché ci saluta, perché ci ha promesso qualcosa.

È una logica profondamente sbagliata, che trasforma la rappresentanza democratica in una rete di piccoli interessi personali.

Preferiamo eleggere qualcuno che possa farci un favore oggi, invece di scegliere qualcuno capace di garantire un futuro migliore alla nostra comunità domani.

Poi, quando i servizi non funzionano, quando le strade sono dissestate, quando le amministrazioni non riescono a programmare lo sviluppo del territorio, siamo pronti a lamentarci.

Ma chi abbiamo scelto per amministrare quelle risorse?

Con quali criteri lo abbiamo votato?

Quali competenze abbiamo verificato?

La democrazia attribuisce ai cittadini un potere enorme, ma quel potere comporta anche una responsabilità.

Non possiamo pretendere una buona politica se siamo i primi a considerare il voto uno strumento di convenienza personale.

Il cambiamento deve iniziare dalla scuola

Se vogliamo affrontare un mondo nuovo, dobbiamo anche domandarci quale società stiamo preparando per il futuro.

E qui il discorso diventa ancora più delicato.

Perché non riguarda soltanto noi, ma i nostri figli.

La scuola dovrebbe essere uno dei luoghi nei quali si impara non soltanto a leggere, scrivere e acquisire conoscenze, ma anche a comprendere la società, rispettare gli altri, sviluppare un pensiero critico e riconoscere le proprie responsabilità.

Il rispetto civile, l’educazione, la capacità di discutere senza aggredire, la disponibilità ad ascoltare opinioni differenti sono competenze essenziali per vivere in una comunità democratica.

Eppure la sensazione è che questi valori vengano troppo spesso considerati secondari.

Naturalmente la responsabilità non può essere attribuita soltanto alla scuola.

La prima educazione nasce in famiglia, nei comportamenti quotidiani, nel modo in cui gli adulti si rapportano agli altri e affrontano i problemi.

Se un ragazzo cresce osservando adulti che cercano continuamente scorciatoie, che rispettano le regole soltanto quando conviene e che considerano il tornaconto personale più importante dell’interesse collettivo, difficilmente potrà sviluppare spontaneamente un atteggiamento differente.

Non possiamo pretendere una generazione più responsabile se siamo noi i primi a dare esempi di irresponsabilità.

Stiamo crescendo una generazione preparata al futuro?

C’è poi il ruolo della tecnologia e dei social network.

Gli strumenti digitali hanno aperto possibilità straordinarie di informazione, comunicazione, creatività e apprendimento.

Ma hanno anche contribuito a costruire un modello nel quale visibilità, apparenza e consumo sembrano spesso prevalere su competenza, conoscenza e impegno.

Il rischio è che una parte delle nuove generazioni finisca per misurare il successo attraverso il numero di visualizzazioni, il telefono posseduto, gli oggetti alla moda, i viaggi da mostrare e lo stile di vita degli influencer.

Balletti sui social, video, prodotti continuamente pubblicizzati, vacanze da sogno e immagini di una ricchezza apparentemente accessibile a tutti.

È un universo che può generare aspettative completamente scollegate dalla realtà economica.

Si desidera uno stile di vita senza comprendere necessariamente il lavoro, le risorse e le competenze necessarie per sostenerlo.

Ma attenzione: sarebbe ingiusto dipingere tutti i giovani come superficiali.

Esistono ragazzi preparati, impegnati, consapevoli, capaci di utilizzare le nuove tecnologie per studiare, lavorare e sviluppare progetti importanti.

Molti mostrano una sensibilità verso problemi ambientali e sociali che una parte delle generazioni precedenti aveva sottovalutato.

Il problema non è l’età, né il social network in sé.

È il modello culturale che gli adulti stanno contribuendo a trasmettere.

Se insegniamo ai ragazzi che l’obiettivo della vita è apparire felici anziché costruire qualcosa di concreto, non possiamo sorprenderci se diventerà difficile affrontare una realtà che richiede sacrifici, competenza e capacità di adattamento.

Un futuro incerto non si affronta con un nuovo smartphone o con qualche migliaio di follower.

Si affronta imparando a ragionare, a lavorare, a collaborare e soprattutto ad accettare che i problemi complessi raramente hanno soluzioni immediate.

Nessuno sa quale mondo ci aspetta

Forse dovremmo cominciare ad ammettere una cosa che ci spaventa.

Non sappiamo esattamente dove stiamo andando.

L’intelligenza artificiale sta trasformando il lavoro e il rapporto tra esseri umani e tecnologia.

Gli equilibri geopolitici stanno cambiando.

Le economie devono confrontarsi con nuove difficoltà energetiche, demografiche e produttive.

I modelli di consumo evolvono, le aspettative delle persone si modificano e settori economici che sembravano solidissimi potrebbero dover essere ripensati.

Questo non significa necessariamente che il futuro sarà peggiore.

La storia dell’umanità è fatta anche di trasformazioni che inizialmente sembravano minacce e che successivamente hanno aperto opportunità imprevedibili.

Ma ogni grande cambiamento richiede la capacità di comprenderlo.

E soprattutto richiede la disponibilità a modificare comportamenti che fino a ieri sembravano normali.

Non possiamo affrontare i problemi del futuro continuando a utilizzare soltanto gli strumenti mentali del passato.

Non possiamo immaginare che la politica risolva tutto senza partecipare alla vita democratica.

Non possiamo chiedere una società migliore continuando a scegliere amministratori incompetenti per convenienza personale.

Non possiamo pretendere figli preparati al mondo di domani se non insegniamo loro il rispetto, la responsabilità e il valore delle competenze.

E non possiamo continuare ad acquistare e consumare come se le risorse economiche fossero illimitate, salvo poi stupirci quando diventano insufficienti.

Il vero problema non è che il mondo cambia, ma che noi non vogliamo cambiare

Le proteste di questi giorni sono un segnale importante.

Raccontano difficoltà reali, problemi economici e timori per il futuro che non possono essere ignorati.

Chi lavora deve poter vivere dignitosamente del proprio lavoro. Chi cresce una famiglia deve avere prospettive di stabilità. Chi è giovane deve poter immaginare un futuro senza sentirsi condannato alla precarietà.

Sono esigenze legittime, sulle quali la politica ha il dovere di intervenire.

Ma sarebbe pericoloso trasformare ogni difficoltà in una richiesta di ritorno al passato.

Perché il passato non è un luogo nel quale possiamo tornare semplicemente per decisione politica.

Le società cambiano, gli equilibri si trasformano, le generazioni si susseguono e le condizioni economiche non rimangono immutabili.

Forse il nostro vero compito non è pretendere che tutto torni come prima, ma comprendere quali certezze meritano di essere difese e quali abitudini dobbiamo avere il coraggio di abbandonare.

Dobbiamo difendere il diritto al lavoro, alla dignità, alla salute, all’istruzione e a un’esistenza decorosa.

Non necessariamente il diritto a consumare sempre di più, a sostituire continuamente ciò che possediamo o a vivere secondo un modello economico che potrebbe non essere più sostenibile nelle stesse forme.

Dobbiamo pretendere una politica competente, ma imparare anche a scegliere con maggiore responsabilità chi ci rappresenta.

Dobbiamo preparare i nostri figli a un futuro che non conosciamo, anziché illuderli che sarà sufficiente replicare le abitudini delle generazioni precedenti.

Il mondo sta cambiando. Forse siamo davvero all’inizio di una nuova fase della storia umana.

Non sappiamo quanto sarà difficile, quali opportunità porterà e quali certezze dovremo lasciare alle spalle.

Ma una cosa possiamo comprenderla già oggi: non possiamo fermare la storia soltanto perché abbiamo paura di ciò che verrà.

E forse dovremmo smettere di domandarci quando il mondo tornerà come prima.

La vera domanda è un’altra: saremo capaci di cambiare insieme al mondo, oppure continueremo a difendere il nostro piccolo angolo di passato mentre il futuro passa davanti ai nostri occhi?

I miliardari della Silicon Valley e il filo che li unisce: quelle radici nel Sudafrica dell’apartheid

Da Elon Musk a Peter Thiel, da David Sacks a Roelof Botha: quattro protagonisti del potere tecnologico americano condividono legami con l’Africa australe dell’epoca della segregazione razziale. Hanno costruito fortune immense, finanziato aziende e intrecciato rapporti con la politica. Una coincidenza biografica o il risultato di un ambiente sociale e di relazioni capaci di influenzare il futuro?

C’è un filo che unisce alcuni degli uomini più influenti della tecnologia americana. Un filo che attraversa miliardi di dollari, aziende strategiche, investimenti incrociati e rapporti con la politica degli Stati Uniti. Ma che, andando indietro nel tempo, conduce sorprendentemente nel Sudafrica dell’apartheid.

Elon Musk, Peter Thiel, David Sacks e Roelof Botha sono protagonisti di un ecosistema economico capace di influenzare settori che vanno dall’intelligenza artificiale alla difesa, dalla finanza digitale alle piattaforme di comunicazione.

Tre di loro sono nati in Sudafrica. Il quarto, Peter Thiel, è nato in Germania, ma ha trascorso parte dell’infanzia nell’Africa australe, compresa la Namibia, allora amministrata dal Sudafrica.

Quattro biografie diverse, con un elemento geografico e storico comune.

E soprattutto una particolarità: questi uomini non si sono semplicemente affermati nello stesso settore. Hanno lavorato insieme, finanziato imprese collegate, condiviso investimenti e sviluppato rapporti che si sono estesi fino agli ambienti politici americani.

È una concentrazione di relazioni che merita di essere raccontata, senza attribuirle significati non dimostrati.

Quattro uomini, un passato nell’Africa australe

Elon Musk nasce nel 1971 a Pretoria, capitale amministrativa del Sudafrica. Cresce nel Paese durante gli anni dell’apartheid e lo lascia nel 1989, trasferendosi in Canada.

