

Operazione anti falsificazione a Napoli
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Garantivano l’anonimato più assoluto ai propri clienti, incassavano pagamenti schermati in Bitcoin e usavano canali Telegram blindati per piazzare banconote false e droga. Eppure, a tradire un’agguerrita associazione a delinquere radicata a Napoli non è stata una falla negli algoritmi crittografici, ma la più classica delle debolezze umane: la vanità social e la passione per i videogiochi online.
I Carabinieri del Comando Antifalsificazione monetaria, coordinati dalla Procura partenopea, hanno disarticolato la rete criminale che faceva capo ai noti account “El Real Shop” e “@Eldiablo0301”. Un’operazione monumentale, chiusa con un decreto di sequestro preventivo da ben 536.880 euro tra contanti, immobili e strumenti informatici.
La vera svolta dell’inchiesta risiede nella strategia investigativa. I militari dell’Arma sono riusciti a mettere a segno il colpo senza ricorrere alle tradizionali intercettazioni telefoniche o ambientali. Il successo è arrivato incrociando i vecchi metodi (pedinamenti e osservazione sul campo) con le più moderne tecniche di Osint (Open Source Intelligence) e l’analisi forense finanziaria. Un lavoro certosino che ha permesso agli inquirenti di penetrare la blockchain e tracciare oltre 410 wallet di Bitcoin, ricostruendo il giro d’affari illegale accumulato tra luglio 2022 e dicembre 2023.
Il castello digitale dei vendor è crollato davanti al joystick. Nonostante l’uso di connessioni schermate per gestire i mercati telematici, alcuni indagati hanno commesso l’errore fatale di invitare amici e conoscenti a sessioni di gioco online sulle popolari console da salotto.
Per farlo, hanno utilizzato i propri nickname personali, un filo rosso che ha permesso ai Carabinieri di associare i profili virtuali alle identità reali. In altri casi, la sicurezza interna è venuta meno con comunicazioni e attività compiute incredibilmente “in chiaro”.
A completare il quadro è stata la “Ink Investigation”, l’analisi dei dettagli anatomici. L’organizzazione pubblicava regolarmente video promozionali su Telegram per mostrare la qualità delle banconote contraffatte appena stampate. In quelle immagini, però, erano ben visibili tatuaggi e segni distintivi sulle braccia dei venditori.
I successivi controlli sui social network hanno fatto il resto: i dettagli emersi nei video coincidevano perfettamente con i selfie scattati dagli indagati nelle loro abitazioni – talvolta immortalando proprio gli stessi ambienti domestici usati come stoccaggio per la valuta falsa – portando gli investigatori dritti al loro indirizzo. Per l’organizzazione è stato, nel senso letterale del termine, un definitivo “game over”.
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