Quindici imputati, una lunga attività investigativa e un quadro accusatorio che attraversa alcuni dei principali equilibri criminali di Scampia. È arrivato alla fase della requisitoria il procedimento che vede coinvolti presunti esponenti del clan Raia, organizzazione che, secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, avrebbe consolidato la propria presenza nell’area dello Chalet Bakù e dell’Oasi del Buon Pastore attraverso il controllo delle piazze di spaccio, la pressione sugli alloggi popolari e il ricorso all’intimidazione.
Al termine della requisitoria, il pubblico ministero Giugliano ha chiesto pene che, sommate, raggiungono 239 anni, un mese e quattro giorni di carcere. Le richieste più elevate, pari a vent’anni di reclusione ciascuna, riguardano sette imputati: Costantino Raia, Francesco Raia, Patrizio Raia, Carmela Ruggiero, Pietro Gemito, Vincenzo Gemito e Francesco Esposito.
Per Antonio Garzia la richiesta è di diciotto anni e otto mesi, mentre per Giovanni Raia la Procura ha invocato diciotto anni di reclusione. Seguono Luigi Ruffo, per il quale sono stati chiesti tredici anni e quattro mesi, e quattro imputati destinatari di richieste pari a dodici anni ciascuno: Pasqualina Raia, Salvatore Russo, Massimiliano Parlato e Ciro Gabriele. Per Tommaso Rusciano, infine, la pena richiesta è di tredici mesi e quattro giorni.
La cifra complessiva restituisce il peso delle richieste formulate dall’accusa. Si tratta, tuttavia, di conclusioni della Procura e non di condanne definitive: la responsabilità penale di ciascun imputato dovrà essere accertata in sede giudiziaria, nel rispetto della presunzione di innocenza.
L’inchiesta partita nel 2019: intercettazioni e collaboratori di giustizia
L’indagine sul gruppo Raia si inserisce in un’attività investigativa avviata nel 2019 e sviluppata dalla Dda di Napoli con il contributo degli investigatori della sezione Criminalità organizzata della Squadra mobile della Questura e dei carabinieri del Comando provinciale.
La ricostruzione accusatoria sarebbe stata costruita attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali, riscontri investigativi e dichiarazioni di sei collaboratori di giustizia. Tra i nomi richiamati negli atti figurano Gennaro Notturno, conosciuto come «Saracino», e Luigi Rignante.
Le conversazioni captate dagli investigatori avrebbero consentito di ricostruire rapporti interni, modalità di gestione degli affari e presunti meccanismi di ripartizione dei proventi. Le dichiarazioni dei collaboratori avrebbero contribuito, invece, a delineare gli equilibri tra i gruppi criminali attivi nell’area nord di Napoli e l’evoluzione dei rapporti tra la famiglia Raia e altre organizzazioni camorristiche.
A febbraio scorso, secondo il materiale relativo all’inchiesta, sono state eseguite quindici misure cautelari in carcere nell’ambito delle contestazioni che comprendono associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti ed estorsioni.
Tra i destinatari dei provvedimenti figuravano Costantino e Francesco Raia, già detenuti per altri reati, oltre a Pasqualina Raia. Le misure cautelari rappresentano provvedimenti adottati nel corso delle indagini e non costituiscono, da sole, una dichiarazione definitiva di colpevolezza.
Chalet Bakù e Oasi del Buon Pastore: il controllo delle piazze di spaccio
Il cuore dell’impianto accusatorio riguarda il presunto controllo delle attività di spaccio in due aree considerate strategiche per gli equilibri criminali di Scampia: lo Chalet Bakù, con particolare riferimento ai lotti T/A e T/B, e l’Oasi del Buon Pastore, nell’area del lotto R.
Secondo la Dda, il gruppo avrebbe organizzato una rete di distribuzione degli stupefacenti caratterizzata da una suddivisione dei compiti, da riferimenti operativi sul territorio e da collegamenti tra chi avrebbe curato l’approvvigionamento e chi si sarebbe occupato della vendita al dettaglio.
La gestione delle piazze avrebbe rappresentato, nell’ipotesi investigativa, una delle principali fonti di guadagno dell’organizzazione. Ma il controllo della droga non sarebbe stato soltanto una questione economica: avrebbe costituito anche uno strumento per affermare la propria presenza, condizionare gli altri gruppi e mantenere una posizione dominante in una porzione del quartiere.
La ricostruzione degli inquirenti prospetta un sistema nel quale le attività quotidiane sarebbero state sostenute da una struttura organizzativa capace di coordinare le operazioni e garantire la continuità degli affari anche in caso di arresti o detenzioni.
Le contestazioni riguardano inoltre il traffico di armi e l’impiego di telefoni cellulari dagli istituti di pena, che, secondo l’accusa, avrebbero permesso di mantenere i collegamenti tra gli affiliati liberi e quelli detenuti.
Le «stese» e la contrapposizione con i gruppi rivali
Nell’inchiesta viene attribuito rilievo anche alle cosiddette «stese», azioni dimostrative con armi da fuoco che, nelle dinamiche della criminalità organizzata, possono assumere una funzione intimidatoria e segnalare la presenza di un gruppo in un determinato territorio.
