

Il rione Conocal di Ponticelli
Napoli – Il confine tra gioco e violenza non esiste più: è questa l’amara considerazione che va fatta alla luce dell’ennesimo episodio che vede coinvolti giovanissimi, tra l’altro non imputabili, e l’uso facile delle armi,
C’è un momento, in questa storia, in cui si comprende quanto sia cambiata la violenza tra adolescenti. Non è quello dell’accoltellamento, ma quello precedente: gli insulti in una chat di gruppo, gli sfottò reciproci, la sfida lanciata attraverso uno smartphone e poi trasferita in strada, come se il passaggio dal virtuale al reale fosse ormai un automatismo.
È successo nel rione Conocal di Ponticelli, estrema periferia orientale di Napoli. Un dodicenne finisce in ospedale con due coltellate all’addome. Ad aggredirlo è un ragazzino di appena tredici anni, un coetaneo con il quale fino a poche ore prima si scambiava messaggi. Nessun regolamento di conti tra clan, nessuna vendetta criminale. Solo una banale presa in giro degenerata in un’aggressione con un coltello.
Il tentativo di nascondere la verità. L’allarme scatta all’ospedale Villa Betania. Ai medici viene portato un dodicenne con due profonde ferite all’addome. Il ragazzo racconta di essere caduto accidentalmente sopra un coccio di bottiglia. Una versione che non convince il personale sanitario.
Scatta così la chiamata ai carabinieri della stazione di Ponticelli. Gli investigatori iniziano a ricostruire quanto accaduto e, dopo il confronto con la madre, il ragazzino decide di raccontare la verità. Dietro quelle coltellate non c’è una caduta accidentale, ma una lite nata all’interno di una chat di gruppo, proseguita con una sorta di appuntamento in strada per “regolare i conti”.
In pochi minuti i militari identificano il responsabile: ha soltanto tredici anni. Troppo pochi per essere imputabile secondo la legge italiana. Verrà segnalato all’autorità competente.Il dodicenne, fortunatamente, è stato dimesso con una prognosi di dieci giorni.
Il luogo in cui questa vicenda si consuma non è un dettaglio. Il Conocal è uno dei simboli del degrado urbano della periferia orientale di Napoli, un quartiere nato come risposta all’emergenza abitativa e progressivamente trasformato in un ghetto sociale, caratterizzato dalla cronica assenza di servizi, spazi di aggregazione e opportunità educative.
È anche un territorio storicamente sotto l’influenza del clan D’Amico, conosciuto come i “Fraulella”, una presenza criminale che per anni ha condizionato gli equilibri della zona, contribuendo a creare un contesto in cui la cultura della sopraffazione ha trovato terreno fertile.
Qui la violenza sembra diventare una componente ordinaria della quotidianità. Solo pochi mesi fa il quartiere era finito nuovamente al centro della cronaca per l’omicidio della ventiduenne Jlenia, uccisa dal fratello dopo una lite nata per la musica ad alto volume.
In quell’occasione don Maurizio Patriciello descrisse il Conocal come «un rione orribile, un ghetto lasciato per decenni al proprio destino», parole che ancora oggi fotografano una realtà rimasta sostanzialmente immutata.
Anche il procuratore di Napoli Nicola Gratteri aveva indicato il Conocal tra quei quartieri «dove spesso si uccide per futili motivi», sottolineando come la banalità delle cause che scatenano la violenza rappresenti uno degli aspetti più inquietanti della criminalità contemporanea.
L’episodio ha riacceso il senso di insicurezza tra i residenti. Tra i palazzi del rione cresce l’angoscia dei genitori, molti dei quali raccontano di avere ormai paura a lasciare uscire i propri figli nelle ore serali, perfino per incontrare gli amici sotto casa o giocare nei cortili.
La sensazione diffusa è quella di vivere in un quartiere dove basta uno sguardo, una parola fuori posto o un messaggio sui social per trasformare una banale discussione in una tragedia.
Una paura alimentata da anni di episodi violenti e dalla convinzione che, soprattutto tra i più giovani, portare con sé un coltello sia diventato quasi una normalità.
Il caso del Conocal non può essere archiviato come una semplice lite tra ragazzi. È il sintomo di una trasformazione profonda.
Sempre più spesso i protagonisti delle cronache sono adolescenti che scelgono il coltello come strumento per affermare la propria forza, difendere il proprio orgoglio o rispondere a una provocazione.
L’arma bianca è facilmente reperibile, non richiede particolari competenze e viene percepita da molti giovanissimi come un mezzo di autodifesa o di intimidazione. In realtà rappresenta un moltiplicatore del rischio: basta un colpo inferto con superficialità per trasformare una lite in un omicidio.
A preoccupare è soprattutto l’abbassamento dell’età dei protagonisti. Dodici e tredici anni sono l’età della scuola media, dello sport, delle prime amicizie. E invece diventano l’età delle spedizioni punitive, delle baby gang, delle sfide organizzate attraverso i social network e concluse con il sangue sull’asfalto.
L’allarme era stato lanciato già nei mesi scorsi dal prefetto di Napoli, Michele di Bari, che aveva parlato di un’evoluzione della devianza minorile meritevole della stessa attenzione riservata ai clan camorristici. Oggi in Prefettura c’è stato un approfondito esame nel corso della riunione odierna del Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica.
Il Comitato ha disposto l’adozione di specifiche misure di prevenzione e controllo del territorio, finalizzate a rafforzare i livelli di sicurezza nelle aree interessate e nei luoghi maggiormente frequentati da minori e famiglie. In particolare, è stato previsto un ulteriore incremento dei servizi di vigilanza e di pattugliamento, nonché un costante monitoraggio dell’evoluzione della situazione sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica.
I numeri confermano questa preoccupazione: aumentano i minori coinvolti nei reati più gravi, dagli omicidi ai tentati omicidi, segnale di una criminalità sempre più precoce e sempre meno legata esclusivamente ai contesti mafiosi tradizionali.
La vicenda del Conocal dimostra che oggi non serve appartenere a un’organizzazione criminale per impugnare un coltello. Basta una chat, uno sfottò e l’incapacità di gestire un conflitto.
È questa la vera emergenza: una generazione che sembra aver smarrito il valore della vita e della misura, mentre interi quartieri continuano ad attendere risposte che non possono limitarsi alla sola repressione, ma devono passare attraverso scuola, famiglie, servizi sociali, presidi educativi e una presenza costante dello Stato.
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