La «cardarella» del crack: il mercato degli stupefacenti a Caivano copia i cantieri edili

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Nel mercato sotterraneo di Caivano, la qualità dello stupefacente non è semplicemente una questione di “soddisfazione del cliente”, ma rappresenta il termometro esatto del potere contrattuale di una piazza di spaccio rispetto ai grandi cartelli di fornitura. Dalle pieghe dell’ordinanza cautelare emerge come il controllo della purezza della cocaina e la tecnica di trasformazione in crack fossero al centro delle ossessioni quotidiane di Domenico Di Micco.

Un prodotto tagliato male, o di scarsa qualità, rischiava infatti di produrre due effetti devastanti per il sodalizio di via Uganda: il crollo immediato dei profitti in favore di altre piazze concorrenti del Parco Verde e, fatto ancor più pericoloso, l’esposizione a ritorsioni o a “lamentele” ad alta voce da parte dei consumatori che avrebbero potuto attirare l’attenzione delle forze dell’ordine nei pressi del fortino.

L’intercettazione chiave: “Dobbiamo comprare la roba buona”

Le cimici della sezione investigativa immortalano perfettamente una discussione interna in cui la qualità della sostanza diventa motivo di scontro aperto e di dura dottrina commerciale tra il capo piazza Domenico Di Micco e il cognato Biagio D’Angelo. Di Micco rifiuta categoricamente la logica del massimo risparmio sui rifornimenti se questo comporta il rischio di immettere sul mercato un prodotto scadente:

Domenico Di Micco: «Non dobbiamo comprare… io sono del parere che dobbiamo comprare la ROBA BUONA, NON DOBBIAMO MAI COMPRARE LA MUNNEZZA… Io la prossima volta la prendo da mano a questo… Che prendo quelle cose da te, ma stai bene con la testa? Ma guarda qua che roba, ora ti faccio vedere… da squagliare… da squagliare!»

Il riferimento al verbo «squagliare» è un dettaglio tecnico fondamentale. Nel gergo criminale del Parco Verde, indica l’operazione chimica di cottura della cocaina idrocloruro insieme a bicarbonato di sodio o ammoniaca per isolare la base libera e ottenere i cristalli di crack, pronti per essere fumati. Se la cocaina di partenza è pesantemente “tagliata” (ovvero miscelata con sostanze adulteranti come levamisolo, caffeina o paracetamolo), la resa durante la cottura crolla verticalmente, la sostanza “non stringe” e il prodotto finale risulta inutilizzabile o di sapore sgradevole, provocando le proteste dei clienti.

La precisione chirurgica dei grammi e il trucco delle “più dosi”

Dalle sommarie informazioni fornite dagli assuntori fermati subito dopo l’acquisto, emerge come la piazza applicasse un tariffario rigidissimo legato al peso preciso al milligrammo della dose. I riscontri effettuati sul campo dalla Polizia Giudiziaria evidenziano sequestri continui di involucri con pesature come 0,42 grammi , 0,46 grammi, 0,48 grammi o confezioni più consistenti da 1,40 grammi rivendute a 50 euro.

Inoltre, la gestione della qualità si incrociava con una vera e propria strategia di “riduzione del danno giudiziario” per il cliente, architettata dai gestori della mansarda per non perdere la fiducia della clientela. Come raccontato da un cliente ai verbalizzanti, la donna addetta al bancone — identificata in Nataliia Terletska (“Maria”) — utilizzava una cura quasi commerciale nel frazionare la roba pura:

«La donna aveva sul tavolo due buste di media grandezza con della sostanza di colore bianco e da una delle due buste ha preso parte del contenuto con le mani pesandola su un bilancino piccolino … La donna mi ha detto che era meglio dividere la sostanza in più dosi in modo tale che in un eventuale controllo di polizia ne avrei consegnata solo una ai poliziotti.»

La “Cardarella” e la catena di montaggio del confezionamento

Quando la partita di cocaina “buona” veniva approvata dal capo, scattava la fase industriale del confezionamento. Lo stupefacente non veniva lasciato sfuso per evitare ammanchi da parte dei pusher subordinati. In un’altra intercettazione del gennaio 2024, Giulio Marsicano contatta Di Micco per segnalare che la catena di montaggio è pronta, usando una metafora edilizia che ben descrive la durezza del contesto:

Giulio Marsicano: «Mimmo ma agli operai io gli ho preparato “la cardarella”… la roba ma qua non è venuto nessuno.»

La «cardarella» (il secchio da muratore) era il paniere riempito con le dosi già confezionate singolarmente nei classici involucri termosaldati di cellophane bianco, pronti per lo spaccio al dettaglio dietro le sbarre dei cancelli sul pianerottolo. Un’organizzazione ossessionata dagli standard qualitativi ed logistici, che considerava il crack un prodotto commerciale da difendere a colpi di pistola dalle pretese estorsive dei clan rivali della periferia napoletana.

(nella foto i componenti della piazza di spaccio via Uganda da sinistra in alto: Domenico Di Micco, Teresa D’Angelo, Natalia Terlestka detta Maria, Giulio Marsicano, Francesco Pezzella e Daniele Miele; in basso da sinistra Giusy Vivace, Luca Fischetti, Carminbe jr Squaglione, Lucio Cozzuto e Giuseppe Piccolo)

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Giuseppe Del Gaudio

Giuseppe Del Gaudio, giornalista professionista dal 1991. Amante del cinema d'azione, sport e della cultura Sud Americana. Il suo motto: "lavorare fa bene, il non lavoro: stanca"

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