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Castel Volturno, 19enne beccato con documenti falsi, distintivo da poliziotto e marijuana: denunciato

Castel Volturno – Una tranquilla mattinata di controlli sul territorio si è trasformata in un’operazione dai risvolti inaspettati per i Carabinieri della Tenenza di Castel Volturno. Durante un servizio mirato al contrasto dei reati legati allo spaccio di stupefacenti, i militari hanno denunciato un 19enne del posto, trovato in possesso di documenti falsi, un distintivo di polizia municipale contraffatto e una notevole quantità di marijuana.

Il giovane, già noto alle forze dell’ordine, è stato fermato in viale Livenza per un controllo di routine. Il suo comportamento sospetto e il ritrovamento di una piccola quantità di sostanza stupefacente hanno spinto i Carabinieri a effettuare una perquisizione personale, domiciliare e veicolare.

All’interno dell’abitazione sono stati rinvenuti una placca metallica con la scritta “Polizia Municipale”, un tesserino di servizio della Polizia Mortuaria di un Comune del Napoletano intestato a un’altra persona – risultato rubato – una banconota falsa da 50 euro, 42 sigarette artigianali contenenti tabacco e frammenti di marijuana per un peso complessivo di quasi 40 grammi, e un barattolo in vetro con ulteriori 45 grammi di marijuana.

La perquisizione si è estesa anche a una Mercedes con targa inglese utilizzata dal ragazzo, dove sono stati trovati una patente di guida e un permesso di soggiorno britannici, entrambi falsificati e intestati a un’altra persona, ma con la sua foto. Tutti i materiali sono stati sequestrati e consegnati all’Ufficio corpi di reato.

Il 19enne è stato denunciato all’Autorità Giudiziaria per spendita e introduzione nello Stato di monete falsificate, falsità materiale commessa da privato, possesso di documenti falsi, possesso di segni distintivi contraffatti e ricettazione. Per la modesta quantità di sostanza stupefacente rinvenuta, ritenuta destinata all’uso personale, è scattata anche la segnalazione amministrativa alla Prefettura ai sensi dell’articolo 75 del DPR 309/90.

Le indagini proseguono per risalire alla provenienza dei documenti e verificare eventuali collegamenti con episodi di falsificazione o truffe registrati sul territorio.

Madre arrestata per l’omicidio del figlio di nove anni a Muggia

Trieste – Una tragedia sconvolge la comunità di Muggia. Una donna di 54 anni, di origini ucraine e residente nel comune triestino, è stata arrestata con l’accusa di aver ucciso il figlio di nove anni. L’arresto è avvenuto questa mattina, al termine degli accertamenti condotti dalla Squadra Mobile e dalla Polizia scientifica, che – secondo quanto riferito dalla Questura – hanno pochi dubbi sulla dinamica dell’omicidio.

L’allarme era stato lanciato intorno alle 22 di ieri sera dal padre del bambino, un uomo di 57 anni, che non riusciva a contattare né la madre né il figlio, atteso per la riconsegna intorno alle 21.

Quando gli agenti del commissariato di Muggia, insieme ai Vigili del fuoco, sono entrati nell’abitazione di piazza Marconi, si sono trovati di fronte a una scena agghiacciante: il corpo del bambino, senza vita, con profonde ferite da arma da taglio al collo. La madre era lì vicino, in stato di choc e con lesioni agli arti, probabilmente autoinfette nel tentativo di togliersi la vita.

Affidata immediatamente alle cure dei sanitari, la donna è stata trasportata all’ospedale di Cattinara. Dopo le prime medicazioni, verrà trasferita nel carcere triestino di via Coroneo, dove è a disposizione dell’autorità giudiziaria. L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Trieste, cerca ora di chiarire le motivazioni alla base del gesto estremo.

La famiglia, seguita da tempo dai Servizi sociali del Comune di Muggia, viveva una situazione di fragilità nota agli assistenti.

Questa mattina, il sindaco di Muggia, Paolo Polidori, ha proclamato il lutto cittadino. Alle 12, l’intera cittadina si è fermata per un minuto di silenzio in memoria del bambino. Un gesto condiviso anche dal Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, riunito a Trieste, che ha osservato un momento di raccoglimento per la giovane vittima.

Falsi invalidi, maxi-truffa da due milioni all’INPS: otto indagati a Napoli

Napoli – Una frode milionaria ai danni dello Stato, costruita su finte patologie e certificati falsi. È quanto avrebbe scoperto la Guardia di Finanza di Napoli nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, culminata oggi nell’esecuzione di un decreto di sequestro preventivo disposto dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Napoli. Otto le persone indagate, accusate di truffa aggravata ai danni dello Stato.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria, gli indagati avrebbero ottenuto dall’INPS pensioni d’inabilità e indennità di accompagnamento senza possedere i requisiti previsti dalla legge. Il danno stimato per le casse pubbliche ammonta a 1.997.482 euro.

Le indagini hanno preso avvio dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, che avrebbe rivelato l’esistenza di un sistema illecito basato sulla falsificazione di certificazioni mediche e sulla complicità di soggetti che, pur non affetti da gravi patologie, avrebbero percepito per anni assegni e indennità. Le successive verifiche documentali effettuate dal G.I.C.O. (Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata) hanno confermato che alcuni beneficiari non sarebbero mai stati sottoposti ad alcuna visita medica da parte delle commissioni competenti.

Alla luce degli elementi raccolti, il GIP ha disposto il sequestro preventivo dei beni mobili e immobili riconducibili agli indagati, fino alla concorrenza delle somme ritenute indebitamente percepite. Il provvedimento, finalizzato alla confisca anche per equivalente, mira a recuperare l’intero ammontare della truffa e a impedire ulteriori dispersioni patrimoniali.

L’operazione rappresenta un nuovo colpo al fenomeno delle truffe nel settore dell’assistenza pubblica, una piaga che da anni sottrae risorse destinate ai cittadini realmente bisognosi.

