AGGIORNAMENTO : 5 Febbraio 2026 - 21:50
12.8 C
Napoli
AGGIORNAMENTO : 5 Febbraio 2026 - 21:50
12.8 C
Napoli
Home Blog Pagina 4

Raid vandalico in una scuola dell’infanzia di Acerra: distrutti giochi e disegni dei bambini

Acerra – Non solo un furto, ma un atto vandalico che ha colpito uno dei luoghi più delicati della comunità. Nella notte tra martedì e mercoledì ignoti si sono introdotti all’interno della scuola dell’infanzia del Secondo Circolo Didattico di via dei Mille, ad Acerra, devastando aule, giochi e materiali didattici destinati ai bambini.

Forzata una finestra per entrare nel plesso

I malviventi hanno fatto irruzione nell’edificio forzando una finestra. Una volta all’interno hanno portato via cinque computer portatili, peraltro molto datati, ma soprattutto hanno distrutto e vandalizzato giochi, disegni e lavoretti realizzati dai piccoli alunni. Danneggiati anche i citofoni del plesso, sradicati durante l’azione.

La dura condanna dell’Amministrazione comunale

Ferma e immediata la presa di posizione dell’Amministrazione comunale. Il sindaco Tito d’Errico e l’assessore alle Politiche scolastiche Milena Petrella, a nome dell’intera giunta, hanno espresso una dura condanna per quanto accaduto.

«Esprimiamo una ferma e netta condanna per il gravissimo gesto vandalico avvenuto nella notte ai danni del plesso dell’infanzia del Secondo Circolo Didattico – hanno dichiarato – un atto vile e inaccettabile che colpisce uno dei luoghi più preziosi della nostra comunità».

«Colpita la serenità dei più piccoli»

Nel loro intervento, sindaco e assessore hanno sottolineato il valore simbolico e sociale della scuola dell’infanzia. «Si tratta di uno spazio di crescita, gioco, socialità e serenità per i nostri bambini. Attentare al sorriso e alla spensieratezza dei più piccoli è un atto indegno», hanno ribadito.

Fiducia anche nell’operato delle forze dell’ordine, già al lavoro per individuare i responsabili. «Siamo certi che il consueto e quotidiano impegno delle forze dell’ordine porterà presto all’identificazione dei colpevoli», hanno aggiunto.

Vicinanza alla scuola e impegno per la sicurezza

Nel messaggio finale, l’Amministrazione comunale ha rinnovato la propria vicinanza alla comunità scolastica, assicurando il massimo impegno per ripristinare al più presto le condizioni di sicurezza e serenità.

«È necessario oggi più che mai riscoprire il valore del rispetto, del senso civico e dell’amore per il bene pubblico. Lavoreremo affinché la scuola continui ad essere un luogo sicuro e protetto per tutti i bambini di Acerra», hanno concluso d’Errico e Petrella.

Mensa scolastica nel caos a Napoli, scoppia la protesta dei genitori

Napoli – Pasti giudicati “acidi”, bambini che rifiutano di mangiare per paura di stare male e genitori costretti a riportarli a casa o a lasciarli a digiuno. È esplosa la protesta nelle scuole napoletane dopo le segnalazioni sul servizio di refezione scolastica che coinvolgono diversi istituti, dal 38° Circolo Didattico “Quarati” (plesso di via Paolo Tosti) fino alla scuola “Paolo Borsellino”.

Al centro della bufera la qualità dei pasti somministrati lo scorso 30 gennaio e la gestione dell’emergenza successiva, culminata con improvvise ispezioni dell’ASL e il blocco delle cucine, ufficialmente per “manutenzione ordinaria”.

Pietanze dal sapore anomalo e classi in sciopero dalla mensa

Secondo quanto riferito dai genitori, le pietanze servite ai bambini presentavano un sapore acido, giudicato anomalo e potenzialmente pericoloso. In molte classi è scattato lo sciopero spontaneo dalla mensa: alunni che hanno preferito non mangiare piuttosto che rischiare un’intossicazione.

A seguito dei controlli sanitari, in diversi plessi si è passati forzatamente al “pasto a sacco”, una soluzione tampone che ha però sollevato ulteriori polemiche per la scarsa qualità del cibo distribuito e per il divieto imposto alle famiglie di portare alimenti da casa.

Le rassicurazioni della Municipalità non placano le famiglie

A provare a rassicurare i genitori è stata la presidente della Commissione Scuola della Municipalità V, Valeria Vitale, che ha parlato di semplici interventi di “manutenzione ordinaria”. Una spiegazione che, però, non ha convinto le famiglie, sempre più preoccupate e sul piede di guerra.

La tensione resta alta, soprattutto per la mancanza di informazioni ufficiali sui risultati delle analisi effettuate dall’ASL su alcuni alimenti, in particolare sul purè servito nei giorni precedenti alla chiusura delle cucine.

Borrelli: “Situazione vergognosa, serve chiarezza immediata”

Sulla vicenda è intervenuto con dure parole il deputato Francesco Emilio Borrelli, allertato direttamente dai genitori:

“Quello che sta accadendo nelle mense scolastiche della nostra città è vergognoso. Ricevo segnalazioni disperate di genitori che preferiscono lasciare i figli a digiuno o andarli a prendere in anticipo pur di non fargli toccare il cibo fornito dalla ditta Vivenda. Parlare di ‘sapore acido’ delle pietanze significa parlare di rischi concreti per la salute dei più piccoli. È inaccettabile”.

“ASL intervenuta, qualcuno ha sbagliato”

Borrelli contesta anche il messaggio istituzionale che invita alla calma:

“La nota della Municipalità che chiede ‘calma e serenità’ è un insulto all’intelligenza dei genitori. Se l’ASL interviene e si ferma una cucina per manutenzione, è evidente che qualcosa non va. Perché i risultati delle analisi non sono ancora pubblici? Perché i bambini sono stati costretti a un pasto a sacco di scarsa qualità senza alternative?”.

Esposto e richiesta di rescissione del contratto

Il deputato annuncia battaglia:

“Chiedo che venga fatta luce immediata sulla gestione della ditta fornitrice. Se emergeranno violazioni delle norme igienico-sanitarie, il contratto va rescisso senza esitazioni. Non permetteremo che si risparmi sulla pelle dei bambini”.

Un esposto è già stato presentato e l’attenzione resta alta: “Vogliamo i verbali dell’ASL e vogliamo sapere perché la vigilanza è mancata. I bambini hanno diritto a un pasto sano, dignitoso e sicuro. Chi sbaglia deve pagare, e pagherà caro”.

Napoli, operatore Asia travolto da auto a folle velocità: è grave

Napoli – Un grave incidente stradale ha scosso questa notte il quartiere orientale di Napoli, mettendo a rischio la vita di un operatore ecologico di Asia, l’azienda comunale di igiene urbana.

L’impatto devastante in via Ponte dei Francesi

Mentre svolgeva il proprio turno notturno di raccolta rifiuti, l’operatore è stato travolto e schiacciato da un’autovettura che procedeva a velocità molto elevata lungo via Ponte dei Francesi, nella zona di San Giovanni a Teduccio -via Marina.

L’urto è stato violentissimo: il mezzo avrebbe perso il controllo – secondo le prime ricostruzioni – finendo per investire in pieno l’uomo al lavoro sul ciglio della carreggiata. Immediatamente soccorso dal 118, il lavoratore è stato trasportato d’urgenza all’Ospedale del Mare, dove è ricoverato in gravi condizioni. Le sue prognosi restano riservate.

Collega di lavoro sotto choc

Un secondo operatore, appartenente allo stesso equipaggio, ha assistito impotente alla scena ed è stato accompagnato in ospedale in stato di choc, pur non avendo riportato lesioni fisiche dirette. Sul posto sono intervenuti anche numerosi colleghi e mezzi di soccorso, di fronte ai quali si è presentata una scena definita da testimoni «terrificante».

