LIVE
Le intercetazioni

Dal carcere al carcere: il patto tra Lavitola e Tavares per l’attentato a Ranucci

L'amicizia tra Valter Lavitola e Gomes Tavares era nata nel carcere di Secondigliano nel 2015 durante la prima detenzione del giornalista salernitano

Roma – Il ‘meglio del 2022’ si è trasformato nel ‘peggio’ del 2026. Un selfie con Valter Lavitola, Sigfrido Ranucci e il factotum camerunense Gomes Clesio Tavares scattato quattro anni fa, quando ancora nulla faceva presagire cosa sarebbe successo, è agli atti dell’inchiesta per l’attentato al conduttore di Report. Lavitola e Tavares. Un binomio deleterio per Ranucci. I due, secondo la Procura, avevano un legame fiduciario stretto e operativo, finalizzato a commissionare atti di natura criminale.

Il selfie è stato inviato a Lavitola da Tavares, nel gennaio del 2026, quando l’attentato era stato già messo a segno. Per il Gip è la prova della conoscenza e del legame che Ranucci aveva con i due che hanno orchestrato il raid ai suoi danni.

Una conoscenza radicata tant’è che in alcune conversazioni tra il faccendiere e il giornalista quest’ultimo, soprattutto nei momenti di difficoltà, dice scherzando ‘mi dovresti prestare un po’ Gomes’.

Le carte dell’inchiesta della Procura di Roma sull’attentato dinamitardo al giornalista Sigfrido Ranucci mettono, invece, in luce il ruolo chiave del duo composto dall’ex faccendiere Valter Lavitola e dal suo socio-factotum camerunense, Gomes Clesio Tavares, attualmente ricercato.

Mentre Lavitola viene indicato dal Giudice per le indagini preliminari Iole Moricca come il vertice e il mandante della pianificazione, Tavares ha rappresentato il “ponte” indispensabile per trasformare le intenzioni in esplosivo e macerie davanti all’abitazione di Torvaianica.

Strano destino il loro. Si sono conosciuti nel carcere di Secondigliano nel 2015 quando entrambi erano detenuti nel padiglione Adriatico e seppure non sono mai stati nella stessa cella il legame si è consolidato fino ai giorni nostri.

Strano destino il loro perchè ancora una volta ad accomunarli è il carcere. Entrambi destinatari di un’ordinanza cautelare per l’attentato a ‘fin di bene’ al giornalista Ranucci. Gomes, però, è ancora libero e non ha nessuna intenzione di finire dietro le sbarre, tant’è che ha fatto sapere di non poter tornare in Italia per motivi di salute.

Il mandato e il sopralluogo insieme

Secondo la ricostruzione della Procura, Valter Lavitola ha dato mandato diretto a Tavares di individuare sul mercato criminale soggetti in grado di reperire esplosivo e di utilizzarlo contro il conduttore di Report. Tavares ha eseguito l’ordine agganciando la manovalanza campana radicata nel nolano, stringendo accordi Pellegrino D’Avino, fraterno amico – tanto che quest’ultimo lo tiene registrato come ‘fratmo’ sul telefono – e attraverso questi con Antonio Passariello, Saverio Mutone e Marika De Filippis (già colpiti da misura cautelare lo scorso giugno).

I rapporti e la comunione d’intenti tra l’ex faccendiere e il cittadino camerunense sono certificati da un episodio chiave agli atti dell’inchiesta: il 15 settembre 2025, un mese prima dell’esplosione, Lavitola e Tavares hanno effettuato insieme un sopralluogo nei pressi della villa di Ranucci, studiando sul campo l’obiettivo.

Auto e logistica fornite da Tavares

Se Lavitola muoveva i fili politici e strategici del paradossale movente (aumentare la popolarità del giornalista a sua insaputa), Tavares gestiva la logistica. È stato il camerunense a mettere a disposizione del gruppo criminale la vettura, una Renault Megane intestata al padre della compagna, utilizzata per i successivi pedinamenti e per il sopralluogo decisivo del 10 ottobre 2025.

Due destini divisi: il carcere e la latitanza

L’ordinanza del Tribunale di Roma fotografa la fine della corsa per entrambi, sebbene con esiti diversi. Valter Lavitola è stato arrestato e trasferito in carcere con l’aggravante della modalità mafiosa e della recidiva reiterata. Gomes Clesio Tavares, invece, è attualmente latitante: è attivamente ricercato dalle autorità, e le ultime tracce lo collocano nel suo paese d’origine, il Camerun, lasciando dietro di sé una fitta rete di intercettazioni e chat che ne confermano il ruolo di braccio destro insostituibile dell’ex faccendiere.

I tabulati telefonici e le attività di intercettazione della Procura di Roma contengono elementi decisivi che smontano la prima versione di comodo dei sospettati e incastrano la banda che ha colpito l’abitazione di Sigfrido Ranucci.

Il “silenzio comunicativo” tattico

Gli investigatori hanno isolato un pattern preciso nelle schede SIM degli indagati fatto in particolare di silenzi nei momenti clou dei sopralluoghi e la sera dell’attentato.

I telefoni dei due esecutori materiali, Antonio Passariello e Saverio Mutone, entravano in un “silenzio comunicativo” totale con gli altri componenti del gruppo. Nessun SMS, nessuna chiamata o connessione dati.