Marcianise, il biglietto di Federica sul banco di scuola: “Mi dispiace”

Marcianise – La tragedia  che ha scosso la comunità di Marcianise questa mattina sta trovando, putroppo, una triste e tragica verità.

La studentessa Federica, di appena 12 anni ha perso la vita precipitando dal secondo piano della sua scuola media “Calcara” di via Novelli.

L’ipotesi che sta prendendo corpo con il passare delle ore è quella di un gesto volontario, un suicidio reso ancora più agghiacciante da un bigliettino ritrovato sul suo banco: poche, terribili parole, “Mi dispiace”.

Secondo una prima ricostruzione, la tragedia si sarebbe consumata poco dopo l’inizio delle lezioni. La giovane avrebbe chiesto all’insegnante il permesso di andare in bagno, ma non è più rientrata in classe.

Invece di dirigersi ai servizi, si sarebbe recata presso le scale di emergenza dell’edificio, da dove si sarebbe poi lanciata nel vuoto. L’allarme è scattato quando i docenti, preoccupati per la sua prolungata assenza, hanno iniziato a cercarla, fino alla drammatica scoperta del corpo ormai senza vita nel cortile della scuola.

Sul posto sono immediatamente intervenuti gli agenti del commissariato di Polizia locale, che hanno avviato tutti gli accertamenti del caso. Gli inquirenti stanno lavorando per ricostruire l’esatta dinamica dei fatti e per capire le ragioni dietro al presunto gesto estremo. Al momento si esclude la presenza di altre persone al momento della caduta.

L’intera comunità scolastica è sotto shock. La notizia si è diffusa rapidamente, gettando un’ombra di incredulità e dolore sull’istituto. Docenti, compagni di classe e genitori sono stati ascoltati dagli investigatori nel tentativo di far luce su un dramma che lascia tutti senza parole e apre dolorosi interrogativi.

Terra dei Fuochi, nuovi sequestri a Cesa e Gricignano: due aree trasformate in discariche

AVERSA – Continuano senza tregua i controlli dei Carabinieri nella Terra dei Fuochi. Tra l’11 e il 12 novembre, due distinte operazioni a Gricignano di Aversa e Cesa hanno portato al sequestro di aree trasformate in vere e proprie discariche abusive di rifiuti speciali, anche pericolosi, e alla denuncia di un cittadino per gravi violazioni ambientali.

A Gricignano, in via Casolla, i militari della locale Stazione, sotto il coordinamento della Compagnia di Marcianise, hanno scoperto un cumulo di scarti industriali — vernici, guaine, cavi elettrici e materiali contaminanti — abbandonati sulla pubblica via. Il carico, stimato in circa due tonnellate, è stato sequestrato insieme al terreno contaminato. L’area, priva di telecamere, è stata segnalata al Comune per le operazioni di bonifica, mentre l’indagine per gestione illecita di rifiuti è al momento a carico di ignoti.

Il giorno successivo, i Carabinieri della Stazione di Cesa, insieme ai colleghi del Nucleo Forestale di Marcianise, hanno individuato un altro sito di abbandono in via Tevere, su una superficie di circa mille metri quadrati. Tra sostanze oleose, scarti metallici, residui meccanici e uno scarico abusivo di acque reflue, la scena ha rivelato un quadro di grave degrado ambientale. Il proprietario del terreno è stato denunciato e multato per oltre 19mila euro.

Le due operazioni rientrano nel piano di controllo straordinario del Gruppo Carabinieri di Aversa, che da mesi intensifica gli interventi nei comuni della Terra dei Fuochi. L’obiettivo è fermare la catena degli sversamenti illegali e tutelare la salute dei cittadini. L’Arma assicura che le verifiche continueranno nei prossimi giorni, con un’attenzione particolare alle aree più colpite dall’inquinamento.

Tragedia a scuola Marcianise, studentessa di 12 anni muore cadendo dalle scale antiincendio

Marcianise– Un dramma inspiegabile. Una tragedia che ammutolisce un’intera città. Marcianise è sprofondata nell’incubo questa mattina, quando una studentessa di appena 12 anni, Federica De Biase, ha perso la vita precipitando nel vuoto dalle scale antincendio della sua scuola, l’istituto medio “Calcara” di via Novelli.

Il dramma si è consumato poco dopo l’inizio delle lezioni, trasformando una normale mattina di studio nel peggiore degli scenari.

La dinamica e l’allarme

Secondo una prima, frammentaria ricostruzione ancora al vaglio degli inquirenti, la giovane studentessa, che frequentava la seconda classe, si sarebbe allontanata dall’aula per motivi ancora da accertare. Avrebbe raggiunto la struttura esterna delle scale antincendio, situate sul retro dell’edificio scolastico.

Da lì, la caduta fatale. Un volo di circa dieci metri che non le ha lasciato scampo, terminato nel cortile della scuola.

A lanciare l’allarme, poco dopo, sarebbero stati alcuni compagni e membri del personale scolastico. La scena che si è presentata ai primi soccorritori è stata agghiacciante.

Il tentativo disperato dei soccorsi

Sul posto si è precipitata in pochi minuti un’ambulanza del 118. I sanitari hanno tentato l’impossibile per salvare la vita a Federica. Le manovre di rianimazione, praticate con disperazione sul selciato del cortile, sono andate avanti per lunghi, interminabili minuti.

Purtroppo, ogni sforzo si è rivelato vano. Le ferite riportate nell’impatto erano troppo gravi e i medici non hanno potuto fare altro che constatare il decesso della 12enne.

L’area della tragedia è stata immediatamente transennata dalle forze di Polizia, giunte sul posto per avviare i rilievi scientifici necessari a ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto. Gli agenti stanno ascoltando testimonianze chiave: compagni di classe, insegnanti e personale della scuola, nel tentativo di capire cosa sia successo negli istanti precedenti alla caduta.