In tanti, tra operai e autisti, commentano amaramente come lavorare per strada – soprattutto di notte – sia ormai diventata «una roulette russa»: auto che sfrecciano impazzite, scooter in corsa folle, persone alla guida sotto effetto di sostanze.

«Si resta sempre in allerta, ci si scansa, ma non sempre basta», è il refrain che circola tra i lavoratori.Gara clandestina?

La Polizia indaga

Secondo alcune testimonianze raccolte nelle prime ore successive all’incidente, l’auto responsabile dell’investimento sarebbe stata coinvolta in una gara di velocità non autorizzata lungo la via. Ipotesi al momento non confermata ufficialmente, ma che la Polizia Locale e le forze dell’ordine stanno verificando con attenzione attraverso l’analisi delle telecamere di sorveglianza, le testimonianze e gli eventuali rilievi sul posto.

L’episodio riaccende i riflettori sulla sicurezza degli operatori ecologici, esposti quotidianamente a rischi enormi in strade spesso prive di adeguata protezione e segnaletica, specialmente nelle ore notturne.La vicenda è destinata a tenere banco nelle prossime ore, mentre si attendono aggiornamenti sulle condizioni di salute del ferito e sugli esiti delle indagini.

Di Lorenzo, dal panico al bisturi: «Giocavo col piede rotto, ora mi opero»

Napoli- Un brivido di paura, un sospiro di sollievo e poi la rivelazione a sorpresa. La vicenda infortuni di Giovanni Di Lorenzo, capitano del Napoli, ha avuto più sviluppi di un giallo.

Dopo i timori per il brutto movimento al ginocchio rimediato contro la Fiorentina, l’esito degli esami ha portato una prima, fondamentale buona notizia. Ma il difensore, in un post sui social, ha svelato un sacrificio personale nascosto da mesi e annunciato un percorso chirurgico.

Lo spavento in un movimento: «Ho temuto il peggio»

Tutto è nato da un contrasto nella partita con la viola. Un movimento innaturale del ginocchio sinistro, il volto contratto in una smorfia di dolore, e le peggiori ipotesi hanno cominciato a ronzare attorno al Centro Sportivo di Castel Volturno.

Lo stesso Di Lorenzo ammette: «Dopo il bruttissimo movimento ho pensato al peggio». Gli esami diagnostici hanno poi confermato traumi importanti, ma hanno soprattutto scongiurato il dramma: i legamenti crociati, il pensiero più terrificante per un atleta, sono intatti. «Fortunatamente il crociato ha tenuto», scrive il capitano, ringraziando nel contempo i tifosi per l’affetto ricevuto.

La verità nascosta: sei mesi di dolore e sacrificio

È qui che la storia prende una piega inaspettata. Nel suo post, Di Lorenzo fa un annuncio che getta una luce nuova sui suoi recenti mesi in campo: «Non tutti lo sanno, ma gli ultimi 6 mesi ho giocato con un problema al piede che necessita di intervento chirurgico».

Una decisione presa per senso di responsabilità: «Non volendo lasciare la squadra in un periodo di difficoltà ho deciso di giocarci sopra, andando anche a peggiorare le cose». Una scelta da capitano, che però ha un prezzo fisico sempre più alto. «La situazione e il dolore sono diventati ormai insostenibili per me», confessa.

Lo stop forzato: un solo obiettivo

È proprio lo stop forzato per il ginocchio a creare l’occasione per risolvere definitivamente anche l’altro problema. Il club azzurro ha ufficializzato la necessità di un intervento chirurgico per Di Lorenzo.. L’infortunio al piede, rimandato per dovere, non può più attendere.

«Dato lo stop forzato per il ginocchio abbiamo deciso di intervenire sul piede», spiega il giocatore. Una soluzione che accorpa due recuperi in un’unica pausa, anche se ne allungherà probabilmente i tempi.

«Tornerò per difendere la nostra maglia»

Il messaggio di Di Lorenzo chiude guardando al futuro, con la grinta che lo caratterizza. «Farò del mio meglio per rientrare quanto prima e continuare a difendere la nostra amata maglia nelle migliori condizioni possibili».

Una promessa ai tifosi e un impegno per sé stesso. Il percorso di riabilitazione sarà impegnativo, ma il capitano ha già dimostrato di saper sopportare il dolore. Questa volta, però, lo farà per guarire completamente e tornare a essere un punto di riferimento in campo, senza più compromessi con il suo corpo.

Scampia, scacco ai «padroni» dello Chalet Bakù: ecco come comandavano i Raia

Napoli – Quindici persone portate in carcere, una sottoposta agli arresti domiciliari, oltre al sequestro di armi, sostanze stupefacenti e documentazione ritenuta utile per il prosieguo delle indagini: è il bilancio dell’operazione scattata nelle prime ore di oggi a Scampia, con epicentro nell’area dello Chalet Bakù e dell’Oasi del Buon Pastore.

Il provvedimento è stato coordinato dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli. In strada, per l’esecuzione delle misure cautelari, hanno operato carabinieri e polizia. Le ordinanze sono state emesse dal giudice per le indagini preliminari Gabriella Logozzo. Nell’atto – un fascicolo imponente, oltre 300 pagine – viene ricostruita, passaggio dopo passaggio, la struttura e l’evoluzione del gruppo familiare dei fratelli Raia, ritenuto per anni punto di riferimento per la gestione delle attività illecite nell’area.

Un ruolo non marginale, secondo gli inquirenti, lo avrebbero avuto anche le dichiarazioni di otto collaboratori di giustizia, incrociate con intercettazioni e riscontri investigativi.

Il controllo del territorio: “stese” e contrapposizione armata

Il cuore dell’accusa è il controllo capillare del territorio. Per la Dda il gruppo avrebbe consolidato la propria presenza a Scampia – e in particolare nei rioni indicati come Chalet Bakù e Oasi del Buon Pastore – non solo attraverso la gestione delle piazze di spaccio, ma anche mediante una sistematica contrapposizione armata con realtà rivali.

Nell’ordinanza vengono richiamate azioni dimostrative con armi da fuoco, le cosiddette “stese”, usate come segnale di forza e come strumento di intimidazione ambientale: spari in strada, raid rapidi, messaggi a chi “non si allinea” e a chi tenta di rimettere in discussione gli equilibri.

Case popolari e “mercato” degli alloggi: la pressione anche sui Notturno

Un capitolo centrale riguarda la gestione forzata delle abitazioni popolari. Gli investigatori descrivono un meccanismo di pressione sul territorio per acquisire immobili nella disponibilità altrui e poi riassegnarli agli affiliati o rivenderli in modo illecito.

In questo contesto viene evidenziato un dato che, secondo la ricostruzione, segna la rottura definitiva degli equilibri originari: il clan Raia, nato come costola del gruppo Notturno, non avrebbe esitato – in più occasioni – a esercitare violenza anche verso esponenti della stessa famiglia Notturno, allo scopo di “liberare” appartamenti e consolidare la propria rete di controllo.

La cassa comune e le “mesate”: i soldi per liberi e detenuti

Altro elemento tipico dell’organizzazione mafiosa, per la Dda, è la gestione dei proventi: una cassa comune alimentata dalle attività illecite e destinata anche al sostentamento degli affiliati, in libertà e in carcere, tramite le cosiddette “mesate”.

Le intercettazioni – viene riportato nell’ordinanza – avrebbero fotografato discussioni interne tra i fratelli indicati come promotori, con un criterio di ripartizione che premiava chi era libero e poteva gestire gli affari “all’esterno” con quote più consistenti rispetto ai congiunti detenuti.

Un dettaglio che, nelle carte, viene letto come indice di un’organizzazione strutturata e non episodica, attenta alla continuità economica e alla tenuta del vincolo associativo.