Prima di spegnere o isolare il dispositivo, l’utenza di Passariello aggancia un’unica cella in via Appia Nuova (Roma) alle ore 21:40:42 del 16 ottobre, dimostrando la sua presenza lungo il tragitto autostradale verso Torvaianica, il paese dove sarà messo a segno l’attentato.

A mantenere i rapporti tra gli esecutori e Gomes era sempre D’Avino che la sera del 16 ottobre invia un messaggio whatsapp a ‘fratmo’ più che chiaro ‘Tutto ok’

Per raggiungere il luogo del delitto, il gruppo ha utilizzato una Fiat 500X nera intestata alla società “Manda Rent” di Baiano. Quando i Carabinieri effettuano un controllo amministrativo nella sede della ditta il 13 febbraio 2026, scatta il panico tra i responsabili.

Un trojan (captatore informatico) installato sul telefono del titolare della concessionaria, Carmine Colucci, registra alle ore 19:24 una telefonata concitata con il cliente Tommaso D’Avanzo:

“Guagliò, ne hanno combinata un’altra con quella macchina compà… sto in caserma da stamattina, ora sono uscito… mo stanno addosso a livello della DDA proprio… sono venuti in giacca e cravatta… hanno preso tutti i contratti… mi hanno detto: ‘Dicci questo giorno chi aveva questa macchina’. Io ho detto: ‘Il contratto sta qua, ecco chi aveva la macchina… piangetevela voi e lui’.”

In una successiva conversazione del 16 febbraio 2026, Colucci ammette al suo interlocutore di essere a conoscenza delle attività illecite del gruppo, pur non immaginando l’attentato dinamitardo:

“Quegli scemi di merda, qualche guaio sono andati a fare con la macchina ad ottobre… Quello scemo del padre di Pellegrino [Passariello]… Sapevo che vendevano un po’ di droga, ma potevo immaginare cosa andavano combinando?”

La confessione involontaria in auto sul “fuochista”

Il 25 febbraio 2026, una microspia piazzata a bordo dell’Alfa Romeo Mito di Pellegrino D’Avino intercetta un audio WhatsApp appena ricevuto da un contatto registrato come “Massimo”. Nel messaggio si fa esplicito riferimento all’approvvigionamento del materiale tramite un esperto di esplosivi: “Se aspetti a fine del mese il fuochista da dove sto lavorando io, ti può andare bene?”

Pochi istanti dopo, D’Avino invia un messaggio vocale di risposta, confermando l’ordine dell’ordigno con parole inequivocabili: “Disponibile ad attendere a fine mese per una sola rossa proprio a posto che ne fai due… vedi tu… Amma ottà i palaz n’terra! [Dobbiamo buttare i palazzi a terra!]”

Subito dopo l’invio, D’Avino si gira verso il passeggero (Piero De Filippis) commentando con orgoglio la potenza distruttiva della bomba precedentemente utilizzata a Pomezia: “Questa me la fece potente col bottone boom, uh mamma che combinammo!”

Il conferimento del mandato esplosivo

Le conversazioni tracciate dagli inquirenti dimostrano che Lavitola ha dato un mandato esplicito e diretto a Tavares. L’ordine prevedeva due fasi: individuare soggetti nell’hinterland campano capaci di reperire gelatina da cava (un potente esplosivo industriale) e coordinare questi individui affinché confezionassero l’ordigno e lo facessero esplodere sotto la casa di Sigfrido Ranucci.

I dettagli emersi dal sopralluogo congiunto

I telefoni e i localizzatori hanno documentato che il 15 settembre 2025 Lavitola e Tavares si sono recati fisicamente insieme a Torvaianica. Durante questo sopralluogo congiunto, le conversazioni e i movimenti dei due si sono concentrati sullo studio del perimetro esterno dell’abitazione di Ranucci, definendo il punto esatto in cui posizionare la bomba (vicino alla Opel Adam del giornalista) per massimizzare l’impatto mediatico senza uccidere l’obiettivo.

I messaggi sulla gestione della Renault Megane

Nelle chat esaminate dagli investigatori sono emersi i dettagli sulla copertura logistica orchestrata da Tavares. Per non utilizzare vetture riconducibili direttamente a lui o a Lavitola, Tavares comunica al gruppo di aver trovato un’auto “pulita”: una Renault Megane intestata al padre della sua compagna. Questo veicolo, come confermato dalle direttive scambiate tra i due, è stato impiegato per effettuare il secondo sopralluogo decisivo del 10 ottobre 2025, appena sei giorni prima dell’attentato.

La triangolazione con la scorta e il monitoraggio di Ranucci

Un aspetto inquietante dei contatti tra Lavitola e Tavares riguarda la conoscenza scientifica degli orari del giornalista. Attraverso lo scambio di informazioni tra i due, la banda sapeva che la scorta di Ranucci avrebbe effettuato la consueta bonifica dell’area prima di allontanarsi. I due hanno pianificato l’azione basandosi su questa finestra temporale: l’esplosione è stata programmata alle 22:17, ossia appena 37 minuti dopo che la scorta aveva lasciato il giornalista a casa (alle 21:40), garantendo che l’auto fosse parcheggiata e la strada deserta.

Perchè come sottolinea il Gip nell’ordinanza l’attentato non doveva servire a fare del male all’amico fraterno di Lavitola, ma solo ad accrescerne la popolarità in vista di una candidatura alle Politiche.

Il piano orchestrato dal faccendiere però è tramontato miseramente quando la Procura di Roma ha scoperto il losco intreccio e gli esecutori materiali dell’attentato.

RIPRODUZIONE RISERVATA

Primo piano