Al momento, come confermato dagli inquirenti, non viene esclusa alcuna ipotesi: dalla tragica, impensabile fatalità – una perdita di equilibrio, un passo falso – ad altre circostanze che gli investigatori stanno vagliando con la massima cautela.

La città in lutto

Sul luogo della tragedia si sono precipitati anche il sindaco di Marcianise, Antonello Trombetta, e il vicesindaco Salzillo, visibilmente scossi, per esprimere la vicinanza dell’intera amministrazione alla famiglia e alla comunità scolastica.

Poco dopo è giunta sul posto anche la madre di Federica, straziata da un dolore incomprensibile.

La notizia ha fatto rapidamente il giro della città, radunando fuori dai cancelli dell’istituto genitori attoniti e studenti in lacrime. Un clima di profondo sgomento e incredulità avvolge ora la scuola “Calcara”, che ha sospeso parte delle attività didattiche in segno di lutto e per consentire lo svolgimento delle indagini.

Calvi, scoperta autofficina abusiva: 68enne denunciato e struttura sequestrata

BENEVENTO – Un capannone di 300 metri quadrati e un’area esterna grande quanto un campo da calcio, trasformati in una discarica a cielo aperto e in un’officina clandestina. È quanto hanno scoperto i carabinieri della Stazione e del Nucleo Forestale di San Giorgio del Sannio nel comune di Calvi, dove un 68enne di San Nazzaro è stato denunciato per gestione illecita di rifiuti e attività svolta senza autorizzazioni su un terreno classificato come agricolo.

Durante il blitz, i militari hanno trovato 31 veicoli fuori uso accatastati tra cumuli di batterie esauste, oli, motori, filtri e pezzi di ricambio, tutti conservati in modo irregolare e privi di qualsiasi codice identificativo. L’uomo, titolare di fatto dell’attività, non è stato in grado di mostrare alcun documento o registro obbligatorio sulla gestione dei rifiuti, violando le norme ambientali e urbanistiche.

Al termine dei controlli, l’intera area – comprensiva del capannone, delle attrezzature e dei materiali – è stata posta sotto sequestro. Le indagini proseguono per verificare eventuali responsabilità ulteriori legate allo smaltimento dei rifiuti e all’impatto ambientale dell’officina abusiva.

Salerno, aggredisce la moglie con un martello e tenta di strangolarla: arrestato

SALERNO – Una scena di violenza brutale nel cuore del centro storico. Un uomo di origini srilankesi è stato arrestato dalla Polizia di Stato con l’accusa di maltrattamenti in famiglia dopo aver aggredito la moglie in piena strada, colpendola con una stampella, poi con un martello, e tentando infine di strangolarla.

L’episodio si è verificato nel pomeriggio di ieri, quando diverse persone hanno segnalato al numero di emergenza una lite violentissima tra due coniugi. Sul posto sono immediatamente intervenuti gli agenti dell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico della Questura di Salerno, che hanno trovato la donna in evidente stato di shock e con ferite al volto e al corpo.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’uomo avrebbe perso il controllo durante una discussione, trasformando il litigio in un vero e proprio tentativo di omicidio. Dopo averla colpita con furia, avrebbe cercato di stringerle le mani al collo, ma è stato fermato appena in tempo dai poliziotti, che lo hanno bloccato e condotto in questura.

La vittima è stata soccorsa e trasportata in ospedale per le cure del caso. Le sue condizioni, pur gravi, non sarebbero tali da metterne in pericolo la vita. L’aggressore si trova ora in stato di arresto e a disposizione dell’autorità giudiziaria.

Avellino, cellulari in cella per continuare a delinquere: 18 indagati nel carcere “Antimo Graziano”

AVELLINO – Un carcere trasformato in una centrale di comunicazione criminale. È quanto emerge dall’indagine che ha portato a una vasta perquisizione nel penitenziario “Antimo Graziano” di Avellino, dove 18 persone — detenute o ex detenute — risultano indagate per l’uso illecito di telefoni cellulari e smartphone all’interno delle celle. L’operazione, condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo provinciale insieme alla Polizia Penitenziaria e al Nucleo Investigativo Regionale della Campania, è scattata su disposizione della Procura di Avellino.

Secondo gli inquirenti, i dispositivi non venivano utilizzati solo per mantenere contatti con l’esterno, ma anche per continuare ad organizzare attività criminali e per compiere nuovi reati. Le indagini, partite nel giugno 2024, hanno rivelato come alcuni detenuti gestissero conversazioni e rapporti attraverso social network e app di messaggistica, spesso con profili falsi o alimentati da dentro il carcere.

Un caso in particolare ha acceso l’allarme: uno degli indagati avrebbe usato il telefono per minacciare e perseguitare la vedova della vittima dell’omicidio per cui è in carcere, configurando così il reato di atti persecutori. Durante la perquisizione, le forze dell’ordine hanno sequestrato diversi dispositivi e materiale utile alle indagini, che ora puntano a ricostruire la rete di comunicazioni e complicità che permetteva ai detenuti di continuare a delinquere anche dietro le sbarre.

Castel Volturno, trovate cinque carte di credito sospette: denunciato un 43enne

CASTEL VOLTURNO – Un controllo di routine si è trasformato in un nuovo colpo al crimine informatico sul litorale casertano. I carabinieri della Tenenza di Castel Volturno hanno denunciato un uomo di 43 anni, residente in città, per possesso e utilizzo indebito di strumenti di pagamento diversi dai contanti. L’operazione, condotta nell’ambito delle attività di contrasto ai reati contro il patrimonio coordinate dal Reparto Territoriale di Mondragone, è scattata nella serata di ieri.