David Sacks nasce nel 1972 a Città del Capo. La sua famiglia si trasferisce negli Stati Uniti quando è ancora bambino. La sua esperienza diretta del Sudafrica è quindi molto più breve rispetto a quella di Musk.

Roelof Botha nasce nel 1973 a Pretoria. Studia in Sudafrica prima di trasferirsi negli Stati Uniti e costruire una carriera nella finanza tecnologica, diventando una figura di riferimento di Sequoia Capital.

Peter Thiel nasce invece nel 1967 a Francoforte. Durante l’infanzia vive anche nell’Africa australe, tra cui la città namibiana di Swakopmund, in un periodo nel quale il territorio si trova sotto il controllo sudafricano.

Un altro particolare riguarda Botha: suo nonno, Pik Botha, fu ministro degli Esteri del Sudafrica durante il regime dell’apartheid, assumendo successivamente anche posizioni favorevoli al cambiamento politico.

Questi dati biografici non dimostrano che i quattro condividano una stessa ideologia. Mostrano però che alcuni importanti protagonisti della Silicon Valley hanno conosciuto, direttamente o attraverso il proprio ambiente familiare, una regione caratterizzata da profonde divisioni sociali e politiche.

Cosa significava crescere durante l’apartheid

Fino ai primi anni Novanta il Sudafrica è governato attraverso un sistema istituzionalizzato di segregazione razziale.

La popolazione viene classificata secondo categorie imposte dallo Stato. La maggioranza nera subisce restrizioni nei diritti politici, negli spostamenti, nell’accesso all’istruzione e nelle opportunità economiche.

La minoranza bianca gode invece di vantaggi strutturali, anche se le condizioni economiche e le convinzioni politiche variano notevolmente da famiglia a famiglia.

In questo contesto si formano le prime esperienze di vita di Musk e Botha. Sacks lascia il Paese in tenera età, mentre Thiel vive una parte limitata della propria infanzia nell’Africa australe.

È necessario distinguere queste esperienze: non tutti hanno avuto lo stesso rapporto con il regime, né esistono elementi sufficienti per sostenere che ne abbiano condiviso i principi.

Ma una domanda resta legittima.

Quanto può influenzare la visione del mondo crescere in un contesto nel quale privilegi, opportunità e potere sono distribuiti secondo gerarchie sociali così marcate?

Non esiste una risposta valida automaticamente per tutti.

Le esperienze individuali possono produrre reazioni opposte: adesione ai modelli dominanti, rifiuto delle ingiustizie oppure posizioni intermedie.

Per questo occorre guardare non soltanto alle biografie, ma anche alle idee successivamente espresse e alle scelte concretamente compiute.

L’incontro nella Silicon Valley e la nascita delle fortune

Il percorso di questi uomini si intreccia negli Stati Uniti, soprattutto durante l’espansione delle imprese digitali degli anni Novanta.

Musk, Thiel, Sacks e Botha partecipano, con ruoli diversi, alla storia di PayPal, la società di pagamenti digitali acquisita da eBay nel 2002 per circa 1,5 miliardi di dollari.

È un passaggio fondamentale perché il successo economico dell’operazione mette a disposizione di alcuni protagonisti capitali, credibilità e relazioni professionali.

Nel novembre 2007 la rivista americana Fortune pubblica una celebre inchiesta firmata da Jeffrey M. O’Brien, intitolata The PayPal Mafia.

Leggi l’inchiesta originale di Fortune del 2007

Il termine utilizzato dalla rivista, accompagnato da una fotografia ironicamente ispirata all’immaginario dei gangster, non indica un’associazione criminale. Descrive una rete informale di ex fondatori, dirigenti e collaboratori che avevano continuato a investire gli uni nelle imprese degli altri.

È una definizione storica, legata alle persone protagoniste di quella stagione imprenditoriale, e non identifica l’attuale società PayPal, che opera autonomamente e non va confusa con le successive attività degli ex dirigenti.

L’aspetto rilevante dell’inchiesta di Fortune non è il soprannome utilizzato, ma il sistema di relazioni documentato.

Una volta realizzate importanti fortune, molti ex colleghi avevano continuato a sostenersi finanziariamente, creando nuove società e partecipando a successivi investimenti.

Lo stesso articolo raccontava come Thiel fosse diventato un punto di riferimento per capitali e consulenze, mentre altri ex dirigenti investivano in aziende fondate da precedenti collaboratori.

La rete non era composta esclusivamente da sudafricani. Comprendeva persone nate in diversi Paesi, con storie e convinzioni differenti.

Tuttavia, all’interno di questo ambiente emergeva anche il gruppo di imprenditori con radici nell’Africa australe.

Il capitale economico diventa capitale relazionale

È qui che la vicenda assume una dimensione più interessante.

Il successo di una singola impresa non produce soltanto ricchezza personale. Può generare un vantaggio competitivo per chi appartiene alla rete di persone che hanno partecipato a quella esperienza.

Gli ex colleghi conoscono reciprocamente competenze, capacità e reputazione. Possono decidere di investire insieme, sostenere nuove iniziative e facilitare l’accesso ai finanziamenti.

Chi è già inserito in un circuito di successo parte dunque con opportunità differenti rispetto a chi ne è escluso.

È quello che gli economisti e i sociologi descrivono attraverso concetti come capitale sociale, accesso alle reti e accumulazione dei vantaggi.

Nel caso di questi protagonisti, le relazioni maturate nel settore dei pagamenti digitali si sono successivamente estese a numerosi comparti tecnologici.

Musk ha sviluppato Tesla e SpaceX.

Thiel ha cofondato Palantir ed è diventato un importante investitore attraverso Founders Fund.

Sacks ha costruito una carriera nell’imprenditoria e nel venture capital.

Botha è diventato uno dei protagonisti degli investimenti tecnologici attraverso Sequoia Capital.

Non tutte queste fortune derivano direttamente dalla stessa operazione finanziaria, e non sarebbe corretto affermarlo.

È però documentato che i rapporti professionali, gli investimenti e le collaborazioni hanno continuato a intrecciarsi.

La ricchezza economica ha contribuito a generare nuove opportunità, e queste opportunità hanno favorito l’espansione delle successive attività imprenditoriali.

Dalle aziende tecnologiche alle istituzioni

Col passare degli anni, l’influenza di alcuni protagonisti si estende oltre il settore privato.

Peter Thiel partecipa alla nascita di Palantir, impresa specializzata in software e analisi dei dati, utilizzati anche in ambito governativo, militare e di sicurezza.

Elon Musk sviluppa SpaceX, protagonista di importanti contratti con le agenzie spaziali e le istituzioni americane, oltre a controllare la piattaforma X e altre attività tecnologiche.

David Sacks, nel dicembre 2024, viene scelto da Donald Trump per un incarico alla Casa Bianca dedicato alle politiche sull’intelligenza artificiale e sulle criptovalute.

Thiel ha inoltre sostenuto finanziariamente esponenti politici statunitensi, tra cui JD Vance.

Questo passaggio evidenzia un fenomeno più ampio: l’incontro tra grandi patrimoni privati, industrie strategiche e decisioni pubbliche.

Non dimostra l’esistenza di una direzione politica unica. Gli stessi protagonisti hanno avuto divergenze, interessi differenti e talvolta conflitti.

Ma mostra come persone collegate da precedenti esperienze imprenditoriali possano ritrovarsi in posizioni capaci di incidere su settori essenziali della società.

Peter Thiel e i dubbi sulla democrazia

Per comprendere le visioni politiche di questo ambiente è particolarmente utile esaminare le dichiarazioni pubbliche dei singoli protagonisti.

Peter Thiel, il 13 aprile 2009, pubblica sulla rivista online Cato Unbound un saggio intitolato The Education of a Libertarian.

Leggi il testo originale di Peter Thiel

Nel documento afferma di non ritenere più compatibili libertà e democrazia.

È una posizione che nasce dalla sua interpretazione libertaria dei rapporti tra Stato, individuo ed economia.

Thiel critica il ruolo della politica democratica come strumento per realizzare la libertà economica che auspica.

In una successiva risposta chiarisce tuttavia di non sostenere la privazione del diritto di voto per determinate categorie di cittadini.

La successiva precisazione di Thiel sul diritto di voto

La sua posizione non equivale a una difesa dell’apartheid.

Resta però un elemento concreto per esaminare il rapporto tra alcuni grandi investitori tecnologici e le istituzioni democratiche.

Quando un imprenditore dotato di enormi risorse considera problematica la relazione tra libertà e democrazia, la questione assume un significato che va oltre la semplice opinione personale.

Soprattutto quando quelle risorse possono finanziare imprese, infrastrutture tecnologiche e attività politiche.

Le diverse idee sulla disuguaglianza

È importante non considerare Musk, Thiel, Sacks e Botha come un unico soggetto politico.

Le loro dichiarazioni pubbliche e le rispettive attività non permettono di attribuire automaticamente a tutti una posizione comune sulla disuguaglianza sociale.

Thiel ha espresso una visione libertaria critica verso l’intervento statale e alcune forme di tassazione.

Musk ha assunto posizioni politiche pubbliche su temi come l’immigrazione, la regolamentazione delle imprese e il ruolo del governo.

Sacks ha partecipato al dibattito politico americano, sostenendo posizioni favorevoli alla riduzione di determinati vincoli normativi sulle attività tecnologiche.

Botha è principalmente conosciuto per la propria attività di investitore: non emergono elementi sufficienti per equiparare le sue idee politiche a quelle degli altri tre.

Non sarebbe quindi corretto parlare di una comune adesione a un modello sociale fondato sulla segregazione o sull’esclusione.

Esiste però una questione generale sulla quale le loro attività invitano a riflettere: quanto potere può accumulare un gruppo relativamente ristretto di individui attraverso il controllo di capitali, tecnologie e reti di investimento?

