Caso Domenico, l’avvocato Petruzzi: «Oppido non è scagionato»

Napoli – Cinquantatré? No: sono oltre 550 pagine — circa 600 secondo le diverse ricostruzioni — quelle nelle quali i tre periti Biagio Solarino, Ugolino Livi e Ferdinando Luca Lorini hanno ricostruito la vicenda. Il cuore arrivato da Bolzano era stato danneggiato dal trasporto e dal ghiaccio secco.

Per i periti, però, il nodo decisivo si sposta sulla fase successiva: entro 72 ore il bambino avrebbe potuto essere collegato al Berlin Heart e mantenuto nelle condizioni necessarie per un eventuale ritrapianto. La difesa parla di un sostanziale scagionamento dei due cardiochirurghi. La famiglia legge invece nella perizia una domanda ancora più pesante: perché quella possibilità non venne presa in considerazione?

La nuova fotografia dell’inchiesta

Ci sono almeno due modi per leggere le centinaia di pagine della superperizia depositata ieri nell’ambito dell’incidente probatorio sulla morte di Domenico Caliendo.

Il primo è quello della difesa: i periti del giudice non individuano profili di censura nell’intervento chirurgico eseguito il 23 dicembre 2025 dal primario Guido Oppido e dalla seconda operatrice Emma Bergonzoni. La cardiectomia, secondo questa lettura, rientrerebbe nelle procedure adottabili in una situazione di emergenza, quando l’équipe non era stata informata che il cuore destinato al bambino era ormai inutilizzabile.

Il secondo è quello della famiglia Caliendo: se l’intervento non presenta, secondo i periti, una responsabilità chirurgica censurabile, la vera domanda diventa ciò che accadde dopo. E soprattutto perché, una volta constatato il fallimento del trapianto, non sia stata utilizzata una strategia di supporto circolatorio in grado di mantenere Domenico nelle condizioni necessarie per arrivare a un secondo trapianto.

È qui che entra in scena il Berlin Heart, il cuore artificiale extracorporeo.

Secondo la ricostruzione contenuta nella superperizia, se il bambino fosse stato collegato a quel dispositivo entro 72 ore, prima che il deterioramento degli organi diventasse irreversibile, avrebbe potuto recuperare condizioni compatibili con un successivo trapianto. La relazione parla di una possibilità concreta di ritrapianto e di una probabilità di sopravvivenza significativa.

Ed è questo il passaggio che, più di ogni altro, cambia il senso dell’inchiesta.

Il cuore arrivato da Bolzano e il primo anello della catena

La storia di Domenico comincia molto prima della sala operatoria del Monaldi.

Il 23 dicembre 2025 al bambino, che aveva poco meno di due anni e mezzo, doveva essere trapiantato un cuore proveniente da Bolzano. Ma l’organo arrivò a Napoli gravemente danneggiato dalle bassissime temperature provocate dall’utilizzo di ghiaccio secco durante il trasporto.

La superperizia individua criticità anche nella fase precedente all’arrivo dell’organo a Napoli e, in particolare, nelle modalità di conservazione e trasporto del cuore. I periti hanno concentrato l’attenzione anche sulla gestione del ghiaccio a Bolzano.

Domenico, però, fu sottoposto ugualmente all’intervento.

Ed è qui che la vicenda si divide in due piani distinti: quello dell’intervento chirurgico e quello della gestione successiva.

Per il primo, i periti non muovono censure a Oppido e Bergonzoni.

Per il secondo, invece, individuano un possibile passaggio decisivo nella scelta del trattamento di supporto.

Ecmo contro Berlin Heart: il bivio

Domenico venne mantenuto in vita attraverso l’Ecmo, una tecnica di circolazione extracorporea utilizzata per sostenere le funzioni vitali.

Ma, secondo quanto emerge dalla perizia, il problema fu la durata del ricorso a quella soluzione e soprattutto il mancato passaggio a un sistema di assistenza ventricolare meccanica come il Berlin Heart.

Il documento dei periti sottolinea che il Berlin Heart avrebbe potuto preservare o ristabilire la funzionalità degli organi, rendendo il bambino potenzialmente candidabile a un ritrapianto per un periodo più lungo rispetto a quello garantito dall’Ecmo.

C’è un elemento che rende questa conclusione particolarmente pesante sul piano investigativo: il 17 febbraio 2026 sarebbe stato disponibile un nuovo organo compatibile e l’équipe avrebbe valutato la possibilità di un ritrapianto.

Il problema, a quel punto, non sarebbe stato più soltanto trovare un cuore.

Sarebbe stato arrivare a quel momento con un bambino ancora nelle condizioni cliniche necessarie per poterlo ricevere.

Secondo i periti, il prolungamento dell’Ecmo oltre l’intervallo temporale raccomandato avrebbe contribuito in modo determinante al deterioramento che portò alla morte di Domenico.

La lettura di Petruzzi: «Non è uno scagionamento»

È su questo punto che l’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia Caliendo-Mercolino, contesta frontalmente la lettura fornita dai difensori di Oppido.