Durante una perquisizione personale e domiciliare, i militari hanno rinvenuto cinque carte di credito intestate a persone diverse dall’indagato. Il 43enne non ha saputo fornire alcuna spiegazione sulla loro provenienza né elementi utili a identificarne i legittimi proprietari. Un dettaglio che ha spinto gli investigatori a sospettare un possibile collegamento con truffe o frodi informatiche.

Le carte sono state immediatamente sequestrate e repertate, restando a disposizione dell’Autorità Giudiziaria in attesa del deposito presso l’Ufficio corpi di reato. Gli accertamenti proseguono per verificare eventuali movimenti illeciti e rintracciare i titolari dei mezzi di pagamento. L’inchiesta si inserisce in una più ampia attività di controllo condotta dai carabinieri per contrastare la crescente diffusione di reati finanziari e truffe online nella zona di Castel Volturno, da tempo al centro dell’attenzione delle forze dell’ordine.

Inaugurato il nuovo sportello tributi a Nocera Inferiore

È stato inaugurato martedì 11 novembre 2025 il nuovo sportello tributi di Nocera Inferiore, gestito dalla Ge.Fi.L.S.p.A.Ge.Fi.L. S.p.A., società affidataria del servizio di riscossione per conto del Comune.

La sede, completamente rinnovata, si trova in via Siciliano 55 e sarà operativa con tre sportelli dedicati agli accertamenti e alla riscossione coattiva di Tari, Imu e sanzioni del Codice della strada. Alla cerimonia di inaugurazione erano presenti il sindaco, Paolo De Maio, il presidente della Commissione Bilancio, Massimo Petrosino, l’assessore alle Politiche Finanziarie, Clara Cesareo e la dirigente del Settore Economico-Finanziario, Mariacarmela Bracciale, insieme ai rappresentanti della società Ge.Fi.L.

Dalla procedura giudiziaria al recupero degli spazi comunali

Il nuovo ufficio sorge negli spazi di proprietà comunale recuperati dopo una lunga vicenda giudiziaria avviata nel 2017 e conclusa grazie a una transazione tra il Comune e i creditori. L’amministrazione De Maio, nel 2023, aveva deliberato l’esternalizzazione della gestione dell’accertamento e della riscossione coattiva, affidando il servizio a Ge.Fi.L. dopo una gara pubblica. L’apertura della nuova sede non rappresenta soltanto l’attuazione di un obbligo contrattuale, ma anche la volontà di Ge.Fi.L., operatore riconosciuto per la propria competenza nella gestione e riscossione dei tributi locali, di radicare la propria presenza sul territorio e instaurare un rapporto diretto con la comunità. La società ha successivamente ristrutturato e allestito gli uffici, restituendo alla città uno spazio moderno e funzionale, concepito come luogo di servizio e ascolto per la cittadinanza.

Il progetto, infatti, mira a garantire ai cittadini uno sportello dedicato e di facile accesso, come sottolineato dall’Amministratore Delegato di Ge.Fi.L., Danilo Riccio: “L’inaugurazione di questa nuova sede in Via Eugenio Siciliano è l’ennesima prova del nostro impegno non solo per l’efficienza, ma per la vicinanza alle comunità. Forti della nostra pluriennale esperienza e delle competenze maturate a livello nazionale nella fiscalità locale, abbiamo investito significativamente per creare uno spazio che sia una ‘mano tesa’ ai cittadini di Nocera Inferiore, frutto di una collaborazione esemplare con l’Amministrazione. Ge.Fi.L. vuole essere un partner affidabile e un punto di riferimento di prossimità per una gestione dei tributi più equa e trasparente.”

L’iniziativa è stata accolta con grande favore dall’Amministrazione Comunale, che vede nell’intervento un elemento chiave per l’efficienza della macchina comunale.

Cesareo: “Un salto di qualità nel rapporto tra amministrazione e cittadini”

“Questi nuovi locali rappresentano un salto di qualità nel rapporto tra amministrazione e contribuente – ha dichiarato Clara Cesareo – L’investimento di Ge.Fi.L. e la creazione di un front office trasparente rendono gli adempimenti tributari più semplici e chiari, migliorando il dialogo tra cittadini e Comune.”

“L’apertura di questo nuovo front office è un esempio concreto della nostra volontà di modernizzare la macchina amministrativa – ha commentato Massimo Petrosino – e di offrire ai cittadini un servizio più efficiente e accessibile.”

De Maio: “Una mano tesa ai cittadini di Nocera Inferiore”

Questa sede è un simbolo di efficienza e vicinanza alla comunità – ha dichiarato il sindaco Paolo De Maio – Siamo impegnati nel recupero dei residui attivi per circa 80 milioni di euro, risorse che serviranno a migliorare i servizi cittadini. Abbiamo voluto creare uno spazio che sia una vera e propria ‘mano tesa’ ai contribuenti di Nocera Inferiore.”

Orari di apertura al pubblico

L’ufficio è aperto al pubblico il lunedì, mercoledì e venerdì dalle 9.00 alle 12.00, e il martedì e giovedì dalle 16.00 alle 17.30.

Notte di terrore a Pomigliano: ladri tentano di rubare auto e minacciano di morte il proprietario

Pomigliano d’Arco  – Una serata da incubo ha trasformato il centro di Pomigliano d’Arco in teatro di un episodio di violenza e intimidazione. Mercoledì 6 novembre, intorno alle 21:20, due malviventi hanno tentato di rubare un’auto in pieno centro, minacciando la vittima con parole che gelano il sangue: “Non urlare, se no ti scassamme ‘a capa” – ovvero “non urlare o ti rompiamo la testa”.

La denuncia, arrivata direttamente al deputato Francesco Emilio Borrelli dell’Alleanza Verdi-Sinistra, accende i riflettori su un territorio sempre più vulnerabile alla criminalità, dove la sicurezza sembra un miraggio.