È una domanda diversa dall’accusa di sostenere deliberatamente le disuguaglianze.

Ed è una domanda che può essere affrontata attraverso dati economici, relazioni societarie e posizioni pubblicamente documentate.

Il Guardian e l’eredità dell’apartheid

Il collegamento tra questi protagonisti e il Sudafrica è stato analizzato anche dalla stampa internazionale.

Il 26 gennaio 2025 il quotidiano britannico The Guardian pubblica un’inchiesta sulle radici sudafricane di Musk, Thiel, Sacks e Botha.

Leggi l’inchiesta del Guardian del 26 gennaio 2025

L’approfondimento esamina le biografie dei quattro e il contesto politico e culturale nel quale alcuni di loro hanno trascorso l’infanzia.

Il giornale si interroga sulla possibile influenza di una società caratterizzata da privilegi razziali istituzionalizzati sulle successive visioni del potere.

Non è una dimostrazione scientifica di un rapporto causale.

È piuttosto una ricostruzione storico-giornalistica che solleva domande sul rapporto tra ambiente di formazione, condizioni di partenza e convinzioni maturate in età adulta.

Un’ulteriore analisi del tema è stata proposta da Democracy Now! nel febbraio 2025, con un approfondimento dedicato ai collegamenti tra l’élite tecnologica americana e il Sudafrica dell’apartheid.

Guarda l’approfondimento di Democracy Now!

Le enormi fortune hanno un denominatore comune?

La coincidenza delle origini sudafricane può apparire sorprendente, soprattutto considerando il ruolo raggiunto da questi uomini nella tecnologia americana.

Ma bisogna distinguere almeno tre fattori.

Il primo è il contesto sociale di partenza. L’apartheid garantiva alla popolazione bianca vantaggi strutturali rispetto alla maggioranza nera. Questo non significa che tutte le famiglie bianche fossero ricche, ma che disponevano mediamente di maggiori opportunità istituzionali.

Il secondo fattore riguarda l’emigrazione. La possibilità di trasferirsi in Nord America, accedere a percorsi universitari e inserirsi nell’economia statunitense non era ugualmente disponibile a tutti i cittadini sudafricani.

Il terzo fattore è la rete professionale costruita successivamente. Il successo nella Silicon Valley ha permesso a questi uomini di accumulare capitali e partecipare a nuove iniziative finanziarie.

Le loro fortune, quindi, possono essere analizzate considerando sia i percorsi individuali sia i vantaggi prodotti dalle relazioni professionali.

Quello che non possiamo affermare, sulla base delle informazioni disponibili, è che la loro ricchezza sia stata causata dall’educazione ricevuta durante l’apartheid.

Per dimostrarlo servirebbero ricerche comparative sulle condizioni economiche familiari, sulle carriere e sui percorsi degli imprenditori cresciuti in contesti differenti.

Le origini comuni rappresentano un fatto documentato.

Il ruolo specifico di quelle origini nel successo economico resta invece una questione aperta.

Un sistema che concentra opportunità e influenza

C’è però un elemento che emerge con chiarezza da questa storia.

La rete costruita attorno ai protagonisti della Silicon Valley ha contribuito a moltiplicare occasioni di investimento, collaborazioni e accesso al capitale.

Questo meccanismo può produrre innovazione, crescita e nuove imprese.

Allo stesso tempo, può contribuire a concentrare le opportunità nelle mani di persone già inserite in ambienti privilegiati.

È una dinamica che attraversa molte economie, non soltanto quella tecnologica americana.

Ma nel caso dei protagonisti di questa vicenda assume una dimensione particolare per le dimensioni delle loro imprese e per il ruolo strategico delle tecnologie che sviluppano.

Il tema riguarda quindi la distribuzione del potere economico e l’accessibilità delle opportunità.

Quando una rete di persone che ha già ottenuto enormi successi continua a finanziare nuovi progetti al proprio interno, chi resta fuori da quella rete può incontrare maggiori difficoltà nell’ottenere le stesse possibilità.

Non è necessariamente il risultato di un comportamento illecito o di una strategia deliberata di esclusione.

Può essere una conseguenza ordinaria del funzionamento delle relazioni economiche.

Ed è proprio per questo che merita attenzione.

Dalle radici sudafricane all’intelligenza artificiale

L’espansione di queste relazioni ha raggiunto anche il settore dell’intelligenza artificiale.

Nel dicembre 2015 OpenAI annuncia ufficialmente la propria nascita.

Fra i protagonisti iniziali ci sono Sam Altman ed Elon Musk. Nello stesso annuncio, tra i sostenitori economici figurano anche Peter Thiel e Reid Hoffman.

Consulta l’annuncio originale di OpenAI del 2015

Sam Altman non è nato in Sudafrica e non appartiene al gruppo originario di ex dirigenti PayPal.

La sua presenza mostra però come i circuiti imprenditoriali e finanziari della Silicon Valley possano intersecarsi anche tra persone con provenienze diverse.

Non significa che tali collegamenti costituiscano un controllo unitario su OpenAI, né che i protagonisti condividano attualmente gli stessi interessi.

Le successive divergenze tra Musk e OpenAI dimostrano, al contrario, come queste relazioni possano evolvere fino al conflitto.

Resta il fatto che alcuni dei nomi incontrati nella storia dei pagamenti digitali e del venture capital ricompaiono anche nelle origini di organizzazioni destinate a influenzare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Una coincidenza da indagare, non una conclusione

La domanda iniziale rimane aperta.

È soltanto una coincidenza che diversi protagonisti dell’economia tecnologica americana abbiano radici nel Sudafrica dell’apartheid?

Oppure esiste un rapporto, più complesso, tra le opportunità di partenza, l’esperienza di una società profondamente gerarchizzata e la formazione di reti professionali capaci di produrre ricchezze straordinarie?

La presenza di quattro biografie legate all’Africa australe è un dato reale, ma non basta per stabilire quanto sia statisticamente eccezionale.

Per comprenderlo bisognerebbe confrontare il gruppo con l’insieme degli imprenditori tecnologici della stessa generazione, considerando nazionalità, condizioni familiari, percorsi migratori e accesso all’istruzione.

Esiste invece una documentazione precisa sulle loro collaborazioni, sui successivi investimenti e sul ruolo raggiunto da alcune di queste persone.

Ed è su questo terreno che l’analisi diventa più solida.

L’apartheid era un sistema nel quale l’accesso alle opportunità dipendeva anche dall’appartenenza a una categoria privilegiata.

La Silicon Valley è un ambiente profondamente diverso, nel quale il successo dipende da innovazione, mercato, capitale e numerosi altri fattori.

Mettere a confronto questi due contesti non significa considerarli equivalenti.

Significa chiedersi se, in sistemi molto differenti, possano operare meccanismi che favoriscono l’accumulo di opportunità e potere da parte di chi dispone già di risorse e relazioni.

La domanda sul futuro della società

La vicenda di Musk, Thiel, Sacks e Botha non dimostra l’esistenza di un progetto comune nato nel Sudafrica dell’apartheid.

Non dimostra neppure che le loro convinzioni politiche siano state determinate dall’ambiente nel quale sono cresciuti.

Racconta però un insieme di rapporti personali, investimenti e percorsi professionali che hanno contribuito a creare un gruppo di individui straordinariamente influenti.

E invita a osservare con attenzione il rapporto tra ricchezza, tecnologia e potere politico.

Perché oggi le decisioni di pochi grandi imprenditori possono avere conseguenze sulla comunicazione, sull’economia digitale, sulla sicurezza e sull’accesso alle nuove tecnologie.

La questione più importante non è stabilire se abbiano tutti la stessa origine o le stesse idee.

È capire in che modo il potere economico si forma, si trasmette e si concentra.

E soprattutto se una società che affida una parte crescente del proprio futuro tecnologico a patrimoni e reti private riesca a garantire a tutti opportunità realmente accessibili, oppure finisca per rafforzare le disuguaglianze già esistenti.

Protesta carburanti, ecco la mappa dei blocchi in Campania

Napoli – Protesta Tir per il costo del carburante: bloccati i principali nodi autostradali in Campania.

La società Autostrade ha mappato le principali criticità per i blocchi dei camionisti che protestano per il caro carburante. Sono in atto manifestazioni degli autotrasportatori sulla A1 Milano-Napoli dove la società Autostrade segnala code alla barriera di Napoli nord in entrambe le direzioni e 2 chilometri di coda tra Napoli nord e Caserta nord, verso Roma.

Invece sulla A30 Caserta-Salerno l’uscita di Nocera Pagani è chiusa da entrambe le direzioni. Ci sono poi code in uscita a Nola per chi proviene da Salerno ed in entrata in entrambe le provenienze. Per chi proviene da Canosa, la società Autostrade consiglia di uscire alla stazione di Tufino e seguire le indicazioni per Nola; mentre per chi proviene da Salerno, il consiglio è quello di immettersi sulla A16 e uscire a Tufino, per poi seguire le indicazioni per Nola.

“Una situazione come questa non può continuare, quindi giuste le istanze, però i blocchi non possono essere consentiti sine die”. Lo ha detto il viceministro dei Traporti, Edoardo Rixi, al termine dell’incontro in prefettura a Milano con le associazioni dell’autotrasporto Fai, Anita, Assotir, Cna Fita, Confartigianato Trasporti, Fedit, Fiap, Trasporto Unito Fiap, Confcooperative, Legacoop Produzione e Servizi e Sna-Casartigiani a cui ha preso parte il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini. “Oggi pomeriggio – ha ricordato Rixi citando l’incontro con gli autonomi in agenda alle 15 con lo stesso Salvini – ci saranno incontri anche con la frangia di Cobas che hanno fatto i blocchi in questi giorni. Il ministro chiederà ovviamente di eliminare i blocchi di fronte all’impegno da parte del governo di andare a erogare immediatamente le risorse”.