Da costola Notturno ad articolazione nell’area Amato-Pagano

Il quadro ricostruito colloca il gruppo come articolazione territoriale riconducibile al clan Amato-Pagano, nell’area degli “scissionisti” nati nel 2004 dalla frattura con il clan Di Lauro. Nelle contestazioni si sottolinea che, dopo avere ottenuto la gestione delle aree di influenza a discapito del clan Notturno (nell’ordinanza viene richiamata anche la scarcerazione di Costantino Raia del 28 dicembre 2018 come snodo temporale), il sodalizio avrebbe operato fino al 12 dicembre 2022 con significativi margini di autonomia.

Successivamente, sempre secondo l’impostazione accusatoria, il gruppo avrebbe agito sotto la diretta tutela del clan Amato-Pagano, indicata nelle figure di Alessandro De Cicco e Luigi Diano.

I ruoli nel sodalizio

Nell’ordinanza la “famiglia” Raia viene descritta come una struttura a più livelli, con una cabina di regia familiare e una catena operativa che avrebbe retto, senza pause, le piazze di spaccio tra Chalet Bakù (lotti T/A e T/B) e l’Oasi del Buon Pastore (lotto R). L’inchiesta colloca al vertice Costantino, Patrizio, Francesco e Giovanni Raia: per gli inquirenti sarebbero loro a dare indirizzo e copertura all’intero sistema, dall’arrivo delle partite di droga alla gestione degli incassi e delle decisioni più delicate.

Subito sotto, le carte indicano una fascia di “quadri” incaricati di far funzionare la macchina sul territorio: Luigi Ruffo, Carmela Ruggiero, Pietro Gemito, Antonio Garzia e Francesco Esposito vengono indicati con compiti di coordinamento e organizzazione dell’attività di traffico, cioè figure chiamate a tenere in piedi turni, consegne, cassa e disciplina delle piazze. Un ruolo analogo viene attribuito anche a Vincenzo Gemito, descritto come uno dei riferimenti operativi nella gestione del sodalizio.

C’è poi la gestione “per reparti”, con responsabilità ritagliate su specifiche sostanze: Massimo Dannier viene indicato come il referente della piazza di hashish e marijuana allo Chalet Bakù, un incarico che – nella lettura investigativa – lo porrebbe come punto di raccordo tra disponibilità della merce e vendita quotidiana. Salvatore Russo e Tommaso Rusciano vengono collocati tra gli uomini della gestione spicciola delle piazze, quelli che avrebbero dato man forte al commercio al minuto e all’operatività di strada.

Il “dietro le quinte” logistico, fondamentale per far arrivare la sostanza pronta sul banco, viene invece attribuito a Massimiliano Parlato: secondo l’ordinanza avrebbe curato trasporto, taglio e confezionamento, passaggi che trasformano le partite in dosi pronte per la vendita. Ciro Gabriele, infine, è indicato con mansioni di spacciatore nelle piazze dello Chalet Bakù, quindi nel livello più esposto e quotidiano del contatto con gli acquirenti.

Elenco degli arrestati

1. RAIA Costantino nato a Napoli il 6 febbraio 1976; CARCERE
2. RAIA Francesco nato a Napoli il 27 maggio 1977; CARCERE
3. RAIA Giovanni, nato a Napoli 1’8 gennaio 1980; CARCERE
4. RAIA Patrizio nato a Napoli il 17 aprile 1981; CARCERE
5. RAIA Pasqualina nata a Napoli il 9 ottobre 1971 CARCERE
6. RUFFO Luigi nato a Napoli il 2 gennaio 1975; CARCERE
7. RUGGIERO Carmela nata a Napoli il 4 febbraio 1985; CARCERE
8. RUSSO Salvatore nato a Napoli il 17 ottobre 1996; CARCERE
9. GEMITO Pietro nato a Napoli il 25 settembre 1995; ARRESTI DOMICILIARI
10. GEMITO Vincenzo nato a Napoli il 26 giugno 1972; CARCERE
11. GARZIA Antonio nato a Aversa (CE) il 24 luglio 1994; CARCERE
12. ESPOSITO Francesco nato a Napoli il 30 luglio 1980; CARCERE
13. RUSCIANO Tommaso nato a Napoli il 26 febbraio 1978; CARCERE
14. DANNIER Massimo nato a Napoli il 19 febbraio 1974; CARCERE
15. PARLATO Massimiliano nato a Napoli il 7 luglio 1971; CARCERE
16. GABRIELE Ciro nato a Napoli il 12 giugno 1969 CARCERE

Zannini davanti al Gip: «Nessuna corruzione, respingo ogni accusa»

Napoli – Ha respinto ogni addebito il consigliere regionale della Campania Giovanni Zannini, ascoltato ieri dal Gip del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Daniela Vecchiarelli, nell’ambito dell’inchiesta che lo vede indagato per corruzione, concussione, falso e truffa ai danni dello Stato. L’audizione rientra nel procedimento avviato dalla Procura sammaritana, guidata da Pierpaolo Bruni, che ha chiesto per l’esponente di Forza Italia la misura della custodia cautelare in carcere.

Zannini, assistito dal difensore Angelo Raucci e alla presenza del pm Giacomo Urbano, ha scelto di non rispondere alle domande del giudice, depositando invece due memorie difensive relative ai singoli capi d’imputazione e rendendo dichiarazioni spontanee per quasi due ore, richiamando quanto già illustrato negli atti scritti.

Le accuse legate alla passata consiliatura

I fatti contestati risalgono alla precedente consiliatura regionale, quando Zannini sedeva tra i banchi della maggioranza a sostegno dell’allora presidente della Regione Vincenzo De Luca e presiedeva la commissione regionale Ambiente, considerata strategica per l’iter autorizzativo di numerose pratiche.

Secondo l’accusa, il consigliere avrebbe favorito interessi privati in cambio di utilità personali, esercitando indebite pressioni su funzionari pubblici e contribuendo alla produzione di documentazione ritenuta falsa, finalizzata all’ottenimento di finanziamenti pubblici.

Il presunto patto corruttivo e la gita in yacht

Zannini ha contestato in particolare l’ipotesi di corruzione legata ai rapporti con gli imprenditori Luigi e Paolo Griffo, padre e figlio, comparsi anch’essi davanti al Gip. Per loro la Procura ha chiesto il divieto di dimora in Campania.

Al centro dell’accusa vi sarebbe un presunto accordo per agevolare il rilascio di documentazione ambientale regionale necessaria all’apertura di un caseificio, documentazione che secondo gli inquirenti sarebbe falsa e avrebbe consentito ai Griffo di ottenere un finanziamento pubblico superiore ai 3 milioni di euro, integrando così il reato di truffa ai danni dello Stato.

Il consigliere ha negato qualsiasi accordo illecito e ha respinto anche la ricostruzione relativa al presunto “prezzo” della corruzione, individuato dagli inquirenti in una gita su un lussuoso yacht. Zannini ha sostenuto di aver pagato regolarmente i 7mila euro richiesti per l’escursione, precisando di essere stato informato dell’importo prima della partenza e negando che si trattasse di una regalia o di una controprestazione.

La Procura, al contrario, ritiene che il pagamento sia avvenuto solo dopo che Zannini era venuto a conoscenza dell’indagine, nel tentativo di tutelarsi.

Le contestazioni sulla concussione in ambito sanitario

Accuse rigettate anche sul fronte della concussione, relativa alle presunte pressioni che Zannini avrebbe esercitato nel 2023 sull’allora direttore generale dell’Asl di Caserta, Enzo Iodice, per ottenere la nomina di persone a lui vicine all’interno dell’azienda sanitaria.

Iodice si dimise dall’incarico, ma il consigliere regionale ha negato di aver mai esercitato pressioni o avanzato richieste indebite, dichiarando inoltre di non aver mai affrontato l’argomento con il dirigente della sanità regionale Antonio Postiglione, anch’egli indagato. Per Postiglione la Procura aveva chiesto una misura interdittiva, poi non accolta dal Gip.

La decisione attesa

Al termine dell’audizione, il Gip si è riservato sulla richiesta di misure cautelari. La decisione è attesa nei prossimi giorni, dopo l’esame delle memorie difensive e delle dichiarazioni rese dagli indagati.