Tutto è iniziato fuori dal “Nonno Felice Bakery & Pizza”, un locale affollato nel cuore della città. La vittima, un imprenditore locale, era uscito per recuperare un oggetto dalla sua Fiat 500X quando ha sorpreso i due ladri all’opera.

Uno aveva il volto coperto, l’altro no, e stavano forzando la portiera del veicolo. “Appena mi hanno visto, si sono allontanati di scatto”, ha raccontato l’uomo nella sua denuncia, supportata da un video di videosorveglianza che cattura le urla e la minaccia in dialetto napoletano, confermando l’origine dei criminali del territorio.

Non contenti di essere scoperti, i due hanno reagito con arroganza. Mentre la vittima urlava chiedendo spiegazioni, il ladro a volto scoperto ha lanciato l’ultimatum, prima di darsi alla fuga insieme a un terzo complice alla guida di una Citroen DS4 nera, ultimo modello, con il motore già acceso e pronto per la sparizione. L’auto della vittima ha subito danni evidenti alla carrozzeria, vicino al montante del finestrino, un ricordo tangibile dell’assalto.

La beffa si è consumata nei minuti successivi. Cinque minuti dopo l’episodio, l’uomo ha chiamato la caserma dei Carabinieri locale per denunciare il fatto in flagranza, ma la risposta è stata disarmante: “Presentati domani mattina, non ci sono pattuglie disponibili per un sopralluogo immediato”.

Un rifiuto che ha amplificato il senso di abbandono, trasformando un’emergenza in una burocrazia notturna. Questo dettaglio non è solo aneddotico: evidenzia una carenza cronica di risorse sul territorio, specialmente nelle ore serali, quando la criminalità si muove con maggiore impunità.

Il deputato Borrelli, insieme al portavoce locale di Europa Verde Carmine D’Onofrio, ha espresso una condanna netta e ha elevato il caso a simbolo di un problema sistemico. “Siamo davanti a un’escalation criminale sconcertante”, ha dichiarato Borrelli in un’intervista esclusiva.

“I delinquenti non solo agiscono indisturbati, ma hanno l’arroganza di minacciare le vittime in faccia, terrorizzandole per un semplice furto. Un cittadino che reagisce viene non solo derubato, ma umiliato e messo in pericolo di vita. E la risposta delle forze dell’ordine? ‘Nessuna pattuglia disponibile’. È inaccettabile”.

Borrelli non si ferma a una critica: lancia un appello urgente al Governo. “Le promesse di assunzioni e potenziamento delle forze dell’ordine sono rimaste parole al vento. La realtà è drammatica: quando lo Stato non c’è, i criminali ballano, seminando il terrore nelle nostre strade. Chiediamo un intervento immediato e mirato: più poliziotti e carabinieri nel Napoletano, per ridare sicurezza a chi vive e lavora qui. Non possiamo permettere che episodi come questo diventino la norma”.

L’episodio di Pomigliano non è isolato. Negli ultimi mesi, furti d’auto e atti di intimidazione sono aumentati del 20% nella provincia di Napoli, secondo dati preliminari delle forze dell’ordine. La vittima ha sporto denuncia formale il mattino dopo, ma il video e i testimoni oculari potrebbero accelerare le indagini.

 

Il caffè del clan: la guerra silenziosa tra i D’Alessandro per il controllo dei bar di Castellammare

Non solo droga, estorsioni o appalti. Il clan D’Alessandro, padrone storico di Castellammare di Stabia, aveva fiutato anche il profumo degli affari “puliti” — o almeno in apparenza. Caffè, zucchero, bevande: merci comuni, ma in grado di generare introiti e consenso sul territorio, quando a venderle o imporle sono uomini di camorra.

È quanto emerge dall’inchiesta bis della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, che ha riportato alla luce i nuovi affari della cosca di Scanzano. Nel mirino degli investigatori c’è Pasquale Esposito, 50 anni, genero di Luigi D’Alessandro, detto “Gigginiello”, anziano boss del clan tornato in libertà dopo quasi trent’anni di carcere, è anche fratello del defunto padrino Michele D’Alessandro.

Secondo gli inquirenti, era proprio Esposito a gestire la distribuzione “imposta” di caffè e zucchero ai bar della città, approfittando del peso della famiglia.

L’indagine bis e i nuovi arresti

Il suo nome compare nel filone d’inchiesta che ha portato all’arresto di Daniele Amendola, 45 anni, titolare della società di ambulanze New Life, e di Luigi Staiano, 37 anni, figlio di Maria D’Alessandro, figlia di Gigginiello e cugina dei reggenti del clan. Proprio Staiano – già noto alle cronache per aver imposto il servizio “beverage” all’interno dello stadio Romeo Menti – è indicato come il braccio operativo dell’affare del caffè.

Un affare che, secondo la ricostruzione degli investigatori, serviva a ribadire la presenza del clan anche nei circuiti economici più quotidiani: chi voleva vendere o comprare il caffè a Castellammare doveva passare per loro.

Le due fazioni e la guerra del caffè

La scintilla scoppia nell’estate del 2021. Le microspie installate dai carabinieri documentano una vera e propria diatriba familiare tra due rami dei D’Alessandro: da un lato Giovanni D’Alessandro, figlio di Vincenzo detto “Enzuccio”, e Giuseppe Oscurato, dall’altro Pasquale Esposito e il figliastro Luigi Staiano.

Il motivo del contendere? Proprio la gestione della distribuzione del caffè.
Un mercato apparentemente innocuo, ma che nel linguaggio della camorra diventa sinonimo di territorio, introiti e potere.

I primi – Giovanni e Oscurato – si limitavano a vendere il prodotto. I secondi, Esposito e Staiano, lo imponevano con il nome del clan. Un meccanismo rodato: il commerciante non sceglieva, “il caffè te lo porto io, e basta”.

