

Nella foto Giovanni Calvanese, Giuseppe Triuolo, Emanuele Iaccarino
Napoli – Il pomeriggio del 29 giugno 2026 non è stato un lunedì qualunque per il quartiere Montesanto, nodo nevralgico del passaggio di migliaia di pendolari, turisti e residenti. Alle 19:30 circa, le linee telefoniche della sala operativa della Questura di Napoli sono andate in tilt. Le segnalazioni descrivevano scene da zona di guerra: colpi d’arma da fuoco esplosi tra la folla, una rissa furibonda e la voce, fortunatamente rivelatasi infondata, di un uomo rimasto a terra ferito davanti alla stazione della linea Cumana.
Ciò che la Polizia Giudiziaria ha ricostruito nelle ore successive, tassello dopo tassello, non è solo la cronaca di una serata di ordinaria follia metropolitana, ma lo specchio di una criminalità spavalda, che non teme la luce del giorno, né i telefoni cellulari che filmano e rilanciano i frame sui social network, in particolare su TikTok. Napoli è tornata drammaticamente agli onori delle cronache internazionali per la platealità quasi cinematografica delle sue dinamiche criminali.
Il primo riscontro concreto della gravità dello scontro arriva da una chiamata anonima al 113. Una voce riferisce che in vico Canalone all’Olivella, nei pressi del civico 21, alcune donne hanno appena nascosto delle armi sotto un’auto parcheggiata. Gli agenti si fiondano sul posto e, sotto una Smart grigia , fanno la scoperta più inquietante: un fucile d’assalto da guerra semiautomatico AK-47.
L’arma è pronta all’uso, “militarizzata”: ha un caricatore inserito contenente 18 cartucce e un secondo caricatore da 11 cartucce sovrapposto in senso contrario, bloccato con lo scotch trasparente per consentire una ricarica ultrarapida. È la classica configurazione da combattimento.
Mentre l’arma viene repertata dalla Polizia Scientifica , gli investigatori della Squadra Mobile avviano la caccia all’uomo. Parallelamente al rinvenimento dell’AK-47, gli agenti perquisiscono in zona un altro soggetto, Giovanni Calvanese, trovato in possesso di una pistola clandestina e immediatamente arrestato. È il segnale che a Montesanto le fazioni criminali sono scese in strada con le armi in pugno.
Le indagini della Squadra Mobile si concentrano rapidamente su tre figure centrali, catturate dai sistemi di videosorveglianza dei negozi e dai video virali su TikTok. Si tratta di Emanuele Iaccarino (38 anni, con recidiva reiterata) , Giuseppe Truiolo (30 anni, con recidiva infraquinquennale e compagno della sorellastra di Iaccarino) e Arianna Rossetti (33 anni, compagna di Iaccarino).
Iaccarino e Truiolo vengono rintracciati nel cuore della notte a Giugliano in Campania, presso l’abitazione di quest’ultimo. Al momento dell’irruzione dei poliziotti, che avevano preventivamente circondato l’edificio, i due tentano una disperata fuga dal retro, ma vengono bloccati. In casa ci sono le compagne e numerosi parenti arrivati in fretta e furia proprio da Montesanto, a testimonianza di una vera e propria “ritirata strategica” dopo i disordini in centro. Sottoposti all’esame dello STUB (per verificare la presenza di polvere da sparo), i due sono stati portati in carcere a Secondigliano.
Grazie alla minuziosa analisi dei video disposta dagli inquirenti, la dinamica del 29 giugno è stata ricostruita
Fase 1: La rissa. Un alterco per motivi ancora da chiarire degenera in una mega rissa tra fazioni opposte composta da uomini e donne. Volano sedie, caschi, cassonetti dei rifiuti, e i motorini parcheggiati vengono scaraventati a terra. Lo stesso Iaccarino viene filmato mentre viene atterrato durante la mischia.
Fase 2: I colpi di pistola. Poco dopo l’inizio dei tumulti, Giuseppe Truiolo arriva in Piazza Montesanto a bordo di una Fiat Panda grigio scuro. Emanuele Iaccarino giunge invece su uno scooter nero insieme ad Arianna Rossetti, brandendo una pistola.
Nelle immagini si vede la Rossetti farsi consegnare la pistola da Iaccarino, entrare brevemente in un negozio e poi nasconderla all’interno della Fiat Panda. Da quella stessa vettura, Truiolo preleva l’arma ed esplode diversi colpi in aria tra la folla terrorizzata prima di scappare insieme a Iaccarino a bordo della Panda.
Fase 3: Il ritorno con l’AK-47. Quello che sembrava l’epilogo è solo l’inizio. Circa un’ora dopo, le telecamere dell’Istituto Bianchi e i passanti filmano un uomo a volto parzialmente travisato che percorre a piedi via Olivella in direzione Piazza Montesanto imbracciando visibilmente l’AK-47.
Cammina tra la gente sfoggiando l’arma da guerra. Compiuta l’ostentazione, l’uomo sale come passeggero su uno scooter Sh rosso (mezzo storicamente in uso a Iaccarino) guidato da un complice e si dilegua verso vico Canalone all’Olivella (dove abita la sua famiglia), dove l’arma verrà nascosta sotto la Smart.
A incastrare definitivamente Emanuele Iaccarino come l’uomo del Kalashnikov non sono state solo le confidenze e i tracciamenti dei varchi stradali dello scooter rosso e della Panda. Il dettaglio insuperabile è di natura antropometrica: i fotogrammi ravvisati su TikTok mostrano l’uomo del fucile d’assalto con gli stessi, vistosi tatuaggi sulle braccia che Iaccarino esibisce nelle foto segnaletiche della Squadra Mobile.
L’abbigliamento – un bermuda scuro, scarpe da ginnastica bianche e un cappellino da baseball – coincide perfettamente nei diversi momenti della serata.
Il GIP Emilio Minio ha convalidato il fermo e applicato la massima misura custodiale in carcere per Iaccarino e Truiolo, sottolineando l’allarmante gravità delle condotte. Al contrario, per Arianna Rossetti il fermo non è stato convalidato ed è stata disposta l’immediata scarcerazione: pur avendo maneggiato la pistola per occultarla nella Panda, per il giudice non è emerso il pericolo di fuga che potesse giustificare il provvedimento d’urgenza del fermo.
Ciò che emerge chiaramente dalle contestazioni della Procura, aggravate dal metodo mafioso, è lo sfondo strategico di questa follia. Non si è trattato di una banale rissa da sabato sera finita male. L’esibizione dell’AK-47 a braccia tese tra le strade affollate di Montesanto risponde a un preciso e arcaico codice criminale: la dimostrazione muscolare della forza intimidatrice e del pieno controllo del territorio.
Mostrare un’arma da guerra nel cuore di Napoli, davanti alle telecamere e alla cittadinanza, significa lanciare un messaggio di egemonia e sovranità criminale alle fazioni contrapposte e a chiunque abiti il quartiere.
La risoluzione delle controversie non passa per i canali ordinari, ma per la sfilata simbolica del terrore. Montesanto si conferma così una trincea caldissima nelle geografie della camorra partenopea, dove le nuove generazioni criminali uniscono la spavalderia dei social network alla brutale disponibilità di armi da guerra dell’Europa dell’Est.
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