IL SEQUESTRO LAMPO

Rapimento del 15enne Giuseppe Maddaluno, la Dda chiede condanne per 50 anni di carcere

Secondo l’accusa il commando agì con mezzi rudimentali e appena 50 euro per acquistare corde e nastro adesivo. Il ragazzo fu prelevato a San Giorgio a Cremano e liberato dopo ore di prigionia a Licola
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È passato esattamente un anno dal sequestro lampo di Giuseppe Maddaluno, il quindicenne figlio di un imprenditore di San Giorgio a Cremano. Un episodio che, l’8 aprile 2025, riportò alla memoria uno dei reati più gravi e temuti nella cronaca criminale: il rapimento di persona.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, quella mattina il ragazzo fu prelevato proprio nella cittadina vesuviana alle porte della zona orientale di Napoli. Un’azione rapida, pianificata nei minimi dettagli, che avrebbe visto entrare in azione un piccolo commando organizzato.

Il giovane venne caricato in auto e trasferito in un’abitazione della periferia orientale del capoluogo partenopeo, dove sarebbe stato tenuto sotto controllo per diverse ore.

Il piano del commando

Dalle indagini della Direzione distrettuale antimafia è emerso che il gruppo avrebbe agito con mezzi rudimentali e con un budget minimo. Gli investigatori hanno infatti ricostruito che i rapitori avrebbero speso appena cinquanta euro per acquistare corde, nastro adesivo e altri strumenti utilizzati per immobilizzare la vittima.

Un dettaglio che, secondo la Procura, dimostrerebbe la determinazione del gruppo e la semplicità dei mezzi impiegati per portare a termine il sequestro.

Il trasferimento e la liberazione a Licola

Dopo il rapimento, il quindicenne sarebbe stato spostato più volte fino a essere condotto nella zona di Licola, nel territorio flegreo. Lì si sarebbe conclusa la vicenda: il ragazzo venne liberato dopo circa otto ore di prigionia.

Un sequestro relativamente breve ma che, per modalità e violenza, è stato definito dagli inquirenti un episodio di estrema gravità.

Le accuse della Procura antimafia

Nel corso della requisitoria, il pubblico ministero Henry John Woodcock ha ricostruito in aula l’intero impianto accusatorio, chiedendo condanne pesanti per i tre imputati.

La Procura ha chiesto 18 anni di reclusione per Renato Franco, ritenuto uno degli organizzatori del sequestro e indicato come vicino agli ambienti del presunto clan Formicola. Per il cugino Giovanni Franco, accusato di aver partecipato alla pianificazione e alla fase operativa del rapimento, la richiesta è stata di 16 anni.

Dodici anni, invece, la pena richiesta per Antonio Amaral Pacheco de Oliveira, collaboratore di giustizia che avrebbe contribuito a chiarire diversi passaggi della vicenda.

«Un atto di estrema crudeltà»

Nel suo intervento davanti al collegio giudicante, Woodcock ha definito il rapimento «un atto di estrema crudeltà», sottolineando la necessità di una risposta giudiziaria severa.

Secondo l’accusa, il sequestro del giovane Maddaluno rappresenta un episodio particolarmente allarmante per modalità e contesto, soprattutto perché ha colpito un minorenne e si è consumato in pieno giorno.

Con la requisitoria della Procura, il procedimento entra ora nella fase finale del dibattimento. Nei prossimi passaggi processuali saranno le difese a replicare alle accuse, prima della decisione del tribunale.

Una sentenza attesa che dovrà stabilire le responsabilità dei tre imputati e chiudere uno dei casi di cronaca giudiziaria più inquietanti registrati nell’area vesuviana negli ultimi anni.

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