Secondo la ricostruzione accusatoria, questi episodi si inserirebbero in una più ampia strategia di consolidamento delle posizioni criminali e di pressione sulle realtà concorrenti.
Il quadro delineato dagli investigatori riguarda in particolare l’evoluzione dei rapporti con il clan Abete-Notturno, indicato nel materiale come un tempo alleato del gruppo Raia. La progressiva affermazione della famiglia avrebbe modificato gli equilibri preesistenti, con una diversa distribuzione delle aree d’influenza e delle piazze di spaccio.
In questa prospettiva, il controllo del territorio sarebbe passato attraverso più strumenti: la gestione delle attività illecite, la disponibilità degli immobili, la capacità di esercitare pressione sugli avversari e il mantenimento di una rete di collegamenti tra i diversi componenti del gruppo.
Le singole condotte contestate dovranno naturalmente essere valutate alla luce degli elementi acquisiti nel procedimento e delle responsabilità attribuite a ciascun imputato.
Gli alloggi popolari: le pressioni per liberare gli appartamenti
Uno dei capitoli più significativi dell’inchiesta riguarda la presunta gestione degli alloggi popolari. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe esercitato pressioni per acquisire la disponibilità di appartamenti occupati o riconducibili ad altre persone, con l’obiettivo di destinarli ad affiliati oppure di inserirli in un circuito di trasferimenti illeciti.
L’ipotesi accusatoria descrive un meccanismo nel quale il controllo delle abitazioni avrebbe contribuito a rafforzare il radicamento territoriale dell’organizzazione. Gli immobili avrebbero potuto rappresentare, in questa ricostruzione, una risorsa logistica e uno strumento per consolidare la presenza del gruppo nelle aree considerate strategiche.
Particolare rilievo viene attribuito ai rapporti con l’area Notturno. Il gruppo Raia, descritto come una costola originariamente legata a quell’ambiente criminale, avrebbe progressivamente acquisito autonomia, arrivando, secondo l’accusa, a esercitare pressioni anche nei confronti di soggetti appartenenti alla precedente area di riferimento.
La finalità contestata sarebbe stata quella di liberare appartamenti e consolidare il controllo sulle abitazioni popolari. Un quadro che, se confermato nelle sedi giudiziarie, delineerebbe una forma di condizionamento del territorio capace di andare oltre il mercato degli stupefacenti e di incidere sulla disponibilità degli immobili e sulla vita dei residenti.
La cassa comune e le «mesate» per gli affiliati detenuti
Tra gli aspetti evidenziati dagli investigatori figura la presunta esistenza di una cassa comune alimentata dai proventi delle attività illecite.
Le risorse sarebbero state destinate al funzionamento dell’organizzazione e al sostentamento dei suoi componenti, compresi quelli detenuti. In questo contesto si inseriscono le cosiddette «mesate», somme periodiche che, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbero state distribuite agli affiliati e ai loro familiari.
Le intercettazioni avrebbero documentato discussioni sulla ripartizione del denaro tra i componenti del gruppo. Secondo quanto riportato negli atti, le quote più consistenti sarebbero state riconosciute a chi era libero e poteva occuparsi direttamente degli affari sul territorio, mentre somme differenti sarebbero state destinate ai congiunti detenuti.
Per gli inquirenti, questo meccanismo costituirebbe un possibile indice della capacità del sodalizio di organizzare le proprie risorse e garantire continuità ai rapporti interni anche quando alcuni dei presunti promotori si trovavano in carcere.
La cassa comune avrebbe quindi svolto, nell’ipotesi accusatoria, una funzione essenziale per la tenuta economica del gruppo e per il sostegno dei suoi componenti. Anche in questo caso, il significato probatorio delle conversazioni e la responsabilità dei singoli dovranno essere valutati dal giudice.
Dai Notturno al clan Amato-Pagano
L’inchiesta colloca il gruppo Raia nel più ampio scenario della camorra dell’area nord di Napoli, con particolare riferimento al clan Amato-Pagano, formazione riconducibile all’area degli scissionisti nata dalla frattura con il clan Di Lauro nel 2004.
Secondo la ricostruzione investigativa, il gruppo avrebbe progressivamente consolidato la propria autonomia, sottraendo spazi d’influenza al clan Notturno e rafforzando la propria presenza nei lotti T/A e T/B dello Chalet Bakù e nell’area dell’Oasi del Buon Pastore.
Negli atti viene richiamata anche la scarcerazione di Costantino Raia, avvenuta il 28 dicembre 2018, come uno degli snodi temporali utili a inquadrare la successiva evoluzione degli equilibri criminali.
Il sodalizio avrebbe operato con significativi margini di autonomia fino al 12 dicembre 2022 e che, successivamente, sarebbe stato inserito in una cornice di tutela riconducibile al clan Amato-Pagano, con riferimento alle figure di Alessandro De Cicco e Luigi Diano.