«Forse i consulenti della difesa del cardiochirurgo Guido Oppido non hanno letto interamente la perizia, oppure l’hanno letta male», sostiene Petruzzi. Per il legale, infatti, la relazione non rappresenterebbe affatto uno scagionamento, ma aprirebbe una questione ancora più grave: se Domenico poteva essere salvato, occorre capire perché quella possibilità non sia stata perseguita.

Petruzzi insiste soprattutto su un passaggio relativo alla cronologia dell’intervento. Nella perizia, osserva il legale, si legge che l’inizio della cardiectomia sembrerebbe associarsi all’arrivo del contenitore in sala operatoria, «se è vero che il cuore di Domenico fosse già stato rimosso alle 14.33 circa».

Da qui nasce la domanda che la famiglia vuole portare al centro dell’inchiesta.

Se, da una parte, la perizia considera non censurabile la condotta chirurgica di Oppido, dall’altra restano agli atti contestazioni della Procura sulla documentazione relativa alla cronologia dell’intervento e sulle versioni del referto operatorio.

E allora, secondo Petruzzi, la domanda diventa: perché sarebbe stata modificata la documentazione?

Il legale arriva a parlare della necessità di indagare sull’«elemento volitivo» che avrebbe guidato determinate scelte, definendo la famiglia «esausta» e sostenendo che vi siano decisioni ancora da spiegare.

La madre: «È stata una catena di errori dall’inizio alla fine»

Ieri Patrizia Mercolino, la madre di Domenico, ha parlato con una rabbia che non nasconde il dolore.

«Sono cose che sosteniamo da mesi, oggi abbiamo questa maxi perizia che lo conferma. È un misto di rabbia e dolore», ha detto durante la trasmissione Ore 14 su Rai 2, dove era collegata insieme al marito Antonio Caliendo e all’avvocato Petruzzi.

La frase più dura riguarda la ricostruzione complessiva della vicenda:

«È stata una catena di errori dall’inizio alla fine».

E ancora: secondo la madre, «hanno giocato con la vita di mio figlio e hanno pensato di poter nascondere tutto».

Poi una promessa che accompagna la famiglia da mesi: «Voglio giustizia, voglio guardare quei dottori negli occhi».

In un’altra dichiarazione raccolta ieri, Patrizia Mercolino ha spiegato che il dolore, anziché attenuarsi con il tempo, sembra diventare più difficile da sopportare: «Dicono che si convive con il dolore ma, per quanto mi riguarda, più vado avanti e peggio è».

E ha aggiunto: «Gli ho promesso giustizia e sta arrivando il giorno. Dobbiamo essere forti su questo».

Parole che restituiscono la dimensione umana di un procedimento giudiziario che, dietro le formule tecniche e le contestazioni penali, continua ad avere al centro la morte di un bambino.

La difesa di Oppido: «La perizia esclude ogni censura»

Sul fronte opposto, gli avvocati Vittorio Manes e Alfredo Sorge, difensori di Guido Oppido, leggono la relazione in maniera radicalmente diversa.

«La conclusione dei periti di fatto smentisce e riconosce l’assenza di ogni profilo di censure in ordine all’intervento operatorio eseguito il 23 dicembre», hanno dichiarato.

La difesa insiste anche sul momento di inizio della cardiectomia.

Secondo Manes e Sorge, anche nell’ipotesi — che continuano a contestare — che l’intervento fosse iniziato prima dell’arrivo del nuovo cuore in sala operatoria, la condotta del loro assistito non sarebbe comunque censurabile.

La conseguenza, nella loro lettura, è altrettanto importante sul fronte dell’accusa di falso: se l’intervento era comunque conforme alle regole mediche, sostengono i difensori, verrebbe meno anche la ragione stessa che avrebbe potuto spingere a modificare la documentazione.

È una linea difensiva che prova dunque a separare nettamente i due piani: la correttezza dell’intervento chirurgico e le successive scelte terapeutiche.

Bergonzoni: «Nessuna responsabilità nella fase operatoria»

Anche per Emma Bergonzoni, seconda operatrice nell’intervento e difesa dall’avvocato Vincenzo Maiello, la superperizia contiene elementi favorevoli.

«Prendiamo atto delle conclusioni della perizia che esclude ogni responsabilità della dottoressa Bergonzoni nella fase operatoria in cui ha svolto un ruolo», ha dichiarato Maiello.

Il legale ha auspicato che possa arrivare presto l’uscita della professionista da una vicenda giudiziaria che, ha sottolineato, è per lei particolarmente pesante.

La precisazione è importante anche per evitare equivoci: Oppido è il primario dell’équipe, mentre Bergonzoni è la seconda operatrice. Entrambi sono coinvolti nell’inchiesta, ma con ruoli differenti.

Il falso nella cartella: l’altro fronte dell’indagine

Parallelamente alla domanda sulle responsabilità mediche resta aperto il capitolo della documentazione clinica.