La conversazione al pranzo di famiglia

Il 3 giugno 2021, le cimici dei carabinieri intercettano una lunga conversazione a casa dei, suoceri di Giuseppe Oscurato. È proprio Oscurato a raccontare, con tono risentito, ciò che accade nei bar del centro stabiese:

“Andai al bar …omissis.., quello in mezzo alla Villa… loro già tengono il caffè …, ma Pasquale gliel’ha voluto portare lo stesso. Glielo ha buttato a terra, senza dire niente. Quello il caffè lo impone, non lo propone…”.

Oscurato spiega che lui e Giovanni D’Alessandro stavano cercando di vendere il loro caffè “onestamente”, ma ogni volta che tentavano di proporlo, trovavano la strada sbarrata dagli uomini di Pasquale Esposito.
Il dialogo diventa un piccolo spaccato di potere e paura: il commerciante che non accetta la fornitura rischia di perdere la licenza o peggio; chi la accetta deve farlo in silenzio, senza “far vedere niente a nessuno”.

Il bar e la paura dei commercianti

Il nome del barista torna più volte nelle intercettazioni: è il, titolare di un noto esercizio di Corso Garibaldi, rappresentante di un noto marchio di caffè da cinquant’anni.
A lui, racconta Oscurato, Pasquale Esposito avrebbe imposto il nuovo caffè “di famiglia”, scatenando la tensione:

“Mi disse: ‘Qua se vogliono entrare con un altro caffè devono darmi centomila euro per liquidare .-..omissis… e i contratti’… E io gli dissi che aveva ragione. Ma poi il figlio mi rivelò che era già venuto Pasquale a proporglielo, e che glielo aveva portato pure per un periodo”.

Da lì in avanti, il clima si fa incandescente.Esposito non accetta di essere “rifiutato”: pochi giorni dopo, racconta sempre Oscurato, entra nel bar e scarica il caffè a terra, di forza.
Un gesto che sa di intimidazione, di affronto, ma anche di messaggio al rivale Giovanni D’Alessandro: “questo territorio è mio”.

Minacce e fughe di famiglia

Dopo quell’episodio la frattura diventa insanabile. Dalle successive intercettazioni emerge che Vincenzo D’Alessandro, detto “Enzuccio”, padre di Giovanni, e la moglie, si dicono pronti a ricorrere alla violenza contro Esposito e Staiano.

Una vera e propria guerra interna, come nei vecchi tempi del clan di Scanzano, solo che ora il bottino non è un carico di droga o un appalto, ma il monopolio del caffè.

Le stesse microspie dimostrano che Esposito, negli stessi mesi, era impegnato quotidianamente nella distribuzione “a tappeto” del prodotto: bar, tabacchi, negozi, perfino uffici.Un lavoro che, secondo i carabinieri, rappresentava una rete estorsiva mascherata da attività commerciale.

Poi, ad agosto 2021, il colpo di scena: Pasquale Esposito lascia Castellammare e si trasferisce a Nettuno, nel Lazio.Ma anche quella, spiegano gli inquirenti, non è una scelta volontaria.

“Fu un allontanamento deciso dal suo stesso gruppo – scrivono gli investigatori – per evitare che la guerra interna degenerasse e per salvaguardare i rapporti con il ramo di Vincenzo D’Alessandro”.

Un affare di caffè e sangue

Dietro tazzine e sacchetti di zucchero, c’era molto più che un commercio.
C’era un sistema di potere che trasformava ogni bar in una vetrina del clan, ogni fornitura in un segno di appartenenza, ogni caffè in una tassa imposta col sorriso.

Il “caffè del clan”, come lo chiamano oggi gli investigatori, era la nuova frontiera del racket, una forma aggiornata di controllo del territorio.

 

Terra dei Fuochi: il caso Arzano arriva sul tavolo del Commissario Unico

Arzano – Terra dei Fuochi: il caso Arzano arriva sul tavolo del Commissario Unico per le discariche abusive il Generale di Brigata dei carabinieri, Giuseppe Vadalà, del Procuratore di Napoli Nicola Gratteri e degli organi di polizia giudiziaria.

Con una nota-dossier trasmessa a due Procure e per competenza agli organi preposti ai controlli ambientali e di pubblica sicurezza il Commissario, stante lo stato dei luoghi di alcune realtà sommerse sul territorio arzanese sin dal 2019, avvierà nei prossimi giorni una serie di sopralluoghi mirati al contrasto delle ecomafie e risalire alla filiera delle eventuali responsabilità in materia di controlli e informative.

Il dossier, top secret, tratterebbe diverse zone ad alto rischio non bonificate e risanate dopo anni di sversamento incontrollato e illegale di rifiuti di ogni genere rendendo il territorio arzanese capitale della cosiddetta Terra dei Fuochi. Un segnale importante che in molti attendevano da diversi anni e di attenzione soprattutto al territorio.

Già in altre realtà, il Generale si è detto molto attento, ringraziando soprattutto i tanti cittadini che collaborano a far sì che il lavoro della struttura commissariale non venga vanificato. Un caso che potrebbe riservare risvolti giudiziari di non poco conto.

P.B.

Massa di Somma, in fuga su una Smart rubata si schianta contro cancello: arrestato 19enne

Napoli – Una folle corsa a bordo di un’auto rubata si è conclusa con uno spettacolare schianto contro una ringhiera a Massa di Somma, nel Napoletano. L’episodio ha portato all’arresto di un ragazzo di 19 anni con le accuse di furto e resistenza a pubblico ufficiale.

La vicenda ha avuto inizio quando una pattuglia della sezione radiomobile dei Carabinieri di Torre del Greco, in transito nel comune di San Sebastiano al Vesuvio, ha incrociato una Smart ForFour.

L’attenzione dei militari è stata subito catturata: il modello, la targa e il colore dell’utilitaria corrispondevano perfettamente alla nota di ricerca diramata poco prima dalla centrale operativa, relativa a un veicolo appena sottratto.

