Napoli– Sempre più persone arrivano in studio con la stessa difficoltà: non sanno gestire l’ecoansia, l’ansia innescata dai problemi ecologici e ambientali, sul piano globale e sotto casa. Lo racconta Vincenzo Barretta, psichiatra e direttore scientifico del Centro Noesis di Napoli, dopo un’estate pesante per le conseguenze del cambiamento climatico e con nuovi allarmi dal territorio: i lavori di bonifica a Bagnoli e i roghi a rischio tossicità, ultimo quello della sera del 21 settembre a Napoli Est, in via Nuova delle Brecce.
«Generano preoccupazioni e angosce che vanno gestite per non pregiudicare la qualità della vita», afferma Barretta.L’ecoansia non è una diagnosi. Non compare nel Dsm-5-Tr né nell’Icd-11. È però una condizione studiata da anni.
Già nel 2017 l’American Psychological Association la descriveva come una paura cronica del disastro ambientale. La percezione, oggi, è più acuta: è cresciuta la consapevolezza di intere fasce di popolazione. Uno studio del 2021 su The Lancet Planetary Health, condotto su diecimila giovani tra i 16 e i 25 anni in dieci Paesi, ha rilevato che per oltre il 45% di loro queste preoccupazioni pesano negativamente sulla vita quotidiana.
Due livelli, uno stesso disagio
Secondo Barretta gli interventi vanno su due piani. Il primo è personale. Quando la minaccia è vicina, i trigger sono concreti: l’odore acre, la colonna di fumo, le immagini del cantiere. Il filosofo Glenn Albrecht ha chiamato solastalgia questa sofferenza: il disagio di chi vede degradarsi il luogo in cui vive, senza bisogno di andarsene.A renderla ingestibile sono soprattutto l’incertezza e la sensazione di non avere controllo. Si entra in ipervigilanza, si rimugina, si controllano di continuo notizie e bollettini.
«Il lavoro da fare è distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non ne dipende, e riportare la preoccupazione alla sua funzione originaria: spingerci ad agire, non paralizzarci».Poi c’è il meccanismo dei social. Gli algoritmi alimentano bias noti. Chi si informa sulla bonifica di Bagnoli perché è preoccupato dai dragaggi viene raggiunto da un flusso crescente di contenuti sullo stesso tema.
Le piattaforme premiano i post più divisivi e più carichi di emozione, perché generano più interazioni. Scattano il bias di conferma — si cercano e si ricordano le informazioni che danno ragione alle paure — e l’euristica della disponibilità: un rischio sembra più probabile quanto più spesso lo si vede. «Chi è già nel vortice difficilmente ne esce con uno sguardo obiettivo».
Il nodo istituzionale
La questione, però, non finisce nella sfera privata. «Se è vero che la prima difesa spetta all’individuo, è altrettanto vero che è necessaria una buona comunicazione dall’alto per non trasformare le giuste preoccupazioni in un problema sociale. L’amministratore ha il dovere, da buon padre di famiglia, di occuparsi dei cittadini tenendo conto di aspetti della salute collettiva un tempo sottovalutati.
La salute emotiva e comportamentale è uno di questi».Per evitare «vere escalation sociali», sostiene Barretta, serve «una diversa sensibilità da parte delle istituzioni nella comunicazione verso i cittadini».L’esempio più vicino è Bagnoli. Nelle scorse ore è stato firmato il protocollo d’intesa che istituisce, in via sperimentale, l’Osservatorio Salute per l’area Bagnoli-Coroglio e la X Municipalità Bagnoli-Fuorigrotta: un monitoraggio che incrocerà dati ambientali e indicatori sanitari della popolazione.
«Pur dando per assunto che i lavori si stiano svolgendo in totale sicurezza, quale messaggio passa se alle immagini allarmanti si risponde istituendo un osservatorio sulla salute solo a giochi quasi fatti? È il classico caso in cui, nel tentativo di rassicurare, si ottiene l’effetto opposto: insinuare in un cittadino già spaventato l’idea che le sue paure siano più che fondate».
Informare presto, anche su ciò che non si sa
La risposta, per il direttore scientifico di Noesis, passa dalla comunicazione. «Non a caso, nella terapia cognitivo-comportamentale dei disturbi d’ansia, uno dei primi passi è la psicoeducazione: spiegare alla persona cosa le sta accadendo riduce l’incertezza, che dell’ansia è il principale carburante».Sullo stesso principio si fondano le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità sulla comunicazione del rischio: informare presto, in modo trasparente, dichiarando anche ciò che ancora non si sa.
In letteratura si parla di amplificazione sociale del rischio: quando le informazioni ufficiali mancano o arrivano in ritardo, la percezione del pericolo cresce di bocca in bocca e di post in post, indipendentemente dal pericolo reale.Servono, conclude Barretta, specialisti dedicati nelle amministrazioni comunali, regionali e nazionali, capaci di intercettare i segnali, di spiegare con rigore e semplicità cosa accade durante un evento e di non sottovalutare ciò che arriva dai territori, sul piano della salute fisica come di quella mentale.
«Solo coinvolgendo gli esperti e dando risposte chiare su cosa accade, su cosa è stato messo in campo, sulle misurazioni adottate e sugli indicatori da cui dipende un fondato rischio per la salute, si potrà rispondere a cittadini che chiedono di stare bene. Cittadini che oggi, tra un clima impazzito e paure che si insinuano in maglie sempre più larghe, non riescono a esercitare pienamente il loro diritto al benessere».