Malviventi a soqquadro nell’ufficio del parroco: bottino minimo, danni e indignazione tra i fedeli di Angri

Un furto è stato scoperto nelle prime ore del mattino nella Chiesa della Santissima Annunziata di Angri, uno dei simboli religiosi più cari alla comunità salernitana. Mario Ingenito, collaboratore storico della parrocchia e di don Antonio Mancuso, ha fatto l’amara scoperta mentre, come ogni giorno, preparava le attività liturgiche.

Segni di effrazione e caos generale

All’ingresso, Ingenito ha notato candelabri e arredi sacri rovistati. Un’ispezione più attenta ha rivelato guai peggiori: l’ufficio di don Mancuso era devastato, con vetri infranti e chiari segni di scasso. I ladri, dopo aver messo tutto a soqquadso, si sono allontanati con un bottino irrisorio: pochi euro in contanti.

Oggetti misteriosi e prime piste

Sul posto sono stati rinvenuti un telefonino e un bracciale, ora sequestrati e al vaglio degli inquirenti. Potrebbero trattarsi di tracce lasciate dai malviventi o di refusi della razzia: le analisi della Scientifica chiariranno presto.

Indagini dei Carabinieri in corso

Immediato l’intervento dei Carabinieri della locale stazione, che hanno avviato le indagini coordinate dalla Procura. La squadra della Scientifica ha eseguito rilievi tecnici per identificare i responsabili. L’episodio ha scatenato paura, sconcerto e indignazione tra i fedeli e l’intera comunità angrese, che vede violata una delle sue chiese più antiche e care.

Violenze in carcere a Santa Maria Capua Vetere, l’ex capo del Nir in aula: «Credevo fossero calunnie»

Santa Maria Capua Vetere– Una catena di omissioni, comunicazioni parziali e una sistematica sottovalutazione di quanto accaduto tra le mura del reparto “Nilo”. Nell’aula bunker del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, davanti alla Corte d’Assise, è il giorno di Francesca Acerra.

L’ex comandante del Nucleo Investigativo Regionale (Nir) della Polizia Penitenziaria, chiamata a rispondere di favoreggiamento personale, falso, frode processuale e omessa denuncia, ha provato a spiegare il “buio” informativo che avrebbe avvolto i vertici del Provveditorato campano dopo i fatti del 6 aprile 2020.

Il muro di gomma delle informative

Nonostante la Procura l’avesse delegata a indagare già il 17 aprile, l’imputata ha ammesso di non aver percepito la gravità della situazione. «Iniziarono ad arrivare le denunce – ha spiegato rispondendo al pm Alessandro Milita – ma Fullone (allora provveditore regionale, ndr) mi riferì di aver saputo da Colucci che si trattava di calunnie dei detenuti».

Secondo la versione fornita dalla Acerra, Pasquale Colucci, comandante del Gruppo di Supporto intervenuto durante la perquisizione, le avrebbe assicurato a voce che «in sua presenza non era successo nulla». Qualora fossero state messe in atto azioni di forza, sarebbero state solo «operazioni di contenimento» contro detenuti facinorosi poi trasferiti al reparto Danubio.

Il silenzio del Nir e l’alibi del Covid

Il presidente della Corte, Picciotti, ha incalzato l’imputata sull’opportunità di tale condotta, ricordando che il Nir è proprio la sezione che dovrebbe occuparsi delle indagini giudiziarie interne. La difesa della Acerra si è trincerata dietro l’eccezionalità del momento storico: «In quel periodo non c’era un contesto di normalità, eravamo in piena emergenza Covid».

L’ex comandante ha ribadito di non essere stata presente durante i pestaggi e di aver basato le proprie (mancate) informative solo sui documenti interni prodotti da chi l’operazione l’aveva gestita sul campo. Una ricostruzione che la Procura contesta fermamente, ipotizzando un consapevole tentativo di depistaggio per coprire l’ampiezza dell’azione punitiva che coinvolse circa 300 detenuti.

Il dramma dell’agente “salvatore” finito in cella

L’udienza ha vissuto un momento di forte tensione emotiva con la deposizione di Angelo Bruno, poliziotto in pensione inizialmente arrestato per i fatti del 6 aprile. Bruno, che finì in carcere nonostante fosse già stato riformato dal Corpo per motivi di salute, ha ripercorso il drammatico episodio relativo al detenuto Ciro Esposito.

Le immagini delle telecamere interne hanno confermato la versione dell’agente: Bruno non partecipò al pestaggio, ma tentò di fare da scudo al detenuto mentre i colleghi lo colpivano con scudi e manganelli.

«Il Brigadiere dei Carabinieri Medici scrisse che io tenevo fermo il detenuto, ma era il contrario. Per quell’errore sono finito in cella e ho perso tutto, anche mia moglie», ha dichiarato l’uomo tra le lacrime. Un errore investigativo che getta un’ulteriore ombra sulla gestione dei primi mesi d’indagine su quella che è stata definita “un’orribile mattanza”.

Napoli, il Supercinema riaccende le luci: nasce SuperNest, polo culturale da 2000 metri quadri

Napoli– Il portone di Corso San Giovanni a Teduccio 376, rimasto sbarrato per oltre quattro decenni, sta per riaprirsi. Quello che per generazioni è stato solo un ricordo in bianco e nero degli anni d’oro del cinema di quartiere, si prepara a diventare il SuperNest: un imponente polo di comunità da 2000 metri quadrati dedicato alle arti, alla formazione e alla rigenerazione urbana.

Il progetto, naturale evoluzione dell’esperienza di successo del NEST (Napoli Est Teatro), mira a trasformare l’ex sala cinematografica in un ecosistema culturale d’avanguardia, capace di dialogare con il nuovo volto tecnologico e universitario dell’area orientale di Napoli.

Un presidio di resistenza culturale

L’iniziativa nasce dalla visione di Francesco Di Leva, Giuseppe Gaudino e Adriano Pantaleo, i fondatori del NEST che dal 2014 hanno già compiuto il “miracolo” di trasformare una palestra dismessa in un teatro di rilievo nazionale.

“Il SuperNest non nasce dal sogno di un singolo, ma di un’intera comunità,” spiega l’attore Francesco Di Leva. “Vogliamo che sia un amplificatore di bellezza, un luogo dove le energie non si sommano ma diventano esponenziali, ispirandoci a modelli internazionali come la Fábrica de Arte Cubano.”

L’edificio, di proprietà del Comune di Napoli, si trova in una posizione nevralgica: a pochi passi dalla iOS Academy della Federico II e dalla stazione ferroviaria, ponendosi come ponte ideale tra i residenti storici e i nuovi studenti e ricercatori che popolano il quartiere.

I numeri del progetto: tre sale e accessibilità totale

Il piano di riqualificazione prevede la creazione di uno spazio modulare e inclusivo. Il SuperNest ospiterà:

Una sala principale da 300 posti;

Due sale da 100 posti ciascuna;

Un cortile e un terrazzo per eventi estivi e co-working.

Un punto cardine dell’intervento sarà l’accessibilità universale: non solo l’abbattimento delle barriere architettoniche, ma una programmazione pensata per tutti, con sottotitoli, interpreti LIS e proiezioni sensory-friendly.

La sfida del crowdfunding: obiettivo 200mila euro

Per far partire i motori del SuperNest, è stata lanciata una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso, attiva fino al 24 marzo 2026. Il progetto ha già incassato un sostegno pesante: la Fondazione con il Sud ha stanziato i primi 100mila euro, coprendo metà dell’obiettivo iniziale di 200mila.

“Sosteniamo questa rinascita non solo per il valore storico, ma per il ruolo sociale che il cinema ricopre come ponte tra generazioni,” ha dichiarato Stefano Consiglio, Presidente di Fondazione con il Sud. La campagna è aperta a tutti i cittadini, con donazioni a partire da 5 euro, per permettere a chiunque di “riaccendere” simbolicamente un pezzo di storia della periferia Est.