Il tentativo di fuga e lo schianto

Alla vista dei lampeggianti e della sirena, il giovane alla guida non si è fermato, ma ha invece pigiato sull’acceleratore, dando il via a un breve ma concitato inseguimento.

La fuga si è conclusa bruscamente in Corso Pirandello, nel limitrofo comune di Massa di Somma. Qui, il 19enne ha perso il controllo della vettura che, ormai fuori controllo, si è schiantata con violenza contro una robusta ringhiera d’acciaio. Miracolosamente, il giovane è risultato illeso nell’impatto.

Immediatamente bloccato dai Carabinieri che lo avevano tallonato, il 19enne è stato tratto in arresto. Sono in corso le procedure per la restituzione della Smart ForFour al legittimo proprietario.

Pozzuoli, agguato ad Andrea Loffredo: arrestato il pistolero

Pozzuoli – Si chiude il cerchio attorno all’agguato di fine estate a Pozzuoli. Alle prime del giuorno di oggi, i Carabinieri della locale Compagnia hanno infatti eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un 26enne del posto, ritenuto l’autore materiale del tentato omicidio di Andrea Loffredo.

L’operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, mette un punto fermo su una vicenda che porta impressa l’ombra della camorra.

I fatti risalgono alla sera del 27 agosto, quando in via Tiberio esplosero tre colpi di pistola in rapida successione. A finire nel mirino fu il 28enne Andrea Loffredo, raggiunto da due proiettili calibro 38 al braccio sinistro.

Una spedizione punitiva in piena regola, eseguita dal 26enne arrestato oggi insieme a un complice ancora ricercato. Loffredo riuscì a salvarsi con una corsa disperata verso l’ospedale Santa Maria delle Grazie, dove i medici giudicarono le sue ferite guaribili in 15 giorni.

Le indagini, condotte senza sosta dai Carabinieri e sollecitate dalla DDA partenopea, hanno permesso di ricostruire non solo la dinamica, ma soprattutto il movente dell’agguato. Non si trattò di un litigio o di un gesto isolato, ma di un’azione pianificata con l’obiettivo di uccidere.

Secondo gli inquirenti, il delitto è aggravato dal metodo mafioso e dalla finalità di agevolare il clan Longobardi-Beneduce, egemone nell’area flegrea, consolidando il controllo sul territorio attraverso la violenza.

Per il 26enne si sono ora aperte le porte del carcere, dove dovrà rispondere delle pesanti accuse di tentato omicidio, detenzione e porto abusivo di arma da sparo. Nel frattempo, è stato fermato anche il complice minorenne , su disposizione della Procura per i monorenni.

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Ischia, da una e-bike rubata un intero deposito di mezzi ricettati: tre denunce

Ischia – Da una denuncia a un’indagine a catena. Tutto è cominciato con la segnalazione di una madre: qualcuno aveva rubato la bici elettrica del figlio, forzando la catena che la legava davanti al liceo. Un episodio apparentemente ordinario, ma sufficiente ad attivare le indagini dei Carabinieri della Stazione di Ischia.

Grazie all’analisi delle immagini di videosorveglianza della zona, i militari hanno rapidamente identificato il presunto autore del furto: un 45enne del posto, già noto alle forze dell’ordine. L’uomo è stato rintracciato poco dopo, ma della bici non vi era più traccia.

La pista porta a un acquirente e a un deposito sospetto

Le ricerche hanno permesso di rintracciare il mezzo nelle mani di un 68enne che l’aveva appena acquistato, pagando al 45enne una cifra ben lontana dal reale valore di mercato. Entrambi sono stati denunciati per ricettazione.
Durante gli approfondimenti, è emersa un’ulteriore figura coinvolta: un 58enne ischitano, anche lui finito nei guai.

L’officina fantasma di via De Luca

Proseguendo le verifiche, i Carabinieri hanno scoperto un vero e proprio deposito di veicoli e materiali di dubbia provenienza, nascosto in un capanno in via De Luca. All’interno, un’officina abusiva trasformata in un “cimitero meccanico”: 177 batterie di scooter e automobili, numerosi pezzi di ricambio, telai e 19 biciclette elettriche.

Il capannone è stato posto sotto sequestro, mentre proseguono gli accertamenti per risalire ai legittimi proprietari dei mezzi e per chiarire la rete di ricettazione che sembra essersi sviluppata sull’isola.

Negli ultimi mesi, sull’isola d’Ischia si è registrato un aumento dei furti di biciclette elettriche, sempre più diffuse e costose. Il caso dell’officina abusiva scoperta dai Carabinieri potrebbe rappresentare un tassello importante per frenare il fenomeno e restituire i mezzi sottratti ai legittimi proprietari.

Avellino, alta tensione in carcere: maxi-rissa tra detenuti italiani e stranieri

Aavellino – Torna a salire la tensione nella Casa Circondariale di Avellino Bellizzi. Nella giornata di ieri, 12 novembre, un violento alterco è scoppiato nel reparto “comuni”, trasformandosi in una maxi-rissa che ha visto contrapposti numerosi detenuti italiani e stranieri.

A lanciare l’allarme è Raffaele Troise, Responsabile della Segreteria Gau Uilpa Polizia Penitenziaria di Avellino.

Secondo la ricostruzione del sindacato, la rissa ha coinvolto un “cospicuo numero di detenuti” per motivi che, al momento, restano ancora da chiarire. Il tempestivo intervento degli Agenti di Polizia Penitenziaria, coordinati dalla Sorveglianza e dalla Direzione, è stato decisivo. Nonostante le “non poche difficoltà” incontrate per sedare gli animi e riportare l’ordine, gli agenti sono riusciti a evitare un “epilogo drammatico”, trattenendosi in servizio ben oltre il loro orario di lavoro per stabilizzare la situazione.