L’auspicio dunque è che gli ultimi blocchi “vengano rimossi spero oggi pomeriggio ed è il motivo per cui il ministro ha già deciso anche di incontrare tutti gli autotrasportatori del sud, proprio per cercare di evitare di far passare alla catena logistica e ai cittadini il problema di approvvigionamento dei supermercati, ma anche degli ospedali”.

“In queste ore si è cercato un confronto per risolvere i problemi e abbiamo messo a disposizione un ascolto che credo sia importante. Alcuni blocchi già ieri sono stati tolti, altri oggi. So che questa mattina c’è ancora un tema abbastanza spinoso sul porto di Napoli”, ha aggiunto. “E’ giusto scioperare, però bisogna fare in modo di non creare eccessivi disagi al Paese, soprattutto ai cittadini e a chi vuole continuare a lavorare”.

Napoli, Gratteri: ‘Jammer e reti da pesca contro i traffici in carcere’

Napoli. -Il contrasto ai traffici illeciti all’interno delle carceri e la polemica sugli arretrati riconosciuti ai magistrati. Sono i due temi sui quali è intervenuto il procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, a margine della conferenza stampa dedicata a un’importante operazione contro il traffico di droga organizzato da detenuti appartenenti a sette clan, soprattutto nei reparti di Alta sicurezza degli istituti penitenziari di Siracusa e Milano-Opera.

Il magistrato ha difeso la sperimentazione dei jammer nel carcere di Secondigliano, contestato le proteste dei residenti per i presunti disagi alla telefonia e indicato nuove possibili strategie per impedire l’ingresso di sostanze stupefacenti e dispositivi elettronici nelle strutture detentive. Sul fronte economico, ha invece respinto quella che considera una rappresentazione fuorviante delle somme spettanti ai magistrati per gli adeguamenti retributivi maturati negli ultimi anni.

Jammer a Secondigliano, Gratteri: «Li chiedevo da dieci anni»

«Da dieci anni chiedevo questa positiva sperimentazione dell’uso dei jammer in carcere e finalmente è andata a buon fine. Adesso ci saranno altre sperimentazioni in altre carceri». Così Gratteri ha commentato l’impiego dei dispositivi elettronici destinati a inibire le comunicazioni non autorizzate all’interno degli istituti penitenziari.

I jammer sono strumenti che interferiscono con i segnali di comunicazione, rendendo più difficile l’utilizzo illecito dei telefoni cellulari introdotti fraudolentemente nelle celle. Un sistema che punta a impedire ai detenuti di continuare a gestire attività criminali dall’interno delle strutture detentive, mantenendo i contatti con l’esterno.

La questione assume particolare rilievo alla luce dell’inchiesta illustrata durante la conferenza stampa, che ha portato a nove misure cautelari e ha fatto emergere un traffico di droga organizzato attraverso l’utilizzo dei cellulari da parte di detenuti riconducibili a sette clan.

Le proteste dei residenti e i presunti disagi telefonici

Il procuratore è intervenuto anche sulle proteste dei cittadini che vivono nei pressi del carcere di Secondigliano, dove erano stati segnalati presunti problemi alle comunicazioni telefoniche nelle abitazioni private in concomitanza con l’utilizzo dei jammer.

«Fuori dal carcere dicevano che i telefoni non funzionavano», ha riferito Gratteri, spiegando che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aveva effettuato le verifiche del caso.

«Noi abbiamo disattivato il jammer, ma le proteste sono proseguite lo stesso», ha aggiunto il magistrato, che ha definito strumentali le contestazioni. «Con questo giochino abbiamo interrotto questa strumentalizzazione», ha concluso.

Le dichiarazioni del procuratore si inseriscono nel confronto sull’efficacia delle misure di sicurezza adottate negli istituti penitenziari e sulla necessità di conciliare il contrasto alle comunicazioni illecite con l’assenza di interferenze nei servizi utilizzati dalla popolazione residente.

Droni per consegnare droga e cellulari: l’ipotesi delle reti da pesca

Tra le strategie allo studio per contrastare l’ingresso di materiale proibito nelle carceri c’è anche l’installazione di reti da pesca, una soluzione pensata per ostacolare le consegne effettuate con i droni.

«Si sta pensando di utilizzare le reti da pesca», ha spiegato Gratteri, evidenziando come alcuni velivoli senza pilota operino a notevole altezza e calino droga e telefoni cellulari all’interno delle strutture attraverso un filo.

Le reti potrebbero impedire il completamento delle consegne, intrappolando il materiale trasportato prima che raggiunga la destinazione. «Tutto ciò che viene calato resta impigliato», ha osservato il procuratore, illustrando il principio alla base della possibile contromisura.

L’obiettivo è rafforzare i controlli e rendere più difficile l’utilizzo delle tecnologie per alimentare i traffici illeciti dietro le sbarre. Gratteri ha però sottolineato il ritardo accumulato nell’adozione di strumenti adeguati: «Siamo però in ritardo di dieci anni».

Arretrati ai magistrati, Gratteri: «Non sono aumenti di stipendio»

Nel corso degli stessi incontri con la stampa, il procuratore di Napoli ha affrontato anche la discussione sulle somme riconosciute ai magistrati a titolo di arretrati per gli adeguamenti retributivi maturati negli ultimi tre anni.

«Si tratta solo di un adeguamento, dovuto per legge, di arretrati e non di aumento di stipendio», ha affermato Gratteri, definendo la questione «una cosa scontata e tranquilla» che, a suo giudizio, viene invece «fatta passare come uno scandalo».

Il magistrato ha richiamato i ricorsi presentati al Tar e successivamente al Consiglio di Stato, che avrebbero riconosciuto le ragioni dei magistrati, contestando le cifre circolate nel dibattito pubblico.

«È fuorviante parlare di 100mila euro a testa», ha dichiarato, precisando che, nel suo caso, in vista della pensione, la somma spettante sarebbe di circa 13mila euro, mentre per i magistrati con pochi anni di servizio si aggirerebbe intorno ai 5mila euro.

Gratteri ha inoltre ricordato che una parte consistente degli importi viene trattenuta dal fisco, con un’incidenza che, secondo quanto riferito dal procuratore, supera il 42-43 per cento.

La polemica sull’articolo del Sole 24 Ore

Nel suo intervento, il capo della Procura di Napoli ha espresso sorpresa per la ricostruzione giornalistica delle somme complessivamente riconosciute alla categoria.

«Ci ha meravigliato molto l’articolo del Sole 24 Ore, un giornale così serio e autorevole, che parla di un milione di euro», ha dichiarato, ribadendo la distinzione tra un aumento retributivo e il pagamento di arretrati maturati in base ai meccanismi previsti per il pubblico impiego.

La posizione di Gratteri è dunque che le somme non rappresentino un nuovo incremento degli stipendi, ma il riconoscimento di importi arretrati legati agli adeguamenti maturati nel tempo e riconosciuti attraverso le procedure previste dall’ordinamento.

Due questioni differenti, quelle affrontate dal procuratore: da una parte la necessità di rafforzare la sicurezza penitenziaria e impedire che le organizzazioni criminali continuino a operare attraverso telefoni e droni; dall’altra il confronto pubblico sulla retribuzione dei magistrati, sul quale Gratteri chiede di distinguere tra aumenti salariali e somme arretrate dovute per legge.

PD propone un fondo di emergenza carburanti da 20 milioni di euro in Campania

Napoli  — Il gruppo consiliare del Partito Democratico al Consiglio regionale della Campania presenta una mozione volta a contrastare il caro gasolio con misure mirate per autotrasporto e agricoltura.

Cosa prevede la mozione

La proposta punta a istituire un Fondo regionale di emergenza carburanti da almeno 20 milioni di euro. Secondo la mozione, i ristori dovrebbero essere erogati a fondo perduto e pagati entro sessanta giorni; è previsto anche un credito agevolato e un piano per la logistica nelle aree interne.

  • ristori a fondo perduto per autotrasporto conto terzi e per aziende agricole e agromeccaniche in base al carburante assegnato;
  • investimenti per rinnovo mezzi, trasporto intermodale e aggregazione dei carichi;
  • maggiorazione di almeno il 30% per imprese delle aree interne e montane; domande online con autocertificazione; erogazione entro 60 giorni.

Fonti di finanziamento e tempistiche

Le risorse proverrebbero da una prima variazione di bilancio utile e dalla manovra 2027-2029, oltre che da economie del Piano sviluppo e coesione, fondi non impegnati dello sviluppo rurale e altri spazi di bilancio da verificare.

Credito, fiscale e agricoltura

In ambito creditizio, la mozione propone un accordo con banche, ABI e Confidi per sospendere fino a 12 mesi la quota capitale dei finanziamenti, attivare linee di credito garantite dalla Regione e abbattere gli interessi, oltre alla sospensione diretta delle rate dei prestiti concessi con fondi regionali. Sul fronte fiscale si valuta una riduzione dell’IRAP per l’autotrasporto e una possibile riduzione del bollo per i mezzi commerciali. Per l’agricoltura si chiedono assegnazioni più rapide del carburante agricolo agevolato per le lavorazioni autunnali.

Logistica delle aree interne e monitoraggio

Entro 90 giorni la Giunta dovrà presentare un piano per la logistica delle aree interne, includendo piattaforme di aggregazione dei carichi gestite da cooperative, trasporto combinato strada-ferro e strada-mare, e l’accelerazione della piattaforma logistica della Valle Ufita collegata alla stazione Hirpinia della linea AV/AC Napoli-Bari. È previsto inoltre un monitoraggio straordinario dei prezzi dei carburanti e degli alimentari, con riferimenti al Consiglio entro trenta giorni e poi ogni tre mesi.