Bar sospeso per 15 giorni: i carabinieri spazzano via un Covo a Villa Literno

Villa Literno – Colpo di spugna dei Carabinieri nel centro cittadino. Un bar di via Guglielmo Marconi è stato fatto chiudere per 15 giorni. Il provvedimento, firmato dai militari della Stazione locale, è un’operazione a tutela della sicurezza pubblica e arriva dopo un lungo periodo di controlli mirati.

Controlli serrati e clienti “Sgraditi”

L’azione si inserisce in un’attività di monitoraggio continuo del territorio. I Carabinieri, nel corso di diverse ispezioni, hanno raccolto elementi chiari e ripetuti: il locale era punto di ritrovo abituale per persone gravate da precedenti penali. Non solo. Le indagini hanno anche evidenziato relazioni del gestore con soggetti già noti alle forze dell’ordine, un quadro ulteriormente aggravato da sanzioni amministrative pregresse al titolare per violazioni in materia di stupefacenti.

La chiusura: misura preventiva e monito

La sospensione temporanea dell’attività è stata disposta applicando l’articolo 100 del TULPS, la legge di pubblica sicurezza. Non è una sanzione definitiva, ma un avvertimento “chirurgico”. L’obiettivo è preciso: impedire che il bar possa continuare a essere un punto di aggregazione per attività illecite o fonte di turbativa, restituendo tranquillità alla comunità. Un segnale forte per scoraggiare qualsiasi tentativo di ripristinare ambienti malsani.

L’operazione di oggi rientra nella strategia di presenza costante e di prevenzione portata avanti dai Carabinieri a Villa Literno. «L’attività è finalizzata a garantire il rispetto della legalità e a rafforzare la percezione di sicurezza tra i cittadini», è il messaggio sottinteso dell’intervento. Un’azione che va a colpire non il singolo reato, ma il contesto che lo può generare, con l’intento di recidere sul nascere possibili criticità per l’ordine pubblico.

Napoli, il Cristo Velato si può toccare: apertura speciale per non vedenti e ipovedenti

Napoli– Il Museo Cappella Sansevero, scrigno barocco nel cuore antico della città, si prepara a un’apertura fuori dall’ordinario. Martedì 17 marzo 2026, dalle 9.00 alle 19.00 (ultimo ingresso alle 18.30), andrà in scena la visita tattile “La meraviglia a portata di mano”, un’esperienza esclusiva e gratuita riservata a non vedenti e ipovedenti.

L’iniziativa – promossa dal Museo in stretta collaborazione con l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti – ETS APS, Sezione Territoriale di Napoli – nasce con un obiettivo chiaro: abbattere le barriere e rendere il grande patrimonio artistico fruibile anche a chi non può ammirarlo con la vista.Toccare il velo di marmo: il Cristo Velato senza recinzioni.

Cuore della visita sarà il Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino, uno dei massimi capolavori della scultura mondiale. Per l’occasione, la recinzione protettiva attorno alla statua verrà rimossa: i partecipanti, muniti di guanti di lattice, potranno sfiorare con le dita le incredibili trame marmoree del velo che avvolge il corpo di Cristo, percependo la straordinaria illusionistica leggerezza del tessuto scolpito.

Il percorso proseguirà con l’esplorazione tattile dei due celebri bassorilievi marmorei ai piedi delle statue allegoriche della Pudicizia e del Disinganno, autentici virtuosismi tecnici del Settecento napoletano.Guide non vedenti e formazione specialisticaL’intera esperienza sarà condotta da guide non vedenti formate dall’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, con il supporto di Roberta Meomartini, guida turistica specializzata in percorsi tattili.

Prima dell’esplorazione vera e propria, lo staff educativo del Museo offrirà una descrizione introduttiva della Cappella, con particolare attenzione alla figura del principe Raimondo di Sangro, l’eccentrico e geniale committente che ideò il complesso monumentale.

Prenotazione obbligatoria e regole per la tutela delle opereL’ingresso è gratuito ma a posti limitati: è indispensabile prenotare contattando il numero 081.5498834 (lunedì e venerdì 9.00-13.00; martedì, mercoledì e giovedì 9.00-17.00) oppure inviando una mail a uicna@uici.it.

Le prenotazioni saranno accettate fino a esaurimento posti.Ogni visitatore non vedente o ipovedente potrà essere accompagnato da un accompagnatore e/o da un cane guida. Per proteggere le delicate superfici marmoree, durante la fase tattile sarà vietato indossare anelli, bracciali, orologi o altri oggetti che possano graffiare le sculture. Un regalo in braille per concludere l’esperienza.

Al termine del percorso, nella Sacrestia, gli ospiti riceveranno in omaggio una speciale guida in braille dedicata alla Cappella Sansevero, realizzata proprio dal Museo insieme all’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti.Un appuntamento che va oltre la semplice visita: un gesto concreto di accessibilità e di rispetto per un capolavoro universale.

Sarno, l’assassino del salumiere salvato dal linciaggio

Sarno – Assassino ‘salvato’ dalla polizia da un tentativo di linciaggio dopo aver ucciso Gaetano Russo con dieci coltellate. Le scene riprese con un telefono cellulare fuori dalla salumeria di via Falciani stanno facendo il giro del web.

Riprendono l’arrivo di una volante della polizia e l’intervento di un uomo che si è appreso essere un carabiniere in borghese mentre intimano a Sirica di aprire la porta e uscire dal negozio.

Le urla dei familiari accorsi davanti al negozio, i figli che inveiscono e le forze dell’ordine che dopo aver afferrato Andrea Sirica, 35 anni, pluripregiudicato per reati di droga, stentano a malapena a trattenerlo e a sottrarlo ai calci e ai pugni dei figli di Gaetano Russo.

Sirica tenta di sottrarsi alle botte ma anche ai poliziotti che non riescono a strappare l’assassino alle grinfie dei familiari.

Dopo circa tre minuti, Sirica viene messo di forza della volante della polizia e portato in commissariato.

Mentre continuano le urla strazianti dei figli e della moglie di Gaetano Russo che giace riverso dietro il bancone della sua salumeria-panificio in una pozza di sangue, senza vita.

Sirica, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, aveva bussato alla porta del negozio verso le 00,45 della notte tra lunedì e martedì. Nel negozio c’erano Gaetano Russo e la figlia 19enne, contro la quale il pregiudicato si era scagliato. E proprio per difendere la ragazza il salumiere è stato aggredito da Andrea Sirica che ha afferrato un coltello dal bancone e ha cominciato a pugnalarlo.

La giovane figlia del salumiere ha tentato di difendere il padre ma non ci è riuscita.

A quel punto le urla, le richieste di soccorso e la chiamata alla polizia del vicino commissariato.

Quando gli agenti sono arrivati sul posto, come si vede dal video amatoriale, Sirica era ancora barricato dentro.

Due poliziotti e un carabiniere in borghese gli hanno urlato di aprire la e uscire. Con un calcio hanno sfondato la porta e tirato fuori il pregiudicato che a quel punto è stato aggredito dai un gruppo di familiari della vittima.

Quando Sirica era già a terra e ammanettato i figli della vittima hanno cominciato a colpirlo, a urlargli contro. Attimi interminabili fino a quando gli agenti sono riusciti a trascinare il 35enne in auto e a sottrarlo dal tentativo di linciaggio.

Traffico di droga tra Napoli e la Sila: chiuse le indagini su 7.

Napoli – Un presunto circuito di spaccio “strutturato” e continuo, capace di muoversi tra l’area montana del Reventino e della Sila Piccola e di agganciare canali di rifornimento fuori regione, fino alla Campania, è finito al centro della chiusura indagini notificata nelle ultime ore dai carabinieri della Compagnia di Soveria Mannelli. Sette persone hanno ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini preliminari e la contestuale informazione di garanzia: l’ipotesi di reato, a vario titolo, è detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti in concorso.