L’ombra del sovraffollamento

L’episodio, tuttavia, non è un fulmine a ciel sereno. La Uilpa punta il dito contro la condizione strutturale dell’istituto, che minaccia di vanificare gli sforzi quotidiani per mantenere la sicurezza.

Il vero nodo critico, denuncia Troise, è il grave sovraffollamento: “Ad oggi si contano più di 630 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 500”. Una situazione esplosiva, aggravata dal fatto che una sezione dell’istituto risulta attualmente chiusa, aumentando ulteriormente la pressione sulle aree restanti.

“Si sta lavorando quotidianamente per evitare nuove criticità che possano riportare l’Istituto a giorni nefasti”, sottolinea il sindacalista. “Ma in mancanza di interventi per il deflazionamento dell’utenza, la strada intrapresa sembra portare inevitabilmente a una nuova paralisi”.

L’appello all’Amministrazione

Di fronte all’ennesimo campanello d’allarme, la Uilpa Polizia Penitenziaria torna a chiedere un intervento urgente. Mentre esprime il proprio elogio “a coloro che costantemente si impegnano per garantire l’ordine e la sicurezza” nel penitenziario irpino, il sindacato sollecita “maggiore attenzione” da parte dell’Amministrazione centrale.

L’appello è chiaro: “Chiediamo di intervenire celermente per la risoluzione della problematica”, conclude Troise, evidenziando come la gestione dell’emergenza non possa più poggiare unicamente sul sacrificio del personale in prima linea.

Napoli, investito a Ponticelli: muore dopo un mese in ospedale

Napoli – È morto dopo un mese di disperata lotta tra la vita e la morte, prima al Cardarelli e poi all’Ospedale del Mare. La città piange Mario Castello, 46 anni, l’ultima vittima di un asfalto sempre più insanguinato, investito in pieno a Ponticelli, in via Mario Palermo, mentre si accingeva ad attraversare la strada sulle strisce pedonali.

La tragedia risale a poco più di un mese fa. Mario Castello era appena sceso da un autobus e si stava dirigendo verso le strisce in via Mario Palermo, quando è stato violentemente sbalzato da una Renault guidata da un uomo di 62 anni.

L’impatto è stato fatale. Dopo cinque giorni trascorsi in Rianimazione al Cardarelli, il 46enne è stato trasferito in terapia intensiva all’Ospedale del Mare, dove ieri il suo cuore ha smesso di battere.

Come avviene per tutti i sinistri mortali, l’indagine è stata immediatamente presa in carico dalla sezione Infortunistica stradale della Polizia Municipale, diretta da Vincenzo Cirillo. I rilievi tecnici sul posto hanno confermato un elemento chiave ai fini degli accertamenti dell’autorità giudiziaria: Mario Castello stava effettivamente attraversando in prossimità delle strisce pedonali.

L’automobilista sessantaduenne al volante della Renault è stato sottoposto ai test tossicologici di rito, con il conseguente ritiro della patente e il sequestro preventivo del veicolo.

Emergenza pedoni: 8 vittime su 19 morti totali

La scomparsa di Mario Castello non è un caso isolato, ma si inserisce in un quadro drammatico per il capoluogo partenopeo. Con lui, salgono a otto i pedoni coinvolti in investimenti mortali dall’inizio dell’anno. Un dato agghiacciante che rappresenta quasi la metà del bilancio complessivo, che conta 19 morti in sinistri stradali a Napoli dal primo gennaio 2025.

Solo nelle ultime 48 ore, la cronaca ha registrato un’altra vittima della strada: Nazario Cretella, il 93enne napoletano travolto lo scorso 7 novembre in via Simone Martini, nel quartiere Vomero.

La protesta: “Non chiamateli incidenti”

L’ondata di lutto e la percezione di una vera e propria emergenza sicurezza hanno scatenato la rabbia e l’indignazione della società civile. Una serie di associazioni e comitati, riuniti sotto il nome di “Napoli città 30”, insieme a numerose famiglie delle vittime della strada, annunciano la mobilitazione.

L’appuntamento è per domenica 16 novembre: cortei a piedi e in bicicletta confluiranno alle 11:30 in piazza Plebiscito per un Flash mob dal titolo inequivocabile: “Non chiamateli incidenti, basta morti in strada!”. Una richiesta di attenzione e di misure concrete per tutelare la vita dei cittadini, a partire dalla riduzione della velocità nei centri urbani.

Sarno, 34enne gambizzato in strada a Crotone: in auto aveva tre chili di hashish

Sarebbe legato al mondo dello spaccio il ferimento di C.N., 34 anni, residente a Sarno , avvenuto nella serata dell’8 novembre a Crotone, nel quartiere nord di Tufolo-Farina.

Secondo una prima ricostruzione, l’uomo avrebbe avuto una accesa discussione con un gruppo di persone, degenerata poi in una sparatoria: C.N. è stato raggiunto da tre colpi d’arma da fuoco a una gamba.

Soccorso e trasportato d’urgenza all’ospedale “Pugliese” di Catanzaro, è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico per fermare una grave emorragia. La prognosi resta riservata, ma non sarebbe in pericolo di vita.

Durante i controlli successivi, gli agenti della Squadra Mobile della Questura di Crotone, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno trovato nell’auto della vittima tre chili di hashish, quantità tale da far scattare un provvedimento di arresto nei suoi confronti.

Gli investigatori non escludono che si sia trattato di una “gambizzazione punitiva” legata a contrasti interni al mondo dello spaccio di droga. Le forze dell’ordine stanno acquisendo immagini di videosorveglianza e raccogliendo testimonianze per identificare i responsabili dell’agguato e chiarire i motivi del gesto.

Le indagini sono rivote anche a stabilire il ruolo del 34enne nel mondo dello spaccio, quello di correiere e quindi risalire ai fornitori della droga e a chi era destinata quella droga. Se l’avesse acquistata in Calabria o la stava trasportando dalla Campania.

N.M.