Castellammare, la «porta aperta» della camorra: il retroscena del geometra arrestato che firmava atti in Comune

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Giuseppe Del Gaudio

Castellammare – Se c’è uno spaccato che documenta con spietata lucidità come la camorra stabiese sia passata dal pizzo di strada alla colonizzazione silenziosa della burocrazia pubblica, quello spaccato è racchiuso nelle venti pagine del Capitolo 4.4 della Relazione Prefettizia d’Accesso sul Comune di Castellammare di Stabia.

Il capitolo si intitola «La posizione del geometra Angelo Schettino e le criticità dei flussi protocollari». Non si parla di intimidazioni con le armi o di sventagliate di mitra contro le serrande, ma di un’operazione d’aggancio assai più insidiosa: l’impiego sistematico di tecnici e “colletti bianchi” capaci di muoversi disinvoltamente tra i corridoi dell’Ufficio Tecnico, i terminali dell’Urbanistica e i vertici operativi del clan D’Alessandro di Scanzano.

Un quadro emerso in tutta la sua drammaticità con l’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal GIP di Napoli Fabrizio Finamore a maggio del 2025, su richiesta della DDA (coordinata dal Procuratore Nicola Gratteri, dall’Aggiunto Sergio Ferrigno e dal Sostituto Giuseppe Cimmarotta), che ha portato all’arresto di 11 esponenti della cosca, tra cui il boss Vincenzo D’Alessandro e, per l’appunto, il geometra Angelo Schettino.

L’ex dirigente comunale era stato poi posto agli arresti domiciliari dopo due mesi, dove si trova attualmente. A marzo scorso è stato condannato in primo grado a 6 anni e 8 mesi di carcere per concorso esterno ad associazione a delinquere.

L’alleanza tra la cupola di Scanzano e i colletti bianchi

Nei verbali d’indagine condotte dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata, la figura del geometra Schettino viene definita come quella di un professionista «a disposizione» del clan. Schettino non era un semplice cittadino che presentava pratiche per conto di clienti privati. Era l’anello di congiunzione: l’uomo in grado di monitorare gli archivi dell’Urbanistica, di gestire le pratiche edilizie e di condono per conto di affiliati e prestanome della cosca, ma soprattutto di reperire informazioni riservate e strategiche.

Il pentito del cla, Pasquale Rapicano ha infatti messo a verbale: …”Schettino è un vero e proprio bandito” che “passa le cart erelative agli appalti pubblici al clan”. Il pentito lo collegava a Paturzo Liberato detto “Cocò”, quale canale di anticipazione di notizie su importi e caratteristiche delle gare, e ad alcuni dipendenti comunali raggiunti da provvedimenti giudiziari per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni. Lo stesso collaboratore precisava che
“Schettino in ogni caso comanda ogni cosa presso l’UTC pur non essendo un dipendente comunale e ha rapporti frequenti con Michele D’Alessandro. Dopo l’arresto di Cocò [Paturzo Liberato] è subentrato …omissis…  nei rapporti relativi agli appalti pubblici, nel senso che le fatiche le deve prendere Gaetano”.

Nello stesso passaggio riferisce che “Lo Schettino mi ha rilasciato tutti i permessi per i lavori che ho fatto presso la mia abitazione nel 2015 … ricordo anche che se c’era qualche abuso …omissis… aveva l’abitudine di avvisarci prima che ci sarebbe stato un controllo della polizia locale…”. Aggiunge di avere visto Michele D’Alessandro regalare a Schettino un orologio Rolex nel 2016 “per i suoi servigi”, alla presenza di Rossetti Antonio, nonché di avere mantenuto con lui contatti telefonici e WhatsApp frequenti.

A Schettino ed al suo network tecnico gli inquirenti contestano di aver fornito supporto logistico ed informativo all’organizzazione criminale, giungendo persino a mappare ed indicare agli affiliati l’esatta ubicazione e il funzionamento delle telecamere di videosorveglianza installate sul territorio cittadino e nei pressi degli obiettivi da colpire con il racket delle estorsioni. Una consulenza ad alto valore aggiunto che permetteva ai referenti del pizzo di muoversi a colpo sicuro evitando le trappole delle forze dell’ordine.

Il buco nero del protocollo: la sospensione giaciuta per 14 mesi

Ma è sul piano strettamente amministrativo che la vicenda Schettino assume i contorni dell’incredibile, svelando la totale permeabilità ed inefficienza della macchina comunale di Palazzo Farnese.