L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Lamezia Terme e diretta dal procuratore capo facente funzioni Vincenzo Quaranta, è stata battezzata “Reventino in Lockdown”. Un nome che richiama – sottolineano gli investigatori – la fase delle restrizioni per la pandemia Covid-19: periodo nel quale, secondo l’impostazione accusatoria, l’attività di cessione sarebbe andata avanti nonostante controlli e limitazioni.

La mappa dell’indagine: dai centri del Catanzarese fino a Napoli e Caivano

Il baricentro dell’attività contestata sarebbe nei comuni di Soveria Mannelli, Decollatura e Carlopoli (Catanzaro) e a Colosimi (Cosenza), con un bacino di acquirenti composto “per lo più” da assuntori residenti nell’area montana tra Reventino e Sila Piccola.

Ma la geografia ricostruita dagli inquirenti si allarga: tra le tappe citate compaiono anche Lamezia Terme, Catanzaro e Cosenza. E, soprattutto, emergono ramificazioni extraregionali che – sempre secondo l’accusa – avrebbero portato gli investigatori fino alla provincia di Benevento, in particolare Sant’Agata de’ Goti, e in due luoghi simbolo delle grandi piazze di spaccio campane: il quartiere Secondigliano di Napoli e il Parco Verde di Caivano.

Oltre 250 cessioni e tre sostanze: marijuana, eroina e cocaina

Il periodo scandagliato dagli investigatori va da settembre 2020 a marzo 2021. In quei mesi, l’accusa sostiene di aver documentato oltre 250 episodi di spaccio, con sostanze di diverso tipo: marijuana, eroina e cocaina. La distribuzione, viene contestato, sarebbe stata “sistematica e continuativa”, con modalità tali da far parlare gli investigatori di una filiera non episodica ma organizzata.

Linguaggio criptico e intercettazioni: così sarebbe stata ricostruita la “catena” dello spaccio

Un passaggio centrale, nell’impianto investigativo, è rappresentato dalle intercettazioni. Gli indagati, si legge, avrebbero usato tra loro un linguaggio criptico, utile a schermare riferimenti diretti a droga e consegne. Nonostante questo, per gli inquirenti le captazioni avrebbero consentito di ricostruire le fasi dell’approvvigionamento e le successive modalità di cessione agli assuntori, fino a delineare ruoli e movimenti lungo la rete.

Dalle case alle consegne “su strada”: i modus operandi contestati

Il presunto spaccio non sarebbe stato gestito in modo uniforme. L’indagine descrive almeno due schemi principali:

alcuni indagati avrebbero iniziato a cedere la sostanza all’interno delle proprie abitazioni, per poi spostarsi successivamente su una modalità itinerante, ritenuta più “sicura” per ridurre il rischio di individuazione

altri avrebbero operato esclusivamente in forma itinerante, lungo i tragitti tra luogo di rifornimento e abitazioni degli acquirenti

È una dinamica che – nella lettura investigativa – evidenzia adattamento e cautela operativa: cambiare scenari e routine per sottrarsi ai controlli, soprattutto in un periodo in cui il contesto pandemico aumentava l’attenzione su spostamenti e presenze sul territorio.

Pagamenti quasi sempre cash: un solo caso di elettronico

Sul fronte economico, l’accusa parla di pagamenti quasi esclusivamente in contanti, con una regola rigida: niente “crediti” agli acquirenti. Fa eccezione, viene evidenziato, un singolo episodio nel quale sarebbe stato riscontrato l’uso di un sistema di pagamento elettronico per acquistare lo stupefacente: un dettaglio che, per gli investigatori, rappresenta un’anomalia in un quadro dominato dalla scelta del cash, più difficile da tracciare.

Perché si è arrivati all’inchiesta

L’attività dei carabinieri sarebbe partita da un dato ritenuto allarmante: un incremento del fenomeno dello spaccio, registrato in particolare tra Soveria Mannelli, Decollatura, Carlopoli e le aree limitrofe. Da qui, la decisione dell’Arma di avviare un’azione mirata di contrasto, poi confluita nell’operazione “Reventino in Lockdown” e, oggi, nella formale chiusura delle indagini nei confronti dei sette indagati.

Tenta il suicidio per debiti: salvato dalla Polizia a Casapulla

Casapulla  – Alle 11.44, un uomo di 43 anni residente a Casapulla, nel Casertano, ha contattato la Sala Operativa del Commissariato di Santa Maria Capua Vetere annunciando il suo intento suicida. Sposato e padre di due figli, l’uomo ha confessato di essere in grave difficoltà economica, al punto da aver preparado un pericoloso congegno domestico con una stufa a gas.

L’ascolto e l’intervento rapido
L’operatore di turno ha immediatamente avviato un ascolto empatico e una mediazione telefonica, raccogliendo le informazioni essenziali sulla residenza. Una volta individuato l’indirizzo a Casapulla, una pattuglia della Polizia di Stato è intervenuta sul posto.

Il salvataggio e le cure mediche

Gli agenti sono riusciti ad accedere all’abitazione e a dialogare con l’uomo, convincendolo a desistere dal gesto. Trasportato in ospedale dal personale del 118, il 43enne è ora sotto osservazione medica. L’episodio sottolinea l’importanza dei servizi di emergenza nel gestire crisi personali estreme.

Regali di San Valentino made in Campania: sapori e arte

San Valentino si avvicina e scegliere il giusto dono può trasformare un semplice gesto in un momento indimenticabile. I regali San Valentino che arrivano dalla Campania sono idee perfette per chi desidera coniugare romanticismo, autenticità e tradizione locale. Tra idee regalo San Valentino artigianali e proposte esperienziali uniche, questa regione del Sud Italia offre spunti originali per sorprendere chi ami con prodotti e attività che raccontano storie di sapori, arte e cultura.

Regali Esperienziali: cultura e momenti da condividere

Una delle proposte più interessanti tra i regali San Valentino made in Campania è senza dubbio la Campania>ArteCard x Gay-Odin, una box regalo esclusiva che unisce cultura e gusto. Questa edizione speciale permette di regalare un abbonamento annuale alla Campania>ArteCard, il pass che consente l’accesso a oltre 80 siti culturali, musei e parchi archeologici della regione, insieme a cioccolatini artigianali della storica fabbrica napoletana Gay-Odin.

Regalare questa combinazione significa offrire un’esperienza memorabile da vivere tutto l’anno, perfetta per coppie che amano l’arte, l’archeologia e le bellezze storiche di città come Napoli, Pompei ed Ercolano.

Sapori Campani: dolci, specialità e confezioni gourmet

Tra le idee regalo San Valentino artigianali più apprezzate non possono mancare i prodotti gastronomici tipici del territorio:

  • Cioccolatini artigianali “Cuore DiVino” prodotti in Campania, con cioccolato fondente e un cuore aromatizzato al vino Lacryma Christi del Vesuvio, un accostamento romantico di sapore e territorio.
  • Prodotti gastronomici locali in cesti regalo, come miele, marmellate e conserve, che raccontano l’autenticità della tradizione culinaria campana e possono impreziosire una cena romantica.
  • Proposte come Emporio San Valentino con confezioni di spezie e ingredienti selezionati (sale rosso, pepe rosa, petali di rosa essiccati), ideali per chi ama sperimentare in cucina e celebrare l’amore anche attraverso i sapori.

Queste idee trasformano i regali San Valentino in esperienze sensoriali: dal gusto alla vista, ogni prodotto racconta un pezzo di Campania e dell’artigianalità locale.

Artigianato e Design: pezzi unici con valore simbolico

Le idee regalo San Valentino artigianali non si esauriscono con il cibo: la Campania vanta una lunga tradizione di artigianato artistico e manufatti di qualità. Attraverso portali dedicati come Handmade Campania, è possibile scoprire botteghe e creatori che realizzano oggetti unici: dalle ceramiche artistiche alle lavorazioni in vetro, dal cuoio alla seta, fino agli strumenti musicali artigianali.