È la lettura proposta dagli investigatori per spiegare i rapporti tra le diverse componenti criminali e il ruolo che il gruppo avrebbe assunto nella gestione delle attività illecite a Scampia. La portata di tali collegamenti e le eventuali responsabilità individuali restano oggetto di valutazione processuale.
La struttura organizzativa: vertici, coordinatori e addetti alle piazze
La ricostruzione contenuta negli atti descrive il presunto sodalizio come una struttura articolata su più livelli, con una cabina di regia familiare e una serie di figure operative incaricate di assicurare il funzionamento quotidiano delle attività.
Al vertice vengono collocati Costantino, Francesco, Patrizio e Giovanni Raia. Secondo l’accusa, a loro sarebbe spettato il compito di impartire direttive, coordinare gli affari e assumere le decisioni più delicate relative alla gestione delle piazze, agli incassi e ai rapporti con le altre realtà criminali.
Una fascia intermedia sarebbe stata composta da persone incaricate di organizzare le attività sul territorio. Tra i nomi indicati figurano Luigi Ruffo, Carmela Ruggiero, Pietro Gemito, Antonio Garzia e Francesco Esposito. A Vincenzo Gemito viene attribuito un ruolo operativo nella gestione del sodalizio.
La suddivisione dei compiti avrebbe riguardato anche specifiche sostanze e singole fasi della filiera dello spaccio. Massimo Dannier viene indicato come referente della piazza di hashish e marijuana allo Chalet Bakù. Salvatore Russo e Tommaso Rusciano sarebbero stati coinvolti nella gestione quotidiana delle piazze e nella vendita al dettaglio.
A Massimiliano Parlato viene attribuita la cura del trasporto, del taglio e del confezionamento delle sostanze, passaggi funzionali alla preparazione delle dosi destinate al mercato. Ciro Gabriele viene invece indicato come spacciatore nelle piazze dello Chalet Bakù.
Vincenzo Gemito e Pietro Gemito compaiono tra i nomi per i quali sono state indicate richieste di vent’anni di reclusione, mentre Francesco Esposito figura anch’egli tra i destinatari della medesima richiesta. Per gli altri soggetti citati nella ricostruzione investigativa, le pene riportate nel materiale disponibile non coincidono necessariamente con il ruolo loro attribuito negli atti.
La distinzione è importante: l’inquadramento investigativo delle mansioni non sostituisce l’accertamento giudiziario delle condotte contestate, né consente di dedurre automaticamente la responsabilità di ciascun soggetto.
Tutte le richieste di condanna: sette imputati rischiano vent’anni
La Procura ha chiesto la pena più alta, pari a vent’anni di reclusione, per sette imputati. Si tratta di Costantino Raia, Francesco Raia, Patrizio Raia, Carmela Ruggiero, Pietro Gemito, Vincenzo Gemito e Francesco Esposito.
Per Antonio Garzia la richiesta è di diciotto anni e otto mesi, mentre per Giovanni Raia sono stati invocati diciotto anni. La pena richiesta per Luigi Ruffo è di tredici anni e quattro mesi.
Dodici anni di reclusione sono stati chiesti per Pasqualina Raia, Salvatore Russo, Massimiliano Parlato e Ciro Gabriele. Per Tommaso Rusciano, infine, la richiesta è di tredici mesi e quattro giorni.
La somma di tutte le pene individuali indicate porta il totale a 239 anni, un mese e quattro giorni di reclusione.
L’elenco completo
Costantino Raia: 20 anni.
Francesco Raia: 20 anni.
Patrizio Raia: 20 anni.
Carmela Ruggiero: 20 anni.
Pietro Gemito: 20 anni.
Vincenzo Gemito: 20 anni.
Francesco Esposito: 20 anni.
Antonio Garzia: 18 anni e 8 mesi.
Giovanni Raia: 18 anni.
Luigi Ruffo: 13 anni e 4 mesi.
Pasqualina Raia: 12 anni.
Salvatore Russo: 12 anni.
Massimiliano Parlato: 12 anni.
Ciro Gabriele: 12 anni.
Tommaso Rusciano: 13 mesi e 4 giorni.
La requisitoria rappresenta un passaggio centrale del procedimento, nel quale l’accusa sottopone al giudice la propria valutazione degli elementi raccolti e formula le richieste di pena per ciascun imputato.
Il quadro investigativo descritto dalla Dda prospetta un’organizzazione capace di tenere insieme traffico di stupefacenti, presunte estorsioni, controllo degli alloggi e gestione dei proventi illeciti. Le intercettazioni, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e gli altri riscontri vengono indicati come gli strumenti attraverso i quali gli investigatori avrebbero ricostruito i rapporti interni e le dinamiche territoriali.
La valutazione finale spetta però al Tribunale di Napoli. Le pene indicate sono richieste formulate dal pubblico ministero e non sentenze di condanna. Per tutti gli imputati resta fermo il principio della presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva.
(da sinistra in alto: Costantino Raia, Francesco Raia, Patrizio Raia, Carmela Ruggiero e Pietro Gemito; in basso da sinistra Francesco Esposito,Antonio Garzia, Giovanni Raia, Pasqualina Raia e Salvatore Russo)



