Napoli, «I ragazzi non hanno paura del carcere, hanno paura di essere invisibili»

Napoli – Per dare un volto e una voce ai numeri drammatici del rapporto Dis(armati), ci siamo spostati alla periferia di Napoli. Abbiamo incontrato Antonio, un operatore sociale di strada che da quindici anni lavora nei quartieri “di frontiera”. Lo abbiamo intervistato in un bar poco distante da via Metastasio, proprio dove pochi giorni fa è bruciata l’auto dell’imprenditore vittima di racket.

Antonio, i dati dicono che nei primi sei mesi del 2025 ci sono stati 27 minori denunciati per omicidio. Tu che sei in strada ogni giorno, come spieghi questa accelerazione della violenza?

«Quello che vedete nei dati è solo l’eruzione del vulcano. Sotto c’è un magma di solitudine che bolle da anni. Oggi un ragazzino di 14 anni non vede la violenza come un crimine, ma come un linguaggio. Se non hai parole per esprimere il tuo disagio, se non hai un posto dove sentirti qualcuno, allora una pistola o un coltello diventano il tuo “biglietto da visita”. Questi 27 casi sono il fallimento non dei ragazzi, ma di tutto il sistema che sta loro intorno.»

Il rapporto parla di “arruolamento a basso costo” da parte dei clan. Come avviene questo aggancio?

«È un marketing spietato. Il clan offre quello che lo Stato non dà: senso di appartenenza, protezione (falsa, ovviamente) e soldi subito. Per un quattordicenne, vedere il “capo” del quartiere con l’auto di lusso e le scarpe da mille euro è più seducente di un percorso scolastico che non gli garantisce nulla. I clan sanno che un minore rischia meno a livello penale, quindi li usano come carne da cannone per le “stese” o per le estorsioni. Sono soldati usa e getta.»

Si parla molto dell’approccio punitivo, come il Decreto Caivano. Sta funzionando?

«Il carcere da solo è un’università del crimine. Se prendi un ragazzino che ha commesso un errore, lo chiudi in una cella per mesi senza un progetto educativo serio e poi lo rimetti nello stesso vicolo di prima, cosa pensi che succeda? Tornerà in strada con più rabbia e più contatti criminali. Il controllo serve, certo, ma la punizione senza riabilitazione è solo un modo per lavarsi la coscienza collettiva.»

Cosa manca davvero in questi quartieri per invertire la rotta?

«Mancano gli spazi di libertà. Se l’unico posto dove un giovane può aggregarsi è la piazza di spaccio, vincerà sempre la malavita. Servirebbero:

Scuole aperte fino a sera: Non solo per lezioni, ma per sport, teatro, musica.

Educatori di strada pagati degnamente: Non possiamo basarci solo sul volontariato.

Opportunità di lavoro vero: Molti di questi ragazzi sono geniali, hanno un’intraprendenza incredibile. Se quella genialità venisse canalizzata legalmente, avremmo dei futuri manager, non dei futuri detenuti.»

C’è un episodio recente che ti ha colpito particolarmente?

«Pochi giorni fa un ragazzino mi ha detto: “Antonio, io non ho paura di morire a 20 anni, ho paura di vivere come mio padre per 80 anni senza mai avere niente”. È questa la vera emergenza: la mancanza di speranza. La violenza è il loro modo per dire “io esisto”.»

Se potessi parlare ai decisori politici in questo momento, cosa chiederesti?

«Di smetterla di gestire Napoli come un’eterna emergenza. Servono investimenti strutturali sui giovani, non solo pattuglie in più. Disarmare i ragazzi significa prima di tutto dare loro qualcosa in mano che non sia una pistola: un libro, un mestiere, una dignità.»

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