Questi oggetti sono perfetti per chi cerca regali capaci di durare nel tempo e di evocare il legame con un luogo speciale. Un pezzo artigianale può diventare un simbolo tangibile di affetto e personalità, ideale tra le idee regalo San Valentino artigianali per chi desidera un dono con significato profondo

Noa Lang rompe il silenzio: «Con Conte nessuna scintilla»

Napoli – Doveva essere l’uomo della provvidenza, il volto nuovo dell’attacco azzurro capace di spaccare le partite con dribbling e imprevedibilità. Invece, l’avventura di Noa Lang all’ombra del Vesuvio si è chiusa dopo appena un semestre, lasciando dietro di sé più amarezze che giocate d’autore.

Passato in prestito al Galatasaray durante la sessione invernale, il talento classe ’99 ha deciso di vuotare il sacco in un’intervista esclusiva rilasciata a ESPN, puntando il dito contro il rapporto mai sbocciato con Antonio Conte.

Un investimento incompiuto

Arrivato dal PSV Eindhoven per una cifra vicina ai 25 milioni di euro, Lang era stato accolto come il colpo dell’estate per i campioni d’Italia. Tuttavia, il campo ha raccontato una storia diversa: pochi minuti, prestazioni opache e un feeling tattico che sembrava respingerlo.

“Con Conte non è scattata la scintilla”, ha esordito l’olandese con la consueta schiettezza. “In un rapporto professionale serve onestà, e io non ho mai avuto la sensazione di essere trattato in modo equo. All’inizio volevo lottare per il mio posto, ma con il Mondiale alle porte non potevo permettermi di restare a guardare”.

Lo spogliatoio e le critiche feroci

Nonostante l’addio prematuro, Lang tiene a precisare che il problema non è mai stato l’ambiente o i compagni di squadra. Anzi, il quadro dipinto dall’esterno è quello di un calciatore amato dal gruppo ma isolato dalla guida tecnica. “So che in Olanda pensate spesso che sia colpa del mio carattere, ma un giorno si saprà tutto”, ha promesso l’attaccante.

“Al Napoli avevo un ottimo rapporto con tutti. Vi dico solo che nove compagni su dieci non volevano che me ne andassi. Mi allenavo duramente ogni giorno, ma i media continuavano a scrivere male di me. Non ero d’accordo con i loro giudizi: quando giocavo, il mio stile era funzionale. Almeno credo”.

Il bisogno di sentirsi al centro

Il cuore della questione, però, sembra risiedere nella gestione emotiva del giocatore, da sempre profilo di “culto” ma dal carattere non semplice. “Sono un ragazzo che ha bisogno di sentirsi apprezzato, lo so bene. Se non ricevi alcuna stima da parte della persona che conta di più… allora diventa impossibile”. Una frase, quest’ultima, che suona come una sentenza definitiva sul metodo Conte applicato al suo caso specifico.

Mentre il Napoli prosegue la stagione cercando di ammortizzare il peso di un investimento che non ha pagato, Noa Lang cerca il riscatto in Turchia. Il caso però non sembra affatto chiuso: quel “un giorno si saprà tutto” promette nuovi capitoli di una saga che ha visto Napoli e l’Olanda allontanarsi troppo presto.

Insigne: «Al Napoli sarei andato anche gratis, ma non se ne è fatto nulla»

Lorenzo Insigne torna a casa. Dopo 14 anni dall’ultima avventura da biancazzurro, l’attaccante si è presentato al Pescara nella conferenza stampa ufficiale dell’Ekk Hotel, alla presenza del presidente Daniele Sebastiani e del direttore sportivo Pasquale Foggia.

Un ritorno atteso, sognato dai tifosi e programmato insieme alla società, con un vissuto che si intreccia tra emozioni, promesse e qualche rammarico.

Durante l’incontro con la stampa, Insigne ha parlato con la sincerità e la schiettezza che lo contraddistinguono. “Ho avuto altre proposte – ha detto – ma avevo promesso al presidente che in Serie B avrei giocato solo a Pescara. Il Napoli? C’è stato un contatto, avevo detto che per loro avrei giocato anche gratis. Ma poi non se ne è fatto nulla”.

Una dichiarazione che lascia aperta la porta a un rimpianto, ma che non spegne il fuoco del giocatore. “Sto bene, mi sto allenando con la squadra e ho una tabella personalizzata – ha aggiunto Insigne – Anche con il Mantova volevo giocare qualche minuto.

Spero che a Cesena mi tocchi uno spezzone di gara”. La voglia di tornare in campo è tanta, così come la consapevolezza del momento delicato della squadra.

“Credo nella salvezza e vogliamo tutti fare questo regalo ai tifosi”, ha sottolineato l’attaccante, che si presenta come leader di un progetto costruito intorno alla fede e alla continuità.

Un progetto che passa anche da un nome storico: Zdeněk Zeman. “Ho sentito Zeman, era contento del mio ritorno a Pescara e mi ha detto ‘fammi divertire’ – ha raccontato Insigne, con voce commossa – Per me è stato un secondo papà”.

Occhi puntati sulle prossime gare, con il Cesena in programma tra pochi giorni. Insigne, pronto a battersi per ogni pallone, vuole trasformare il ritorno a Pescara in un’altra storia di passione, sacrificio e orgoglio.

Omicidio Vassallo, la Cassazione boccia l’impianto accusatorio: terzo Riesame per il colonnello Cagnazzo

Salerno – Omicidio Vassallo, servirà una terza senza del Riesame di Salerno per stabilire se a carico del colonnello Fabio Cagnazzo vi siano gravi indizi di colpevolezza.Lo stabilisce, nelle motivazioni depositate nei giorni scorsi, la Corte di Cassazione che rileva ‘criticità e falle sistematiche nel quadro indiziario’.

Gli ermellini, ai quali la difesa di Cagnazzo ha fatto ricorso per una pronuncia sulla decisione del Riesame di Salerno in merito alle esigenze cautelari, motivano l’annullamento dell’ordinanza cautelare nei confronti dell’ufficiale sottolineando – su sollecitazione della difesa – soprattutto le incongruità delle dichiarazioni dell’ex pentito Romolo Ridosso e i riscontri delle dichiarazioni di Eugenio D’Atri.

La Cassazione ha definito “inutilizzabili” o prive di riscontri oggettivi alcune dichiarazioni di D’Atri riguardanti il coinvolgimento del colonnello Fabio Cagnazzo.

La Cassazione fonda l’annullamento dell’ordinanza soprattutto, dunque, sulla inattendibilità delle dichiarazioni del principale teste d’accusa della Procura: Romolo Ridosso.

Il ras scafatese, rilevano gli ermellini, ‘non avrebbe mai esplicitato accuse dirette nei confronti di Cagnazzo, né offerto dati probatori utili’.

D’Atri, invece, avrebbe raccolto le confidenze di Romolo Ridosso durante un periodo di detenzione comune. E anche questa circostanza non sarebbe determinante – secondo la Cassazione – per provare il pieno coinvolgimento del colonnello dei carabinieri nel delitto del 5 settembre del 2010 avvenuto a Pollica.

I giudici si soffermano, inoltre su un altro particolare importante, in merito agli episodi di depistaggio contestati al colonnello dei carabinieri.

Non vi è prova che il depistaggio fosse stato preordinato prima dell’omicidio per coprire il colpevole del delitto e quindi con la consapevolezza da parte di Cagnazzo che stava per essere ucciso il sindaco Angelo Vassallo, oppure sia stato messo in atto solo successivamente e per motivi che non sono stati chiariti.

Nei giorni scorsi, in attesa che venissero depositate le motivazioni della Cassazione, e per dare modo al nuovo difensore di Lazzaro Cioffi, ex brigadiere dei carabinieri, di visionare gli atti l’udienza preliminare è stata rinviata al 27 marzo l’udienza preliminare. Sul banco degli imputati oltre a Cagnazzo e Cioffi, vi sono l’imprenditore Giuseppe Cipriano, l’ex pentito Romolo Ridosso e Giovanni Cafiero.