Oppido e Bergonzoni sono infatti indagati anche per falso nel referto operatorio e nei loro confronti è stata disposta una misura interdittiva: dodici mesi per Oppido e sette per Bergonzoni.

La Procura ha depositato al Riesame anche le chat dell’équipe.

Secondo l’accusa, dall’analisi delle conversazioni sarebbero emerse tre differenti versioni del verbale operatorio, con modifiche nella ricostruzione cronologica dei momenti cruciali dell’intervento.

È un passaggio che si intreccia direttamente con la contestazione di Petruzzi.

Il legale della famiglia aveva già evidenziato che nelle prime versioni del referto compariva un riferimento al «failure del trasporto», mentre nella versione definitiva sarebbero stati introdotti ulteriori elementi, tra cui il riferimento al ghiaccio secco e un’indicazione sui tempi necessari per l’espianto.

La difesa, naturalmente, contesta questa ricostruzione e sostiene che le informazioni riportate nella documentazione siano compatibili con quanto realmente accaduto.

La domanda più difficile: quando finisce la colpa e dove comincia il dolo?

È questo il terreno sul quale Petruzzi sta cercando di spostare il baricentro dell’inchiesta.

Il legale della famiglia ha chiesto pubblicamente che la Procura valuti persino una diversa qualificazione dell’accusa, passando dall’omicidio colposo all’omicidio volontario attraverso il dolo eventuale. La richiesta viene motivata con la convinzione che, una volta individuata una possibilità concreta di salvare Domenico attraverso il Berlin Heart, occorra accertare perché quella strada non sia stata percorsa.

Ma è fondamentale distinguere la posizione processuale dalla prospettiva della parte offesa: la richiesta di Petruzzi non significa che l’accusa sia stata modificata né che il dolo sia stato accertato.

Al momento, l’inchiesta riguarda sette medici e la qualificazione indicata dalle fonti è quella dell’omicidio colposo, mentre per Oppido e Bergonzoni resta anche il procedimento relativo al presunto falso nella documentazione.

Il nodo del dolo, dunque, è una richiesta della famiglia e una prospettiva investigativa che dovrà eventualmente essere valutata dalla Procura sulla base degli elementi raccolti.

Il punto cieco dell’inchiesta: perché il Berlin Heart non fu utilizzato?

Alla fine, oltre le carte, le chat, le fotografie, gli orari e le diverse versioni del referto, resta una domanda apparentemente semplice.

Perché Domenico non fu collegato al Berlin Heart?

La superperizia non dice che l’intervento del 23 dicembre sia stato eseguito in maniera censurabile da Oppido e Bergonzoni. Dice però che, dopo il fallimento del trapianto, il Berlin Heart avrebbe potuto offrire al bambino un supporto più duraturo rispetto all’Ecmo e consentirgli di arrivare, in condizioni migliori, a un eventuale nuovo trapianto.

Ed è proprio qui che le due letture dell’inchiesta divergono.

Per la difesa, la perizia rappresenta un elemento decisivo a favore dei due cardiochirurghi.

Per la famiglia, invece, quella stessa perizia sposta semplicemente la domanda più avanti: non più soltanto «chi ha sbagliato durante l’intervento?», ma «chi ha deciso cosa fare dopo e perché?»

È una differenza enorme.

Perché nel primo caso il cuore congelato durante il trasporto rischia di essere letto come il punto terminale della catena degli errori.

Nel secondo, la vicenda continua dentro la terapia intensiva del Monaldi, nei giorni successivi al 23 dicembre, quando — secondo la ricostruzione peritale — esisteva ancora una finestra terapeutica.

Novembre sarà il prossimo passaggio decisivo

L’incidente probatorio non si chiude con il deposito della superperizia. Il gip Mariano Sorrentino ha fissato per il 12 e 13 novembre l’esame e il controesame dei periti. Saranno due giornate destinate a mettere alla prova le conclusioni contenute nelle centinaia di pagine della relazione.

Intanto, per il ricorso di Guido Oppido contro l’interdizione dalla professione, il Riesame ha rinviato la decisione al 21 settembre.

L’inchiesta, dunque, è tutt’altro che arrivata a una conclusione. E il dato forse più importante emerso ieri è proprio questo: la superperizia non chiude il caso Domenico. Lo divide in più capitoli.

Il primo riguarda Bolzano e il trasporto del cuore. Il secondo riguarda ciò che accadde nella sala operatoria del Monaldi.

Il terzo riguarda la terapia successiva, l’Ecmo e il mancato ricorso al Berlin Heart. Il quarto riguarda la documentazione clinica e le contestazioni sul referto.

E sopra tutti questi capitoli resta la domanda della famiglia Caliendo-Mercolino: se esisteva ancora una possibilità concreta di salvare Domenico, perché quella possibilità non fu percorsa?

È questa, oggi, la domanda sulla quale si misura il futuro giudiziario dell’inchiesta.

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Pubblicato da
Giuseppe Del Gaudio

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