

Nella foto Raffaele Cinque, Giueseppe e Salvatore Bove
Ma perché Raffaele Cinque doveva morire? Per comprenderlo, bisogna addentrarsi nei meandri oscuri del “gruppo della Stadera”, un’articolazione storicamente legata al potente Clan Contini (Alleanza di Secondigliano). La vittima non era un nome qualunque: “Sasà a Ranf” ra nipote del defunto Domenico Cimminiello (alias “Mimi ‘o Merican”), storico vertice del gruppo criminale della zona. Dopo la morte di quest’ultimo nel 2011, il gruppo si era scisso in due fazioni: quella del “Priatorio” e quella guidata dai fratelli Lucarelli.
Dall’altra parte della barricata c’è la famiglia Bove. Cinque fratelli con un curriculum criminale di spessore, legati alla figura di Luigi Folchetti, vertice indiscusso del clan alla Stadera. I Bove, in particolare, gestiscono la fiorente piazza di spaccio radicata proprio nelle palazzine popolari di via dello Scirocco 55. È il controllo del territorio a fare da miccia.
Per capire la morte, bisogna prima mappare la vita. E la vita, nel Rione Stadera a Poggioreale, è un delicato ecosistema regolato da confini invisibili e codici spietati. L’ordinanza firmata dal gip Daniela De Nicola non è solo il resoconto di un omicidio, ma un vero e proprio trattato di geopolitica camorristica. Nelle decine di pagine che ricostruiscono il movente, emerge con chiarezza come il delitto del 21 gennaio 2024 sia stato solo lo schianto finale di due faglie tettoniche in attrito da anni.
Da una parte la vecchia guardia, il lignaggio storico; dall’altra la nuova leva, affamata, violenta e militarmente superiore. Al centro, come sempre, il controllo totale del territorio e lo snodo milionario dello spaccio.
Raffaele Cinque, per tutti “Sasà a Ranf”, non era un cane sciolto. Il suo nome pesava. Era il nipote prediletto di Domenico Cimminiello, noto negli archivi della Questura come “Mimi ‘o Merican”, il boss che per anni aveva retto le sorti del “gruppo della Stadera” per conto dei vertici del potentissimo Clan Contini, cartello di punta dell’Alleanza di Secondigliano.
Finché Cimminiello è rimasto in vita, la Stadera ha vissuto una pax mafiosa garantita dal suo carisma. Ma alla sua morte, avvenuta nel 2011, l’impero si è sgretolato. Gli investigatori annotano come il vuoto di potere abbia generato una frattura insanabile. Il gruppo storico si è diviso in due fazioni: i “Priatorio” e i fratelli Lucarelli. In questo clima frammentato, la famiglia Cinque ha cercato di mantenere il proprio status, ma la mancanza di un vero esercito alle spalle li ha resi vulnerabili.
È in queste crepe che si inseriscono i Bove. Cinque fratelli, uniti da un legame di sangue granitico e da una ferocia non comune, conosciuti nel quartiere con il soprannome di “Polpetta”. Rispondono agli ordini di Luigi Folchetti, considerato il nuovo reggente della zona, e non hanno alcun timore reverenziale verso il passato.
Il vero “bancomat” della famiglia è in via dello Scirocco al civico 55. Lì, a pochi passi dall’abitazione di Raffaele Cinque (che vive al 56), i Bove gestiscono una delle piazze di spaccio più fiorenti del quartiere. L’ordinanza descrive una convivenza impossibile: l’arroganza dei nuovi padroni che spacciano sotto le finestre dell’erede del vecchio boss. I Cinque si sentono accerchiati, sminuiti. Iniziano i dissapori, le occhiatacce, gli sgarbi per i confini non rispettati. La polveriera è innescata, manca solo la scintilla.
La scintilla scocca in un giorno di festa. È il 26 dicembre 2023, Santo Stefano. Raffaele Cinque è in strada, a bordo di uno scooter che gli ha prestato la cognata, Fortuna Messina. Non sa che i rivali hanno deciso di dare una dimostrazione di forza.
Le telecamere di videosorveglianza della zona, i cui fotogrammi sono allegati agli atti dell’inchiesta, riprendono la scena a velocità raddoppiata. Una Fiat Panda color oro, intestata a Salvatore Bove, punta dritto contro lo scooter di Cinque e lo travolge con una violenza inaudita. Ma non è un avvertimento, è un tentato omicidio.
Dalla vettura scende Giuseppe Bove, il più esuberante e feroce dei fratelli. Impugna un’arma da taglio. Si avventa su “Sasà a Ranf” ancora a terra e lo colpisce ripetutamente alla schiena. Le cartelle cliniche referteranno almeno tre profonde ferite da taglio. Cinque sopravvive per miracolo, si rialza grondante di sangue. È un affronto totale, pubblico, in pieno giorno.
Nel codice della camorra, se vieni colpito devi rispondere, altrimenti sei finito. Raffaele Cinque lo sa. Ma commette l’errore fatale che gli costerà la vita. Accecato dall’ira e umiliato nel suo stesso rione, decide di vendicarsi colpendo il punto debole dei Bove: non riuscendo ad arrivare direttamente a Giuseppe o a Salvatore, “Sasà” prende di mira Annunziata Bove, detta “Nancy”, la sorella dei fratelli “Polpetta”.
Le carte dell’ordinanza non scendono nei dettagli truculenti di questo episodio, ma cristallizzano il movente: Cinque l’ha aggredita. E questo, per la famiglia Bove, è il superamento della linea di non ritorno. Aver toccato una donna della famiglia, la sorella di colui che poco prima aveva cercato di ucciderlo, impone una reazione definitiva e irreparabile.
Giuseppe Bove lo ammetterà implicitamente mesi dopo, intercettato dal carcere di Prato, parlando con la fidanzata che gli rinfaccerà di aver rovinato tutto pur di difendere le intemperanze di sua sorella Nancy.
Da quel giorno di fine dicembre, Raffaele Cinque è un morto che cammina. I Bove iniziano a pianificare l’esecuzione nei minimi dettagli. Sanno che “Sasà” cercherà di barricarsi in casa, e per questo decidono di colpire all’alba del 21 gennaio. Non per strada, ma fin dentro l’appartamento, per lanciare un messaggio a tutto il rione Stadera: i padroni, ora, sono i “Polpetta”. E non fanno prigionieri.