Quest’ultimo è accusato di aver participato, insieme a Cagnazzo, Cipriano e Cioffi a un traffico di droga con base operativa ad Acciaroli. Sarebbe questo il movente che avrebbe spinto l’assassino ad uccidere il sindaco Angelo Vassallo che avrebbe ostacolato i trafficanti.

Le motivazioni della Cassazione sui gravi indizi di colpevolezza nei confronti del colonnello Fabio Cagnazzo – reintegrato in servizio recentemente dal Tar del Lazio – peseranno sull’udienza preliminare in corso. Tanto’è che la sua difesa difesa spera in una nuova pronuncia del tribunale del Riesame che dovrà adeguare la sua decisione alle prescrizioni degli ermellini, prima della conclusione dell’udienza preliminare.

La figura di Cagnazzo è centrale rispetto alle accuse mosse dalla Procura di Salerno.

L’omicidio del sindaco Angelo Vassallo è l’onta del colonnello Fabio Cagnazzo. Negli ultimi 15 anni è passato da investigatore ‘acclamato e venerato’ dalla procura antimafia di Napoli, a ‘anima nera’ dell’Arma. Nel luglio del 2010, 26 procuratori sottoscrissero una lettera di contrarietà al trasferimento di Cagnazzo da Castello di Cisterna a Foggia, difendendo il suo operato per il ruolo chiave nelle indagini contro la camorra.

Tre mesi dopo, l’omicidio Vassallo capovolse questa immagine e mostrò le scelte apparentemente ‘illogiche’ fatte da Cagnazzo, in vacanza ad Acciaroli, prima e dopo il delitto Vassallo.

L’acquisizione personale dei video delle telecamere di sorveglianza per scoprire il colpevole, la tenacia nell’individuare un sospettato, Bruno Damiani poi rivelatosi estraneo all’omicidio, le indagini parallele che in qualche modo hanno depistato il già confusionario quadro investigativo emerso dopo il delitto.

Quel brillante investigatore così rigoroso sulle scene degli omicidi, operativo fino all’inverosimile, capace di infiltrarsi nei gangli della criminalità organizzata per scovare assassini e latitanti, appare nell’inchiesta Vassallo come un carabiniere ‘sciatto e agitato’ che commette errori di valutazione, si appropria di prove importanti, induce molti protagonisti a seguire una pista ovvia ma ‘cieca’.

Quel carabiniere depista e ritarda l’ora della verità sull’omicidio rendendo ancora più fragile un’inchiesta giudiziaria nella quale le dichiarazioni dell’ex pentito Romolo Ridosso sono i pilastri di argilla, discordanti, per i quali la Corte di Cassazione ha sancito ‘la mancanza di prove’ e il rinvio ad un terzo giudizio del Tribunale del Riesame di Salerno sulla mancanza di gravi indizi di colpevolezza nei confronti di Fabio Cagnazzo.

La guerra della difesa è sul ‘dolo’: Cagnazzo è complice e depistatore nell’omicidio Vassallo ed ha preordinato tutto prima del delitto? Oppure, è un carabiniere che ha commesso delle ingenuità nella ricerca dell’assassino, cercando di proteggere qualcuno o qualcosa che non è mai stato scoperto?

Restano i fatti provati della sua condotta. Manca un movente provato. Manca la pistola. Manca colui che ha sparato nove colpi di pistola contro il sindaco Angelo Vassallo.

Restano depistaggi e interrogativi irrisolti. E pur tenendo saldo il principio costituzionale di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, il colonnello Fabio Cagnazzo è parte di questo intrigo.

Incendio nell’area ex Salid a Salerno, Pecoraro: «Verifiche ambientali su cause e conseguenze»

Un incendio ha interessato l’area dell’ex Salid a Salerno, un sito dove risultavano depositate mascherine risalenti al periodo dell’emergenza Covid. Le fiamme hanno riportato sotto i riflettori una situazione già segnalata in passato, legata alla presenza di materiali accumulati in un’area considerata delicata sotto il profilo ambientale e bisognosa di interventi di messa in sicurezza.

A intervenire sulla vicenda è stata l’assessora regionale all’Ambiente, Claudia Pecoraro, che ha assicurato un monitoraggio costante della situazione. «In merito all’incendio che ha interessato l’area dell’ex Salid di Salerno, dove erano depositate mascherine risalenti al periodo dell’emergenza Covid, sto seguendo personalmente e con grande attenzione l’evolversi della situazione, in raccordo con l’Arpac e gli altri enti di tutela della salute pubblica e dell’ambiente», ha dichiarato.

L’assessora ha definito l’episodio «grave», sottolineando come riporti al centro «una criticità nota da tempo e mai definitivamente risolta, legata alla presenza e alla gestione di materiali accumulati in un’area che necessita di tutela e messa in sicurezza». Una condizione che, ha aggiunto, «impone responsabilità, chiarezza e azioni concrete».

Sono già in corso accertamenti per chiarire l’origine del rogo e per valutare eventuali impatti sull’ambiente e sulla salute pubblica. «Sono in corso le verifiche necessarie, anche sul piano ambientale, per accertare le cause dell’incendio e valutare eventuali conseguenze. È fondamentale che su questa vicenda venga garantita la massima trasparenza e che si proceda con decisione alla messa in sicurezza dell’area, superando l’attuale condizione di abbandono», ha spiegato Pecoraro.

Un ringraziamento è stato rivolto ai soccorritori impegnati nelle operazioni. «Desidero ringraziare sentitamente le operatrici e gli operatori dei Vigili del Fuoco per il loro intervento tempestivo e per la professionalità dimostrata, che ha consentito di contenere l’incendio ed evitare conseguenze più gravi per le persone e per il territorio», ha detto l’assessora, estendendo la riconoscenza anche ai tecnici dell’Arpac, intervenuti per le prime campionature e per il monitoraggio della qualità dell’aria.

La Regione assicura che l’attenzione resterà alta anche nei prossimi giorni, con aggiornamenti sull’evoluzione della situazione e sugli esiti delle verifiche ambientali, mentre torna al centro il tema della gestione e della bonifica delle aree dove negli anni si sono accumulati materiali legati alla fase emergenziale.

Barra, area pubblica trasformata in parcheggio privato: scatta il sequestro

Un’area pubblica trasformata di fatto in parcheggio privato, delimitata con strutture e manufatti installati senza alcuna autorizzazione. È quanto ha scoperto la Polizia Locale di Napoli nel quartiere Barra, al termine di un intervento condotto dagli agenti dell’Unità Operativa San Giovanni in corso Sirena.

Durante il sopralluogo i caschi bianchi hanno accertato che lo spazio, di proprietà pubblica, era stato occupato abusivamente e attrezzato per essere utilizzato in modo esclusivo da veicoli privati. Una sottrazione di fatto alla collettività, realizzata attraverso opere non autorizzate che impedivano l’uso libero dell’area da parte dei cittadini.

Al termine degli accertamenti è scattato il sequestro preventivo dell’area e delle strutture installate, un provvedimento finalizzato a bloccare la prosecuzione dell’attività illecita e a consentire il successivo ripristino dello stato dei luoghi. L’azione si inserisce nelle attività di contrasto alle occupazioni abusive di suolo pubblico, fenomeno che incide sia sul decoro urbano sia sulla fruibilità degli spazi comuni.

L’attività investigativa ha inoltre permesso di risalire al presunto responsabile dell’occupazione, che è stato deferito all’Autorità Giudiziaria. Nei suoi confronti vengono contestate violazioni della normativa urbanistico-edilizia e l’indebita appropriazione e utilizzo di un bene pubblico. Un intervento che punta a restituire alla collettività uno spazio sottratto illegalmente e a ribadire il principio che il suolo pubblico non può essere trasformato in uso privato senza regole né permessi.

Ad is loading…
Ad is loading…