Posizione e citazione

«La Regione deve fare fino in fondo la propria parte, con risorse e strumenti concreti. Ma serve subito anche il Governo: attivi l’accisa mobile, rifinanzi il credito d’imposta sul gasolio commerciale per tutte le domande e sblocchi gli incentivi per il rinnovo dei mezzi. Non è solo un’emergenza da tamponare: dobbiamo evitare che questa crisi acceleri lo spopolamento delle aree interne e la chiusura di imprese che sono un presidio economico e sociale per le nostre comunità», è la dichiarazione del gruppo consiliare del PD.

 

Campania, camionisti in protesta, supermercati vuoti e caro vita: ma siamo pronti ad accettare che il mondo è cambiato?

La protesta dei camionisti sta attraversando la Campania, tra presidi autostradali, rallentamenti e supermercati che iniziano a mostrare i primi scaffali vuoti.

Da giorni gli autotrasportatori stanno manifestando contro il caro carburante e l’aumento dei costi di gestione delle loro attività. Una mobilitazione che coinvolge diverse regioni del Mezzogiorno e che in Campania ha interessato alcuni degli snodi principali della circolazione stradale.

Sull’autostrada A30 Caserta-Salerno, i presidi hanno riguardato Nola, Palma Campania, Sarno, Nocera-Pagani e Castel San Giorgio. Altri disagi sono stati registrati sull’A1, in particolare nell’area di Caianello e Caserta Sud, mentre la protesta è arrivata fino al porto commerciale di Napoli.

Una mobilitazione che, pur causando inevitabili difficoltà, in diversi presidi si è svolta con modalità pacifiche, lasciando inizialmente varchi per il transito degli altri veicoli e sotto il monitoraggio delle forze dell’ordine. Non sono tuttavia mancati blocchi effettivi e chiusure temporanee degli accessi autostradali.

Supermercati vuoti e timori per i carburanti

Le conseguenze della protesta cominciano a essere visibili anche lontano dalle autostrade.

Tra Napoli e Caserta diversi supermercati registrano difficoltà negli approvvigionamenti, soprattutto per quanto riguarda frutta, verdura, latticini e altri prodotti freschi.

Particolarmente delicata è la situazione nell’area industriale di Carinaro, nel Casertano, dove il rallentamento delle operazioni di carico e scarico presso i magazzini della grande distribuzione sta producendo ripercussioni sulle consegne.

Si segnalano inoltre code presso alcuni distributori di carburante, alimentate dal timore che la protesta possa ostacolare i rifornimenti. Non si tratta, almeno per il momento, di una carenza generalizzata di benzina e gasolio, ma di un ulteriore segnale della fragilità del sistema logistico.

Una fragilità che, quando viene interrotta la normale circolazione delle merci, emerge con sorprendente rapidità.

Bastano pochi giorni per scoprire quanto la nostra quotidianità dipenda da una rete complessa di trasporti, distribuzione, produzione e commercio.

Una protesta che ha ragioni profonde

Sarebbe ingiusto liquidare la mobilitazione degli autotrasportatori come una semplice protesta contro il governo.

Chi ogni giorno percorre centinaia di chilometri per trasportare merci conosce meglio di chiunque altro il peso dell’aumento dei carburanti.

Il gasolio rappresenta una delle principali voci di spesa del settore. A questo si aggiungono manutenzione, pneumatici, assicurazioni, pedaggi, personale e costi amministrativi.

Quando queste spese aumentano e i ricavi non crescono nella stessa proporzione, lavorare può diventare economicamente insostenibile.

Le ragioni della protesta, dunque, esistono e meritano ascolto.

Lo stesso vale per gli agricoltori, che negli anni hanno manifestato più volte contro le difficoltà economiche del settore, dalle mobilitazioni dei Forconi alle successive proteste con i trattori.

Chi coltiva la terra, spesso con passione e sacrificio, deve poter vivere dignitosamente del proprio lavoro. Non è accettabile che un produttore debba sostenere costi sempre maggiori senza avere la certezza di riuscire almeno a recuperarli.

Ma riconoscere la legittimità di una protesta non significa necessariamente ritenere che ogni sua conseguenza sia giustificabile.

Quando il blocco dei trasporti impedisce la distribuzione di prodotti alimentari, il rischio è che il peso della protesta finisca per ricadere proprio su altri lavoratori e famiglie che stanno attraversando difficoltà analoghe.

È una contraddizione che merita una riflessione, senza sminuire le ragioni di chi manifesta.

Ma il governo può risolvere tutto?

È probabilmente questa la domanda più importante.

Il 20 ottobre è previsto a Milano un confronto tra il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini e le rappresentanze degli autotrasportatori.

Tra le questioni sul tavolo figurano lo sblocco di risorse economiche già stanziate, misure di sostegno alle imprese, crediti d’imposta e interventi per compensare almeno in parte l’aumento dei costi.

Sono provvedimenti necessari e sui quali il governo ha certamente responsabilità e possibilità di intervento.

Tuttavia esiste un problema più grande.

L’aumento dei costi energetici, le tensioni internazionali, l’instabilità dei mercati, le difficoltà delle catene produttive e le trasformazioni dell’economia mondiale non dipendono esclusivamente dalle decisioni di un singolo esecutivo.

L’Italia subisce, insieme a molti altri Paesi, le conseguenze di processi economici che spesso nascono molto lontano dai nostri confini.

Questo non significa assolvere automaticamente la politica dalle proprie responsabilità. Un governo può intervenire sulla fiscalità, migliorare le infrastrutture, ridurre gli sprechi amministrativi, contrastare le speculazioni e sostenere le imprese.

Ma non può stabilire da solo il prezzo internazionale dell’energia, eliminare le tensioni geopolitiche o riportare artificialmente l’economia mondiale alle condizioni di dieci o vent’anni fa.

La politica può attenuare gli effetti di una crisi. Non sempre può eliminarne le cause.

Ed è forse su questa distinzione che dovrebbe concentrarsi il dibattito pubblico.

Il mondo cambia e noi continuiamo a vivere come prima

C’è un altro aspetto, meno discusso ma probabilmente ancora più importante.

Siamo davvero consapevoli che il mondo nel quale viviamo sta cambiando?

Per molti anni, almeno in una parte della società occidentale, si è consolidata l’idea che il benessere economico dovesse tradursi in consumi continuamente crescenti.

Una vacanza in più, un’automobile nuova, un telefono da sostituire, abiti da acquistare anche quando quelli nell’armadio erano ancora perfettamente utilizzabili.

Il consumo è diventato non soltanto una necessità economica, ma spesso una misura del benessere personale.

Oggi, per molte famiglie, quel modello sta diventando sempre meno sostenibile.

Se prima ci si poteva permettere una vacanza aggiuntiva durante l’anno, oggi probabilmente bisogna rinunciarvi.

Se prima si cambiava automobile ogni due o tre anni, adesso potrebbe essere necessario conservarla per cinque, otto o anche dieci anni.

Se prima si entrava in un supermercato riempiendo il carrello con una certa leggerezza, oggi ogni acquisto viene valutato con maggiore attenzione.

Non per scelta ideologica, ma per necessità.

Quando anche le mele si comprano a numero

C’è un’immagine molto semplice che racconta questa trasformazione meglio di tante analisi economiche.

Le mele.

Fino a qualche tempo fa, per molte persone era normale entrare dal fruttivendolo e acquistare un chilo di mele, magari anche due, senza riflettere troppo sulla quantità effettivamente necessaria.

Oggi può capitare di acquistare due mele. Oppure tre.

Non un chilo, ma il numero preciso di frutti che si prevede di consumare.

Perché ogni mela ha un costo e perché comprarne cinque per poi lasciarne marcire due significa sprecare denaro.

È un esempio apparentemente banale, ma rappresenta un cambiamento profondo.

Non riguarda soltanto quanto spendiamo, ma il modo in cui attribuiamo valore alle cose.

Quello che prima poteva sembrare trascurabile oggi viene valutato attentamente.

Ogni alimento, ogni acquisto, ogni spesa.

E se da una parte questo cambiamento è il risultato di difficoltà economiche reali, dall’altra potrebbe avere anche conseguenze positive.

La crisi potrebbe cambiare il consumismo

Per decenni abbiamo costruito una parte importante della nostra economia intorno alla necessità di acquistare sempre di più.

Produrre, vendere, sostituire, ricomprare.

Un modello che ha certamente generato ricchezza, occupazione e sviluppo, ma che ha anche alimentato sprechi, consumi superflui e una crescente dipendenza dall’acquisto continuo.

Oggi, almeno per una parte della popolazione, sta emergendo un comportamento differente.

Si compra ciò che serve.

Si cerca di utilizzare più a lungo ciò che già si possiede.

Si presta maggiore attenzione al prezzo, alla durata e all’utilità reale dei prodotti.

Forse, quasi senza rendercene conto, stiamo assistendo a una trasformazione del consumismo stesso.

Non necessariamente alla sua scomparsa, ma a un ridimensionamento della componente più superflua.

Questo potrebbe rappresentare un’evoluzione positiva, se significasse meno sprechi, maggiore attenzione alle risorse e consumi più consapevoli.

Naturalmente bisogna evitare un equivoco.

Non c’è nulla di positivo in una famiglia costretta a rinunciare a un’alimentazione adeguata, alle cure mediche o ad altre necessità essenziali.

La sobrietà scelta consapevolmente è una cosa. La povertà imposta dalla mancanza di risorse è un’altra.

Ma tra questi due estremi esiste uno spazio enorme nel quale probabilmente è necessario ripensare il nostro rapporto con gli acquisti.

Agricoltura e trasporti, un sistema da ripensare

Il cambiamento delle abitudini di consumo pone interrogativi anche sul futuro dell’agricoltura e della distribuzione.

