

Nell’immagine, un riferimento ai fatti narrati.
Enzo Del Re era un compagno vero. Uno di quelli che non predicavano bene per poi, sotto sotto, fare i propri interessi. Uno di quelli che non trasformavano la lotta in una posa, né le proprie idee in uno strumento per conquistare visibilità o convenienza.
Enzo Del Re cantava davvero ciò in cui credeva. E lo faceva con una sedia, con la sua voce e con parole capaci di raccontare il lavoro, la fatica, lo sfruttamento e la dignità di chi ogni giorno era costretto a vendere il proprio tempo per vivere.
Era uno di quei personaggi che oggi sembrano appartenere a un’altra epoca. Un musicista impegnato, radicale, coerente, capace di attraversare gli anni senza cambiare pelle. Mentre intorno molti imparavano a predicare una cosa e a praticarne un’altra, Enzo restava fedele alla sua parte: quella dei lavoratori, degli ultimi, degli esclusi, di chi non aveva voce.
Non era il compagno raccontato con ironia e amarezza da Gli onorevoli di Totò, film capace di fotografare con straordinaria precisione i vizi della politica italiana: le promesse, le ipocrisie, i trasformismi e l’arte di pensare prima di tutto ai propri interessi.
Enzo era l’opposto di quella politica. Non prometteva ciò che non poteva mantenere e non usava la sinistra come un’etichetta. La sua militanza era concreta, quotidiana, visibile. Si riconosceva nel modo in cui viveva, nel modo in cui cantava e perfino nel modo in cui saliva sul palco.
La sua sedia non era soltanto uno strumento musicale. Era un simbolo. Un oggetto povero, comune, quasi banale, trasformato in percussione e in segno di una scelta precisa: fare musica senza separarsi dalla realtà, senza nascondere la fatica dietro grandi produzioni o scenografie.
Del Re aveva iniziato a comporre giovanissimo e, nel corso della sua carriera, aveva collaborato con artisti come Antonio Infantino e Dario Fo, partecipando a esperienze teatrali e musicali legate alla cultura popolare e alla scena politica degli anni Sessanta e Settanta. La sua musica nasceva dal corpo, dalla voce, dagli oggetti quotidiani e dalla lingua, con una forte presenza del dialetto e della tradizione popolare.
Il suo brano più celebre, Lavorare con lentezza, composto nel 1974, divenne anche la sigla di Radio Alice, una delle esperienze più importanti della comunicazione alternativa italiana. La canzone non era un semplice invito a lavorare meno. Era una critica al lavoro trasformato in sacrificio permanente, alla produttività elevata a valore assoluto, alla vita divorata dai ritmi imposti dal sistema.
A quella canzone Enzo legava spesso Tengo ’na voglia e fa niente. Due brani che, ancora oggi, sembrano parlare direttamente al nostro presente.
“Lavorare con lentezza” e “tengo ’na voglia e fa niente” raccontano una stanchezza che non è soltanto personale. È la stanchezza di chi vive in un mondo che chiede sempre di più e restituisce sempre meno: più ore, più disponibilità, più sacrifici, più precarietà, ma salari insufficienti, diritti ridotti e nessuna certezza per il futuro.
Per questo le parole di Enzo Del Re continuano a essere attuali. Perché non appartengono soltanto agli anni Settanta. Parlano anche ai giovani costretti ad accettare lavori sottopagati, ai precari, agli operai, a chi non riesce più a distinguere il tempo della vita da quello del lavoro.
Il 1° maggio 2010 Enzo tornò sul palco di Piazza San Giovanni, a Roma, durante il tradizionale Concerto del Primo Maggio (qui il video), all’interno dell’esibizione di Vinicio Capossela. Seduto sulla sua inseparabile sedia, cantò proprio Lavorare con lentezza e Tengo ’na voglia e fa niente. Fu una presenza breve, ma potentissima. In mezzo alla grande macchina dello spettacolo, Enzo sembrava arrivare da un altro tempo. Non aveva bisogno di effetti speciali, di grandi arrangiamenti o di una band imponente. Gli bastavano la sua voce, il ritmo delle mani e quella sedia che ormai rappresentava un’intera idea di musica e di politica.
Era rimasto uguale a se stesso. E forse proprio per questo la sua presenza sul palco del Primo Maggio ebbe un significato così forte. Enzo non era tornato per nostalgia. Era tornato perché quello che aveva da dire era ancora necessario.
Enzo Del Re è morto nel 2011, quasi in silenzio, dopo una vita trascorsa a cantare senza mai separare l’arte dalla responsabilità. Vinicio Capossela lo ricordò con un omaggio dal titolo evocativo: Enzo Del Re, la sedia e la valigia. Due oggetti capaci di riassumere la sua storia: la sedia come strumento e simbolo, la valigia come immagine di un artista sempre in viaggio tra piazze, teatri, feste politiche e luoghi della cultura popolare.
Oggi Enzo non c’è più, ma continua a essere un riferimento per quella parte della sinistra che ancora riconosce nella coerenza un valore e nella parola “lotta” qualcosa di più serio di uno slogan.
Ci piace ricordarlo così: con la sua sedia, la sua voce e la sua ironia. Un compagno vero, uno di quelli che non predicavano bene per poi fare i propri affari. Uno che non ha mai cercato scorciatoie, non ha mai rinnegato le proprie idee e non ha mai smesso di stare dalla parte di chi lavorava, soffriva e lottava.
Enzo Del Re era un compagno tra i compagni. E lo è rimasto fino alla fine.
Una nuova inchiesta della magistratura e il pianto di un'intera comunità si abbattono nuovamente sull'ospedale… Leggi tutto
Cosa ci riservano le stelle domenica 11 ottobre 2026? Scopriamolo attraverso un estratto delle previsioni… Leggi tutto
ASMEL lancia un Maxi Avviso per formare e aggiornare 39 elenchi di idonei destinati ad… Leggi tutto
Comune di Napoli: concorso pubblico per 110 posti a tempo pieno nei servizi sociali territoriali… Leggi tutto
La sconfitta per 3-0 contro il Napoli lascia amarezza in casa Frosinone. Massimiliano Alvini riconosce… Leggi tutto
Kevin De Bruyne protagonista assoluto nella vittoria del Napoli per 3-0 contro il Frosinone. Con… Leggi tutto