C’è un paradosso enorme nella parabola politica di Nigel Farage. Per anni ha costruito una parte decisiva della propria battaglia politica attorno a una parola: sovranità. Riprendersi il controllo, liberarsi da Bruxelles, restituire al Regno Unito la facoltà di decidere autonomamente il proprio futuro.
Dieci anni dopo il referendum sulla Brexit, però, la domanda diventa inevitabile: sovranità di cosa, se nel frattempo è la stessa unità del Regno Unito a essere rimessa in discussione?
Farage non è stato certamente l’unico responsabile della Brexit, né il referendum del 2016 può essere definito semplicemente “il suo referendum”. Ma sarebbe altrettanto difficile negare il ruolo centrale avuto dall’allora leader dell’UKIP nella lunga campagna che portò il Regno Unito al voto del 23 giugno 2016.
Il Leave vinse con il 51,9% contro il 48,1% e Farage diventò uno dei simboli politici di quella vittoria.
A distanza di dieci anni, però, l’opinione pubblica britannica appare profondamente diversa.
Un sondaggio Ipsos dell’aprile 2026 rilevava che il 54% dei britannici considera oggi sbagliata la decisione di lasciare l’Unione Europea, contro il 31% che continua a considerarla giusta. Il 52% descrive inoltre Brexit più come un fallimento che come un successo.
Questo non significa che tutti coloro che votarono Leave si siano pentiti: tra gli stessi elettori Leave del 2016 continua infatti a prevalere nettamente il giudizio positivo sulla scelta compiuta. Ma significa che, guardando all’insieme della popolazione britannica, oggi prevale il giudizio secondo cui lasciare l’Unione sia stato un errore.
La sovranità conquistata e l’Unione che scricchiola
Il 14 settembre 2026 è accaduto qualcosa di politicamente significativo.
A Cardiff i leader di SNP, Plaid Cymru e Sinn Féin hanno sottoscritto un accordo nel quale rivendicano il principio dell’autodeterminazione per Scozia, Galles e Irlanda.
È importante essere precisi: non significa che tre governi abbiano già deciso di convocare altrettanti referendum e i firmatari hanno partecipato all’iniziativa nella loro veste di leader di partito, non come rappresentanti istituzionali dei rispettivi governi.
Le situazioni costituzionali di Scozia, Galles e Irlanda del Nord sono inoltre profondamente diverse.
Ma resta un fatto politicamente rilevante: tre importanti forze nazionaliste hanno deciso di presentare insieme la questione del futuro costituzionale delle rispettive nazioni.
Ed è qui che torna il grande paradosso.
Per anni ci è stato spiegato che il problema fosse Bruxelles.
Che bisognasse “riprendere il controllo”.
Che una nazione fosse realmente libera soltanto quando nessun altro potesse interferire nelle sue decisioni.
Ma cosa succede quando, una volta recuperata quella sovranità, sono pezzi della stessa nazione a chiedere di andarsene?
Ma esiste davvero la sovranità assoluta?
Forse bisognerebbe partire proprio da questa domanda.
Nessuno, nel mondo contemporaneo, è veramente sovrano nel significato assoluto che certa propaganda attribuisce a questa parola.
Non lo è il Regno Unito.
Non lo è l’Italia.
Non lo sono Francia, Germania o qualsiasi altro Paese europeo.
E, in misura diversa, neppure le grandi potenze possono semplicemente ignorare tutto ciò che accade intorno a loro.
Ogni Stato vive dentro una rete di rapporti economici, commerciali, finanziari, energetici, militari e diplomatici.
Abbiamo bisogno di vendere prodotti agli altri.
Abbiamo bisogno di comprare materie prime dagli altri.
Abbiamo bisogno di accordi per la sicurezza, per l’energia, per le comunicazioni, per gli investimenti, per la ricerca, per il commercio.
Un Paese può scegliere di essere più o meno integrato con gli altri. Può decidere quali competenze condividere e quali conservare.
Ma pensare che basti alzare un muro per diventare improvvisamente padroni assoluti del proprio destino significa confondere uno slogan con la realtà.
La sovranità assoluta è un concetto molto più semplice da pronunciare durante un comizio che da praticare quando arriva il momento di governare.
Un muro non rende necessariamente più forti
È questo uno degli equivoci più pericolosi della politica contemporanea.
L’idea che essere più piccoli significhi automaticamente essere più liberi.
Che avere meno interlocutori significhi avere più potere.
Che chiudersi significhi essere più sicuri.
Non funziona necessariamente così.
Perché mentre alzi un muro da una parte, dall’altra continui ad avere bisogno di qualcuno.
Puoi lasciare l’Unione Europea, ma continuerai ad avere bisogno del mercato europeo.
Puoi rivendicare la piena autonomia commerciale, ma dovrai comunque negoziare accordi commerciali.
Puoi proclamare la completa indipendenza politica, ma continuerai a dipendere da mercati finanziari, approvvigionamenti energetici, alleanze militari, tecnologie e catene produttive internazionali.