Se le famiglie acquistano meno, se scelgono quantità inferiori e se il mercato diventa più sensibile ai prezzi, anche il sistema produttivo deve tenerne conto.

Non si può continuare a ragionare esclusivamente sulla crescita quantitativa, senza interrogarsi sulla capacità effettiva del mercato di assorbire ciò che viene prodotto.

Per un agricoltore, produrre grandi quantità non rappresenta necessariamente un vantaggio quando il prezzo di vendita non consente di coprire i costi.

Allo stesso modo, un autotrasportatore non può lavorare indefinitamente con margini insufficienti soltanto per mantenere attiva la propria impresa.

Occorre dunque ripensare l’intera filiera.

Programmazione delle produzioni, riduzione degli sprechi, distribuzione più efficiente, rapporti commerciali più equilibrati, tutela dei piccoli produttori e sostenibilità economica delle imprese di trasporto.

La produzione agricola deve dialogare maggiormente con la domanda reale, senza dimenticare che raccolti, stagioni e mercati non possono essere programmati con precisione assoluta.

E soprattutto chi produce deve ricevere una remunerazione adeguata.

Non si tratta semplicemente di produrre meno, ma di produrre meglio, distribuire meglio e garantire che il valore del lavoro non venga disperso lungo la filiera.

Non possiamo chiedere sacrifici sempre agli stessi

Tuttavia, parlare di cambiamento delle abitudini significa anche affrontare un’altra questione.

I sacrifici non possono essere richiesti indiscriminatamente a tutti, come se tutti partissero dalle stesse condizioni.

C’è chi può rinunciare alla seconda vacanza e chi non riesce già oggi a permettersene nemmeno una.

C’è chi deve rimandare l’acquisto di un’automobile nuova e chi fatica a pagare il carburante necessario per raggiungere il lavoro.

C’è chi può semplicemente ridurre gli acquisti superflui e chi ha già eliminato tutto ciò che non è indispensabile.

Non si può chiedere a queste persone di stringere ulteriormente la cinghia senza intervenire sulle disuguaglianze economiche e sulle condizioni che impediscono di vivere dignitosamente.

La trasformazione dei consumi può essere salutare soltanto se accompagnata da una distribuzione più equilibrata delle opportunità e da una reale tutela del potere d’acquisto.

Altrimenti il rischio è che la necessità di adattarsi a un mondo nuovo diventi soltanto un altro modo per giustificare l’impoverimento.

La protesta ha senso, ma serve una prospettiva

Torniamo quindi ai camionisti.

Ha senso la loro protesta?

Sì, perché chi lavora deve avere il diritto di rivendicare condizioni economiche sostenibili e di chiedere risposte alle istituzioni.

Ha senso quando porta all’attenzione pubblica problemi che altrimenti rischierebbero di essere ignorati.

Ha senso quando costringe politica, imprese e rappresentanze di categoria a confrontarsi su un settore essenziale per l’intera economia nazionale.

Ma sarebbe un errore pensare che basti ottenere uno sconto sul gasolio o un nuovo contributo pubblico per risolvere definitivamente il problema.

Misure di questo tipo possono essere indispensabili nell’immediato, ma rischiano di perdere efficacia se non vengono accompagnate da riforme strutturali.

E quando la protesta arriva a mettere in difficoltà gli agricoltori che non riescono a consegnare i raccolti, i commercianti che rimangono senza prodotti e le famiglie che faticano a fare la spesa, diventa necessario interrogarsi anche sulle modalità con cui viene esercitata.

Il diritto di manifestare va difeso. Ma dovrebbe essere altrettanto importante evitare che a pagare il prezzo più alto siano altre persone già in difficoltà.

La vera sfida è accettare che le certezze non esistono più

Forse la questione più difficile da accettare è proprio questa.

Il mondo che conoscevamo sta cambiando e molte delle certezze economiche sulle quali abbiamo costruito le nostre abitudini non sono più così solide.

Non possiamo sapere se il costo dell’energia tornerà stabilmente ai livelli precedenti, se il potere d’acquisto recupererà rapidamente o se le tensioni internazionali lasceranno spazio a una nuova fase di stabilità.

Possiamo certamente pretendere che la politica faccia la propria parte.

Possiamo chiedere maggiore giustizia economica, tutela dei lavoratori, sostegno alle imprese e provvedimenti capaci di proteggere chi è più vulnerabile.

Ma dobbiamo anche comprendere che non tutti i problemi possono essere risolti con una legge, un bonus o una decisione del governo.

Alcuni richiedono un cambiamento del nostro modello economico, delle priorità produttive e persino delle abitudini personali.

La protesta dei camionisti, allora, può diventare qualcosa di più di una rivendicazione contro il caro gasolio.

Può essere l’occasione per aprire una riflessione sul futuro dei trasporti, dell’agricoltura, dei consumi e del lavoro.

Perché una società non dovrebbe misurare il proprio benessere soltanto dalla quantità di merci che riesce a produrre e acquistare, ma anche dalla capacità di garantire dignità a chi lavora, sicurezza alle famiglie e sostenibilità alle generazioni future.

Il problema non è soltanto che oggi tutto costa di più. Il problema è capire se possiamo continuare a vivere, produrre e consumare immaginando che il mondo sia rimasto quello di prima.

E forse la risposta più difficile da accettare è che quel mondo, almeno in parte, non esiste più.

Fonti giornalistiche di riferimento

‘Il business della droga nato in cella’: l’asse tra Troncone, Mazzarella e Licciardi svelato dal pentito

Il ferro pesante delle porte blindate, i controlli asfissianti dei reparti speciali, i metri di cemento armato e i controlli incrociati. Niente di tutto questo, oggi, riesce a isolare chi comanda. Le celle dei penitenziari italiani – da Siracusa a Milano Opera, passando per Secondigliano e Poggioreale – si sono trasformate nei hub logistici di una nuova e spietata holding criminale.

È qui, tra le pieghe di una detenzione che dovrebbe annullare la pericolosità sociale dei boss, che la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha scoperto un centro di comando e controllo tecnologico, fluido e trans-clanico.

Un asse affaristico e militare senza precedenti, certificato dall’esecuzione di nove misure cautelari firmate dal giudice per le indagini preliminari, che fotografa una mutazione genetica della Camorra. Non più solo faide di quartiere o guerre per il controllo del singolo isolato, ma una confederazione d’interessi economici smisurati, orchestrata a distanza di sicurezza attraverso piccoli schermi luminosi, chat cifrate e videochiamate ad alta definizione partite direttamente dai reparti di alta sicurezza.

A sintetizzare la portata di questo terremoto giudiziario è il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, nel corso della conferenza stampa che ha svelato i dettagli dell’inchiesta condotta fianco a fianco dai Carabinieri del Nucleo Operativo di Napoli Bagnoli e dalla Polizia Penitenziaria: “Questa indagine nasce nelle carceri: un traffico di droga che si organizza, si pensa e si progetta nelle carceri italiane”.

Il crack di Emanuele De Pasquale: dal debito di gioco alla scelta di voltare pagina

Nelle inchieste di mafia, la crepa nel muro dell’omertà arriva quasi sempre dal basso, da un ingranaggio difettoso o da una disperazione personale che spezza il vincolo di appartenenza. Nel caso dell’operazione coordinata dalla DDA partenopea, la crepa ha il volto e il nome di Emanuele De Pasquale, affiliato al clan Troncone, arrestato nel marzo 2025 e rinchiuso nel carcere siciliano di Siracusa.

De Pasquale è l’uomo che ha fatto saltare il banco. All’interno dell’istituto penitenziario, protetto formalmente dalle rigide regole della detenzione ma di fatto inserito in un canale di comunicazione clandestino permanente con l’esterno, il detenuto gestiva l’afflusso di consistenti partite di cocaina destinate alle piazze di spaccio napoletane. Ma la sua vita parallela dentro e fuori le mura faceva i conti con una voragine finanziaria: una dipendenza patologica dal gioco d’azzardo.

Una passione divorante che gli aveva fatto accumulare un debito monstre, stimato tra i 50 e i 60 mila euro. Una cifra pesante, impossibile da saldare con le sole entrate illecite della cella, che ha scatenato la reazione feroce dei complici e dei referenti delle altre organizzazioni criminali con cui condivideva gli affari.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la pressione psicologica e fisica nei confronti di De Pasquale era diventata insostenibile. I creditori pretendevano risposte immediate, spingendosi persino a colpire gli affetti più fragili del detenuto.

Nel mirino era finita la compagna di De Pasquale – una donna conosciuta ironicamente attraverso la piattaforma social TikTok proprio durante i mesi della detenzione del compagno. La richiesta avanzata dai clan era spietata: la donna avrebbe dovuto compiere una serie di truffe mirate ai danni di anziani indifesi per ripulire il passivo accumulato al tavolo verde dal compagno. Un diktat criminale al quale la donna si è fermamente opposta, impedendo che il piano predatorio venisse portato a termine.

Isolato, sommerso dai debiti e sottoposto a una brutale aggressione fisica all’interno dello stesso carcere di Siracusa, De Pasquale ha compreso di essere diventato un bersaglio mobile, un uomo condannato a morte dai suoi stessi alleati. Temendo per la propria incolumità e vedendo dissolversi ogni codice d’onore mafioso, ha deciso di compiere il grande passo: la collaborazione con la giustizia.

 Lo smartphone in cella: la perquisizione e l’allarme del Gip sui reparti di massima sicurezza

La scelta di collaborare di De Pasquale non si è tradotta soltanto in un flusso di rivelazioni verbali, ma in una consegna materiale di prove inequivocabili. Il detenuto ha consegnato agli inquirenti i telefoni cellulari che utilizzava regolarmente all’interno del carcere di Siracusa per comunicare con l’esterno, coordinare i carichi di stupefacenti e trattare con gli emissari dei clan rivali.