Il 1° marzo 2024, il Consiglio del Collegio dei Geometri e Geometri Laureati della Provincia di Napoli adottava nei confronti di Angelo Schettino la sanzione della sospensione a tempo indeterminato dall’esercizio della professione. In base al codice deontologico e alle norme sulle opere pubbliche ed edilizie, da quel momento Schettino non avrebbe potuto firmare alcun progetto, presentare alcuna Segnalazione Certificata di Inizio Attività (SCIA), né interfacciarsi con la pubblica amministrazione per conto di terzi.

La notifica ufficiale del provvedimento di sospensione venne inviata a mezzo PEC ed acquisita al Protocollo Generale del Comune di Castellammare di Stabia quello stesso 1° marzo 2024. Ebbene, cosa accadde a quell’atto?

Come ricostruito meticolosamente dalla Commissione d’Accesso, la nota inviata dall’Ordine professionale non venne mai inserita nella “scrivania virtuale” dei dirigenti del Settore Urbanistica e dei Lavori Pubblici, né tantomeno girata ai funzionari istruttori degli sportelli SUE e SUAP. Per oltre quattordici mesi — fino al maggio 2025, giorno del suo arresto in carcere nell’operazione della DDA — quella sospensione è rimasta “congelata” ed invisibile nei meandri del sistema informatico “Civilia”. Per quattordici mesi, Schettino ha continuato a varcare liberamente la soglia dell’Ufficio Tecnico di Piazza Giovanni XXIII, a conferire con i dipendenti, a visionare i faldoni ed a protocollare decine di pratiche edilizie ed autorizzative a sua firma, come se nulla fosse.

“Ci dicono pure dove stanno le telecamere”: le intercettazioni della DDA

La totale assenza di filtri negli uffici comunali trova riscontro diretto nelle intercettazioni ambientali e telefoniche disposte dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli nell’ambito dell’inchiesta sul clan D’Alessandro.
In un’ascolto ambientale captato all’interno dell’autovettura in uso ad un referente dell’area operativa del clan, gli affiliati commentavano con soddisfazione la capacità dei loro “tecnici” di penetrare l’apparato municipale e garantire la copertura alle attività illecite.

In un’altra conversazione intercettata, mentre si discuteva della necessità di regolarizzare un immobile abusivo e di evitare i controlli della Polizia Municipale e dei tecnici dell’Ente, l’interlocutore rassicurava il proprio interlocutore sulla forza contrattuale della rete di professionisti d’area.

Firme post-arresto e pratiche zombie: l’inerzia dei controlli interni

Il paradosso della vicenda Schettino non si è arrestato neppure di fronte alle manette. Quando nel maggio 2025 i Carabinieri hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare portando il geometra nel carcere di Secondigliano, la Commissione d’Accesso ha scoperto un ulteriore dettaglio sconcertante.

Nei giorni e nelle settimane successive all’arresto, alcune pratiche edilizie presentate dal geometra nei mesi precedenti hanno continuato ad iterare regolarmente negli uffici dell’Urbanistica. Nessun dirigente o istruttore si è preso la briga di verificare l’efficacia dei titoli o di disporre una verifica a ritroso sugli atti firmati da un professionista sospeso dall’Albo e contestualmente ristretto in carcere con l’accusa di associazione mafiosa.

Solo a seguito delle formali contestazioni mosse dagli ispettori prefettizi durante le audizioni dei dirigenti, l’Amministrazione si è vista costretta ad avviare una tardiva ricognizione d’ufficio per individuare le SCIA ed i permessi a costruire inficiati da nullità insanabile.

Il verdetto degli ispettori: la paralisi disciplinare di Palazzo Farnese

Nell’analisi conclusiva del Capitolo 4.4, la Commissione d’Accesso picchia duro sull’assenza di anticorpi e sulla paralisi degli organi di controllo interno di Palazzo Farnese. Interrogati sulla mancata lavorazione della nota di sospensione giaciuta per 14 mesi, i dirigenti si sono giustificati adducendo il gran mole di flussi protocollari in entrata, l’assenza di un modulo automatico di allerta nel software “Civilia” e la consuetudine di cedere le password di accesso al personale di segreteria per velocizzare le operazioni.

Nessun procedimento disciplinare o sanzionatorio è stato tuttavia promosso dal Segretario Generale o dal Nucleo di Valutazione nei confronti dei dipendenti responsabili dell’omessa trasmissione del documento. L’unica misura adottata dall’Ente si è limitata ad un silente spostamento ad altro servizio dell’addetto al protocollo.

Per gli 007 della Prefettura e per il Ministero dell’Interno, la vicenda Schettino ha rappresentato la prova regina: dimostra come l’Ufficio Tecnico di Castellammare di Stabia fosse ridotto ad un guscio burocratico permeabile, esposto al condizionamento della camorra ed incapace di proteggere i propri atti ed i propri processi decisionali dalle ingerenze dei professionisti legati ai clan.

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