La politica consiste proprio nel gestire queste interdipendenze.
La domanda seria non è quindi semplicemente:
“Siamo sovrani?”
La domanda dovrebbe essere:
“Quanto potere reale abbiamo e come possiamo esercitarlo meglio insieme agli altri?”
Sono due cose profondamente diverse.
Governare significa soprattutto tenere insieme
C’è poi un’altra questione che spesso viene dimenticata.
Governare una realtà complessa è difficile.
Governare un quartiere è generalmente più semplice che governare una città.
Governare una città è più semplice che amministrare una nazione di decine di milioni di persone, con territori, culture, economie e interessi differenti.
Ed è proprio questa difficoltà a distinguere la politica dalla propaganda.
Dividere è relativamente semplice.
Dire “noi contro loro” è semplice.
Individuare un nemico è semplice.
Promettere che eliminando quel nemico tutto funzionerà meglio è ancora più semplice.
Governare significa invece mediare.
Significa accettare compromessi.
Significa mettere allo stesso tavolo persone che hanno interessi differenti.
Significa qualche volta rinunciare a qualcosa per evitare che l’intero sistema si spezzi.
Governare attraverso la forza, imponendo tutto con le armi e con la repressione, appartiene alla logica delle dittature.
Governare democraticamente una grande comunità significa invece riuscire a convincere persone diverse che, nonostante le differenze, restare insieme produce più vantaggi che separarsi.
Ed è molto più difficile.
La forza di una grande nazione
Forse dovremmo recuperare proprio questo concetto.
Una grande nazione non è grande soltanto perché possiede un esercito potente, perché controlla dei confini o perché può proclamare di non ricevere ordini da nessuno.
Una grande nazione è tale anche quando riesce a tenere insieme realtà differenti.
Quando costruisce compromessi.
Quando evita che ogni diversità si trasformi automaticamente in una separazione.
Quando riesce a rappresentare contemporaneamente territori ricchi e territori poveri, città e campagne, giovani e anziani, maggioranze e minoranze.
Questo è immensamente più difficile che creare una comunità composta soltanto da persone che la pensano allo stesso modo.
È facile governare un recinto costruito intorno alla propria identità.
È molto più difficile governare un Paese.
Ed è proprio questa capacità che per secoli ha distinto molte delle grandi potenze: stare al centro di relazioni internazionali complesse, creare alleanze, mediare interessi, esercitare influenza proprio perché si rappresentava qualcosa di più grande del proprio piccolo cortile.
Il sogno dei piccoli potentati
La sensazione, osservando una parte dei nuovi movimenti sovranisti e identitari europei, è invece quasi opposta.
Sembra emergere il desiderio di ritagliarsi uno spazio sempre più piccolo nel quale tutti condividano la stessa idea del mondo.
Prima l’Europa sarebbe troppo grande.
Allora torniamo alla nazione.
Poi però una parte della nazione pensa diversamente.
Allora quella regione rivendica la propria sovranità.
Poi anche all’interno della regione ci saranno città, territori e comunità con interessi differenti.
Dove termina questo processo?
È la grande contraddizione della frammentazione.
Portato alle sue estreme conseguenze, il principio secondo il quale ogni comunità debba essere completamente sovrana perché non vuole essere condizionata da quella più grande conduce potenzialmente a una continua divisione.
Dall’Europa alle nazioni.
Dalle nazioni alle regioni.
Dalle regioni alle comunità locali.
Fino a trasformare l’idea moderna di Stato in una collezione di piccoli potentati.
Quasi un ritorno, naturalmente in forme completamente diverse, a una logica politica che ricorda quella dell’Europa medievale: piccoli regni, piccoli territori, piccoli centri di potere, ciascuno convinto di essere finalmente sovrano perché il proprio confine è diventato più vicino.
Ma essere più piccoli non significa necessariamente essere più potenti.
Molto spesso significa esattamente il contrario.
Il grande paradosso della Brexit
Ed è qui che il caso britannico diventa emblematico.
La Brexit venne raccontata anche come il ritorno della sovranità britannica.
“Take back control”.
Riprendersi il controllo.
Ma la sovranità non è una formula magica.
Ha senso soltanto se esiste una comunità politica sulla quale esercitarla.
Se Londra recupera competenze da Bruxelles ma contemporaneamente Edimburgo vuole recuperarle da Londra, Cardiff rivendica il proprio diritto all’autodeterminazione e in Irlanda del Nord continua a esistere il dibattito sulla riunificazione dell’isola, il risultato è un cortocircuito politico evidente.
Qual è il valore di conquistare sovranità verso l’esterno se contemporaneamente aumenta la contestazione della sovranità del centro verso l’interno?
È una domanda che investe direttamente il progetto politico rappresentato da Farage.
Perché il leader di Reform UK continua a utilizzare sovranità, controllo e indipendenza nazionale come elementi fondamentali della propria proposta politica.