L’analisi forense di quei dispositivi, unita alle dichiarazioni del pentito, ha spalancato una finestra su una realtà definita dal giudice per le indagini preliminari nell’ordinanza cautelare come “un quadro davvero allarmante”.

I telefoni cellulari non erano semplici strumenti di svago, ma terminali operativi di una centrale di comando attiva 24 ore su 24. A inquietare maggiormente i magistrati e gli investigatori è la circostanza che tali dispositivi venissero utilizzati senza particolari ostacoli anche da detenuti collocati all’interno dei reparti di alta sicurezza. Uomini formalmente isolati dal circuito della criminalità comune, ma capaci di aggirare ogni restrizione per impartire ordini tassativi all’esterno, pianificare estorsioni, intimidire testimoni, spartirsi i proventi della droga e tessere nuove, insospettabili alleanze strategiche.

La pax mafiosa: quando i clan storici si siedono allo stesso tavolo virtuale

Se la tecnologia ha fornito l’infrastruttura di rete, la strategia criminale emersa dall’inchiesta rivela un cambiamento epocale nei rapporti di forza della malavita campana. La ricerca esasperata del profitto e la necessità di gestire grandi volumi di cocaina hanno abbattuto le storiche barriere e le faide sanguinarie tra cartelli contrapposti.
Le indagini dei Carabinieri di Napoli Bagnoli e della Polizia Penitenziaria hanno infatti documentato un accordo d’affari trasversale che ha visto sedere allo stesso tavolo virtuale esponenti di primo piano di organizzazioni tradizionalmente rivali o operanti su territori differenti:

  • Il clan Troncone (radicato nei quartieri occidentali di Napoli);
    Il clan Mazzarella (storica potenza economica e militare radicata in diversi quartieri della città e della provincia);
    Il clan Licciardi (cartello di vertice della famigerata Alleanza di Secondigliano);
    Il clan Avventurato di Acerra;
    Il clan Gionta di Torre Annunziata.

Una federazione della droga trans-territoriale in cui la divisione dei profitti e la gestione dei canali di approvvigionamento della cocaina venivano decise via chat o in videoconferenza tra una cella di Siracusa, una di Milano Opera e i padiglioni di Secondigliano e Poggioreale. Un sistema fluido, capace di azzerare le distanze geografiche e di neutralizzare, di fatto, gli effetti giuridici della detenzione al 41-bis o nei regimi di alta sorveglianza, trasformando le patrie galere nei veri centri direzionali della piovra moderna.

Castel Volturno, sequestrata discarica abusiva di 6.500 metri quadrati: denunciato un imprenditore

Castel Volturno – Asfalto, scarti da demolizione, amianto, fusti di vernice e parti di automobili smontate. È quanto hanno trovato gli agenti della Polizia Provinciale di Caserta in un’area di circa 6.500 metri quadrati a Castel Volturno, utilizzata per lo stoccaggio illecito di rifiuti, anche pericolosi. Il terreno e un capannone industriale di circa mille metri quadrati sono stati sottoposti a sequestro giudiziario. Denunciato a piede libero il proprietario, un imprenditore originario di Ischia.

I rifiuti nel terreno e nel capannone

L’intervento rientra nelle attività di controllo e contrasto ai reati ambientali promosse dalla Provincia di Caserta. Nel corso dell’operazione, coordinata dal comandante della Polizia Provinciale Biagio Chiariello, gli agenti hanno accertato la presenza di ingenti quantitativi di materiali sia nell’area esterna sia all’interno dell’edificio.

Tra i rifiuti rinvenuti figurano anche residui di materiali combusti. Gli accertamenti hanno quindi consentito di risalire al proprietario dell’immobile e del terreno, denunciato alla Procura della Repubblica competente.

Le verifiche sulla struttura e sui possibili rischi

L’attività di accertamento prosegue su più fronti. Sono in corso verifiche sulla regolarità urbanistica del capannone, mentre il coinvolgimento dell’ARPAC e dell’ASL servirà ad approfondire la caratterizzazione dei rifiuti e le eventuali conseguenze ambientali e igienico-sanitarie.

Si tratta di aspetti ancora da chiarire: gli ulteriori controlli dovranno definire la natura dei materiali presenti e gli eventuali rischi connessi al loro deposito.

Il richiamo della Provincia alla tutela del territorio

Il presidente della Provincia di Caserta, Anacleto Colombiano, ha sottolineato l’importanza dei controlli per contrastare gli illeciti ambientali e tutelare la salute dei cittadini e l’ambiente.

L’operazione si inserisce nell’attività di vigilanza della Polizia Provinciale, finalizzata a individuare situazioni di illegalità e a verificare il rispetto delle norme a tutela del territorio.

P.B.

I medici della Campania promuovono un tavolo regionale per rafforzare la risposta sanitaria alle emergenze

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Il Coordinamento degli Ordini dei Medici della Campania propone la nascita di un tavolo regionale dedicato alla gestione delle emergenze sanitarie complesse, anche in chiave di crisi legate al bradisismo dei Campi Flegrei. L’obiettivo è mettere in relazione Regione Campania, Protezione Civile, aziende sanitarie e ospedaliere, professionisti e istituzioni, al fine di rafforzare coordinamento e preparazione.

La giornata di Napoli e i protagonisti

L’iniziativa nasce dal confronto su «Medicina, Umanità e Crisi: il soccorso sanitario nelle emergenze complesse a basse risorse», svoltosi sabato 17 ottobre nell’Auditorium dell’Ordine dei Medici della Campania, in Riviera di Chiaia. L’evento è stato organizzato in collaborazione con Medici Senza Frontiere e l’International Disaster Medicine Association, presieduta da Giuseppe Noschese, con il patrocinio della FNOMCeO, e ha riunito professionisti impegnati in contesti di guerra, epidemie e maxi-emergenze.

Le esperienze raccontate dai colleghi che operano nelle crisi umanitarie ci consegnano una responsabilità precisa: prepararci prima che l’emergenza metta alla prova il sistema. I Campi Flegrei sono l’esempio più immediato di questa esigenza e richiamano ogni giorno la nostra attenzione sul valore della prevenzione e dell’organizzazione. Dobbiamo lavorare perché la risposta sanitaria sia parte di una preparazione condivisa, con professionisti formati, responsabilità definite e percorsi assistenziali conosciuti e verificati attraverso le esercitazioni

I presidenti degli Ordini di Napoli, Salerno, Avellino, Benevento e Caserta hanno espresso una posizione unica: lavorare per far sì che la risposta sanitaria diventi parte di una preparazione strutturata e condivisa. L’obiettivo è avviare un percorso di collaborazione che coinvolga Regione Campania, Protezione Civile, aziende sanitarie e ospedaliere, sistema dell’emergenza territoriale e rappresentanze professionali, valorizzando anche le competenze della medicina delle catastrofi. Le riflessioni puntano a distinguere le esigenze legate al bradisismo e alla sismicità da quelle previste per il rischio vulcanico.

«Come Ordine vogliamo favorire questo confronto e mettere a disposizione le competenze della comunità medica, promuovendo formazione e collaborazione tra chi lavora negli ospedali e chi assiste quotidianamente i cittadini sul territorio – proseguono – Pensiamo soprattutto alle persone con disabilità, agli anziani non autosufficienti e ai pazienti che dipendono da terapie continuative o dispositivi salvavita. La preparazione deve comprendere la disponibilità dei farmaci, il trasferimento assistito quando necessario e la possibilità di proseguire le cure. Su questi obiettivi intendiamo sollecitare un’interlocuzione con la Regione».

La giornata ha visto contributi anche di Chiara Montaldo, responsabile medica di MSF Italia, e di Claudia Lodesani, infettivologa e già presidente di MSF Italia, oltre agli operatori umanitari Livia Tampellini e Roberto Scaini. Ha preso parte all’incontro Filippo Anelli, presidente della FNOMCeO. Per il Coordinamento degli Ordini dei Medici della Campania, il prossimo passo sarà definire un percorso di collaborazione che preveda la regia della Regione Campania per rendere più stabile lo scambio di informazioni sui bisogni sanitari e sulle capacità disponibili, affinché le decisioni siano tempestive e gli interventi proporzionati alle necessità della popolazione.

Castellabate, l’impepata di cozze tra il borgo e il Tirreno del Cilento

Tra Santa Maria di Castellabate, Punta Licosa e le colline del Cilento, l’impepata di cozze trova una cornice marina fatta di vento, scogli e cucina essenziale.

Castellabate è un luogo in cui il paesaggio cambia rapidamente: dal borgo raccolto sulle pendici del colle lo sguardo scende verso la costa, attraversa uliveti e macchia mediterranea, poi incontra il Tirreno. Più in basso, Santa Maria di Castellabate allunga il suo profilo sul mare, con spiagge, piccoli approdi e passeggiate rivolte alla luce del tramonto. A sud, il promontorio di Punta Licosa introduce una dimensione più appartata, fatta di sentieri, vegetazione bassa e acque che assumono sfumature diverse secondo il cielo.

In questo scenario l’impepata di cozze non va presentata come una specialità nata necessariamente a Castellabate. È piuttosto un piatto di mare coerente con la cultura gastronomica della Campania costiera, dove il mollusco viene trattato con pochi ingredienti e una cottura rapida. Il legame è evocativo: la pentola fumante richiama il paesaggio marino, il pepe apre il profumo delle cozze e il pane raccoglie il fondo sapido, come una piccola mappa commestibile della costa.

Il mare di Castellabate come paesaggio gastronomico

Il Cilento costiero non è soltanto una linea di spiagge. È un sistema di paesi, colline, campagne e approdi in cui il cibo segue spesso una logica di misura. Anche quando la materia prima arriva dai mercati e non direttamente dal tratto di mare davanti alla tavola, resta importante la disponibilità del prodotto, la stagionalità e il rispetto per cotture che non coprano i sapori.

