Napoli, domani i funerali

E’ deceduto Diego Marmo, il pm che guidò l’accusa contro Enzo Tortora





Fu il volto della pubblica accusa nel più grave errore giudiziario italiano, arrivando a definire il presentatore "un cinico mercante di morte". Solo nel 2014 le scuse pubbliche alla famiglia.
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Napoli – Si è spento all’età di 88 anni Diego Marmo, il magistrato napoletano il cui nome è rimasto indissolubilmente legato a una delle pagine più oscure e dolorose della storia giudiziaria italiana: il processo a Enzo Tortora.

Il decesso, reso noto soltanto nella giornata odierna, risale a domenica 3 maggio. Le esequie si terranno domani mattina, 5 maggio, alle ore 11:00 a Napoli, presso la Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini in piazza degli Artisti.

Il “grande accusatore” e il calvario di Tortora

Nel corso della sua lunga carriera, durante la quale ha ricoperto anche il delicato incarico di procuratore capo a Torre Annunziata affrontando anni difficili di lotta alla criminalità organizzata, Diego Marmo divenne il volto inflessibile della pubblica accusa nel processo di primo grado contro il celebre conduttore di Portobello.

Era la metà degli anni Ottanta quando Enzo Tortora venne arrestato e accusato ingiustamente di associazione camorristica e traffico di droga, sulla base delle sole dichiarazioni di pentiti di dubbia attendibilità (come Pasquale Barra e Giovanni Pandico), senza alcun riscontro oggettivo.

Durante la requisitoria, Marmo si distinse per una linea durissima, che non lasciava spazio al dubbio. Destò enorme scalpore la veemenza con cui il pm si scagliò contro il presentatore in aula, arrivando a definirlo pubblicamente “un cinico mercante di morte” e chiedendo – e ottenendo in primo grado, nel 1985 – la sua condanna a dieci anni di carcere.

Tortora, che visse un vero e proprio calvario fisico e psicologico, fu poi assolto con formula piena in Appello (1986) e in Cassazione, per poi spegnersi prematuramente nel 1988 a causa di un tumore.

Le scuse tardive dopo trent’anni

Per decenni, il nome di Marmo è rimasto il simbolo di quella che il giornalista Giorgio Bocca definì la “più grande macelleria giudiziaria” italiana. Il magistrato difese a lungo il proprio operato, sostenendo di aver agito in buona fede sulla base degli elementi allora a disposizione.

La svolta arrivò solamente nel 2014, ben trent’anni dopo i fatti. Nominato assessore alla Legalità nel Comune di Pompei, Marmo fu travolto da un’ondata di polemiche proprio in virtù del suo passato nel caso Tortora. La pressione mediatica e istituzionale lo spinse non solo a rassegnare le dimissioni dall’incarico, ma anche a compiere un passo storico: il mea culpa.

In un’intervista confessò lucidamente il fallimento di quell’impianto accusatorio, chiedendo perdono alla famiglia del conduttore: “Ho sbagliato, chiedo scusa alla famiglia Tortora. Mi sono portato dentro questo tormento per troppo tempo”. Un’ammissione tardiva che, seppur accolta freddamente all’epoca, ha rappresentato l’atto finale di una tragedia giudiziaria che ha segnato per sempre l’Italia.

In breve

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