Ma oggi il problema non è più soltanto quanta sovranità il Regno Unito possieda rispetto all’Europa.
La domanda diventa:
quale Regno Unito?
Un Paese più indipendente o semplicemente più piccolo?
Qui emerge probabilmente la contraddizione politicamente più interessante dell’intera stagione iniziata con Brexit.
Un progetto pensato per rendere il Regno Unito più autonomo dall’Europa convive oggi con movimenti politici che chiedono maggiore autonomia proprio dal Regno Unito.
Naturalmente sarebbe scorretto sostenere che Brexit abbia creato dal nulla l’indipendentismo scozzese, gallese o irlandese.
Il referendum sull’indipendenza della Scozia si tenne già nel 2014.
La questione costituzionale irlandese ha radici enormemente più antiche.
Anche il nazionalismo gallese precede di molto Brexit.
Ma Brexit ha modificato il contesto nel quale queste rivendicazioni vengono discusse.
E soprattutto mostra una contraddizione concettuale.
Se il principio è:
“una comunità deve poter decidere da sola perché nessuno da fuori deve imporle delle scelte”,
diventa inevitabile che qualcun altro possa utilizzare lo stesso principio contro di te.
Se Westminster poteva dire a Bruxelles:
“vogliamo decidere da soli”,
Edimburgo può rispondere:
“anche noi vogliamo decidere da soli”.
E a quel punto la sovranità smette di essere la soluzione e diventa essa stessa il problema.
Quando lo slogan incontra le conseguenze
È probabilmente questo uno dei limiti della politica costruita sulle parole assolute.
Sovranità.
Indipendenza.
Confini.
Controllo.
Sono concetti potenti perché trasformano problemi estremamente complessi in messaggi comprensibili in pochi secondi.
Ma governare significa poi confrontarsi con le conseguenze.
Significa capire che ogni decisione produce una reazione.
Che ogni confine chiuso crea un nuovo rapporto da negoziare.
Che ogni potere riconquistato comporta una responsabilità.
Che ogni separazione risolve alcuni problemi e ne crea inevitabilmente altri.
E soprattutto significa capire che la politica non dovrebbe avere come obiettivo quello di creare un territorio sempre più piccolo nel quale chi governa non trovi più nessuno disposto a contraddirlo.
Dovrebbe fare esattamente l’opposto.
Dovrebbe riuscire a costruire uno spazio abbastanza grande nel quale persone differenti possano continuare a convivere.
Questa è la parte difficile.
La Gran Bretagna davanti alla propria storia
Naturalmente nessuno può affermare oggi che il Regno Unito sia destinato necessariamente a dissolversi.
Non esiste alcuna certezza che la Scozia diventerà indipendente.
Non è stabilito che il Galles lascerà l’Unione.
Non è automatico che l’Irlanda del Nord si unisca alla Repubblica d’Irlanda.
Presentare questi scenari come inevitabili sarebbe sbagliato.
Ma il fatto che le questioni costituzionali delle tre nazioni siano contemporaneamente parte del dibattito politico rende molto più interessante interrogarsi su ciò che è accaduto dopo Brexit.
Il Regno Unito che nel 2016 decise di uscire dall’Unione Europea per “riprendersi il controllo” deve oggi confrontarsi anche con chi, al proprio interno, rivendica esattamente lo stesso principio.
E forse qui emerge la lezione più importante.
Distruggere un equilibrio è molto più semplice che costruirne uno nuovo.
Creare una frontiera è relativamente semplice.
Costruire una comunità capace di superarla è difficile.
Separarsi può richiedere un referendum.
Restare insieme richiede invece politica ogni giorno.
Richiede compromessi.
Richiede capacità.
Richiede persino la disponibilità, qualche volta, ad accettare una decisione che non ci piace perché il prezzo dell’unità consiste proprio nel riconoscere che non possiamo ottenere sempre tutto ciò che vogliamo.
Nigel Farage ha costruito una parte fondamentale della propria carriera politica attorno all’idea che il Regno Unito dovesse riappropriarsi del proprio destino.
Oggi altri leader politici utilizzano praticamente lo stesso principio per sostenere che siano Scozia, Galles e Irlanda del Nord a dover poter scegliere il proprio.
È questo il grande paradosso.
Forse la vera forza di una nazione non consiste nell’essere abbastanza piccola da non dover più fare compromessi con nessuno.
Consiste esattamente nel contrario:
essere abbastanza grande, abbastanza autorevole e abbastanza politicamente matura da riuscire a tenere insieme persone che non la pensano allo stesso modo.
Perché se ogni volta che non siamo d’accordo con qualcuno la soluzione diventa costruire un nuovo confine, alla fine non avremo conquistato maggiore sovranità.
Avremo soltanto costruito regni sempre più piccoli, muri sempre più numerosi e Paesi sempre meno rilevanti in un mondo che, piaccia o meno, continua a essere profondamente interdipendente.