Le cozze hanno un carattere netto: iodato, umido, leggermente dolce quando sono fresche. Per questo l’impepata funziona senza salse elaborate. Aglio, olio extravergine, pepe e prezzemolo costruiscono un fondo profumato; il liquido rilasciato dai molluschi diventa il vero condimento. Il pomodoro, quando compare in alcune varianti domestiche, cambia il registro del piatto e lo avvicina a una preparazione più sugosa. La versione essenziale, invece, mantiene il guscio protagonista e lascia che sia il brodo naturale delle cozze a parlare.

Il momento più adatto per gustarla, idealmente, è quello in cui la giornata rallenta: dopo una passeggiata sul lungomare di Santa Maria, al rientro da un percorso verso Punta Licosa o davanti a una finestra che inquadra il profilo della costa. Non serve costruire un’occasione solenne. L’impepata è un piatto conviviale, da portare al centro della tavola e dividere con calma.

Come preparare un’impepata pulita e profumata

Per quattro persone servono circa 1,5 chilogrammi di cozze, quattro cucchiai di olio extravergine di oliva, due spicchi d’aglio, una macinata generosa di pepe nero, prezzemolo fresco e, se gradito, qualche goccia di limone da aggiungere alla fine. Occorrono anche fette di pane casereccio, meglio se leggermente abbrustolite, per accompagnare il fondo di cottura.

  • Pulizia: scegli cozze con guscio integro e odore marino pulito. Sciacquale sotto acqua fredda, raschia le incrostazioni e rimuovi il bisso tirandolo verso la parte larga del guscio. Elimina i molluschi già aperti che non si richiudono con un leggero colpo.
  • Base aromatica: scalda l’olio in una pentola larga con gli spicchi d’aglio schiacciati. L’aglio deve profumare senza scurire; se prende troppo colore, può lasciare una nota amara che copre la delicatezza del mollusco.
  • Apertura: versa le cozze nella pentola, alza la fiamma e copri. Dopo due o tre minuti scuoti il recipiente, così il calore si distribuisce. Prosegui finché i gusci si aprono, senza prolungare inutilmente la cottura.
  • Finitura: spegni il fuoco, aggiungi pepe nero macinato al momento e prezzemolo tritato. Elimina le cozze rimaste chiuse e servi subito, filtrando eventualmente il liquido con un colino fine se sono rimasti residui di sabbia.

Il sale va usato con prudenza, spesso non è necessario: l’acqua marina contenuta nelle cozze è già sapida. Un passaggio utile consiste nel filtrare il fondo e versarne una parte sulle cozze al momento del servizio. Il liquido non deve diventare una minestra, ma abbastanza da inumidire il pane e unire i profumi dell’aglio, del pepe e del prezzemolo.

La qualità del risultato dipende soprattutto da tre gesti: pulire bene i gusci, non ammassare troppo i molluschi in una pentola stretta e fermare la cottura appena si aprono. Una cozza troppo cotta perde morbidezza e diventa tenace. Il pepe, invece, va dosato con personalità ma senza trasformare il piatto in una salsa piccante: deve accompagnare la nota marina, non cancellarla.

Pane, vento e luce sulla costa cilentana

A tavola, l’impepata chiede poco altro. Il pane tostato assorbe il fondo, mentre un vino bianco campano fresco e non troppo aromatico può sostenere la sapidità senza appesantirla. Anche l’acqua resta importante, soprattutto quando il piatto viene servito all’aperto e il caldo estivo accentua la percezione del sale.

Il suo carattere sta nella brevità: pochi minuti sul fuoco, una pentola da condividere, il profumo che arriva prima ancora del primo assaggio. È una cucina che si accorda al paesaggio di Castellabate senza pretendere di rappresentarlo in modo esclusivo. Il borgo, la costa e le colline fanno da cornice sensoriale; la ricetta, semplice e campana, lascia che siano le cozze a stabilire il ritmo.

Quando il sole scende dietro la linea del promontorio e il mare perde il riflesso più acceso, resta nel piatto una traccia concreta del Tirreno: il brodo salmastro sul pane, il pepe sul palato, il profumo verde del prezzemolo. A Castellabate, l’impepata di cozze può così accompagnare il viaggio con discrezione, come un gesto domestico capace di riportare la costa al centro della tavola.

L’avvocato di Mariano Palma: ‘Revocata la sospensione dell’attività a Il Ciottolo’

Riceviamo e prendiamo atto dell’aggiornamento relativo all’articolo dal titolo “Napoli, blitz nella notte alla cornetteria ‘Il Ciottolo’: 5 lavoratori in nero e carenze igieniche. Scatta la sospensione” pubblicato il 17/10/2026 su richiesta dell’avvocato Carmela Bocchetti per conto del sig. Palma Mariano, in qualità di titolare della ditta individuale “Il Ciottolo”:  
Al fine di ristabilire la corretta realtà dei fatti e a tutela dell’immagine, dell’onorabilità e della reputazione commerciale della attività commerciale “Il Ciottolo”, Vi comunico ufficialmente che in data 19 ottobre 2026, le Autorità competenti hanno disposto il provvedimento di revoca della sospensione dell’attività.
Il locale ha prontamente ottemperato a tutti i rilievi sollevati e ha ottenuto il pieno nulla osta amministrativo e sanitario per continuare la propria attività senza interruzioni, avendo dimostrato la totale regolarità della propria posizione.
Pertanto, ai sensi e per gli effetti dell’art. 8 della Legge 8 febbraio 1948, n. 47, Vi chiedo formalmente di voler pubblicare la presente rettifica e/o di provvedere all’aggiornamento dell’articolo online con la medesima dignità grafica e visibilità della notizia originaria, dando atto dell’avvenuta revoca del provvedimento e della regolare apertura del locale.
Certi della Vostra professionalità e del Vostro rispetto per il diritto a una corretta informazione, resto in attesa di un riscontro visibile nei tempi previsti dalla legge.

Rifiuti interrati sotto il campo da golf dei Coppola, nuovo sequestro a Castel Volturno

Dai sospetti sui rifiuti sepolti sotto il verde del campo da golf a un nuovo provvedimento di sequestro preventivo. Si allarga il quadro degli accertamenti giudiziari sulle aree di Pinetamare, a Castel Volturno, dove la Procura di Santa Maria Capua Vetere ipotizza la presenza di una discarica abusiva realizzata attraverso l’interramento di materiali di diversa natura a partire dagli anni Novanta.

I carabinieri della stazione di Castel Volturno, come anticipa l’edizione odierna di Cronache di Caserta, sono stati incaricati di eseguire il decreto di sequestro preventivo emesso dal gip su richiesta della Procura. Il provvedimento riguarda due particelle di terreno sulle quali gli investigatori sospettano che siano stati accumulati e interrati rifiuti nel corso degli anni.

Le aree interessate si trovano nelle vicinanze dell’hotel Marina di Castello e del centro sportivo dove si allena il Napoli. Quattro le persone iscritte nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta, che punta a ricostruire quanto sarebbe accaduto sui terreni e ad accertare eventuali responsabilità.

Quattro indagati nell’inchiesta

Nel procedimento sono coinvolti Armando Marino, attuale legale rappresentante della Marina di Castello spa, e Cristiana Coppola, che avrebbe ricoperto lo stesso incarico dal 1999 al 2021. Gli altri due indagati sono Francesco Pappalardo, all’epoca responsabile della Locamare di Castel Volturno, e Domenico Romano, che avrebbe curato gli interessi dell’imprenditore Cristofaro Coppola, morto nel 2013.

A occuparsi della difesa sono gli avvocati Mario Zanchetti, Flavio Ambrosino, Nicola Garofalo e Ferdinando Letizia.
L’ipotesi investigativa è che l’area sia stata utilizzata per lo smaltimento illecito di rifiuti, con materiali di diversa natura impiegati per riempire il sottosuolo. Secondo la ricostruzione della Procura, la quantità dei materiali, l’estensione dei terreni interessati e la durata dell’abbandono avrebbero determinato una situazione riconducibile alla presenza di una discarica abusiva.

I sospetti sugli interramenti tra il 1990 e il 1994

Gli accertamenti si concentrano in particolare sul periodo compreso tra il 1990 e il 1994. È in quegli anni che, secondo l’ipotesi accusatoria, i rifiuti sarebbero stati utilizzati per riempire alcune buche del campo da golf.
La vicenda avrebbe avuto anche un presunto risvolto corruttivo. Nell’impianto accusatorio, Pappalardo avrebbe attestato falsamente l’assenza di materiali inquinanti in cambio di un pagamento di un milione e mezzo di lire. Per questa vicenda, tuttavia, il reato risulta prescritto.

L’inchiesta è coordinata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, guidata da Pierpaolo Bruni, ed è seguita dalle pm Mariangela Condello, Luisa Turco e Stefania Pontillo. L’obiettivo degli approfondimenti è verificare la natura dei materiali eventualmente presenti nel sottosuolo e ricostruire le modalità con cui sarebbero stati depositati.

Georadar e scavi per verificare cosa c’è sotto il terreno

Il nuovo sequestro si inserisce in un’attività investigativa già avviata nei mesi scorsi. Un primo provvedimento era stato eseguito il 3 ottobre 2025, mentre le indagini hanno previsto anche l’impiego del georadar e l’avvio di operazioni di scavo per individuare eventuali rifiuti sepolti.

Gli accertamenti tecnici dovranno contribuire a chiarire l’effettiva presenza di materiali nel sottosuolo e a definirne caratteristiche ed estensione. Il nuovo provvedimento rappresenta dunque un ulteriore passaggio nell’attività della magistratura per fare luce sulla storia dei terreni di Pinetamare.

Le contestazioni restano, allo stato, ipotesi investigative. Le eventuali responsabilità dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti e per tutti gli indagati vale la presunzione d’innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva.