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Piazza Italia, azienda commissariata per caporalato: «Profitti al 300% sulla pelle degli invisibili»

La scure della Procura di Prato si abbatte sul colosso di Nola: amministrazione giudiziaria per aver "colposamente agevolato" lo sfruttamento. Nelle fabbriche dei fornitori cinesi operai clandestini e senza diritti. I giudici: "Mai un controllo, interessava solo il prezzo"
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Un terremoto giudiziario scuote il mondo del fast fashion italiano e colpisce al cuore uno dei marchi più noti della grande distribuzione. Piazza Italia Spa, il gigante dell’abbigliamento con quartier generale a Nola, finisce in amministrazione giudiziaria.

Il provvedimento, primo del suo genere in Toscana ed emesso dal Tribunale per le Misure di Prevenzione di Firenze, accoglie in toto la tesi della Procura di Prato guidata da Luca Tescaroli. L’accusa è pesantissima: aver “colposamente agevolato” per anni un sistema di sfruttamento lavorativo brutale pur di abbattere i costi e sbaragliare la concorrenza.

La logica del profitto: guadagni triplicati

Il meccanismo, secondo gli inquirenti, era oliato alla perfezione. Esternalizzando la produzione a due imprese di Prato gestite da imprenditori cinesi — ora indagati per intermediazione illecita e sfruttamento — il brand riusciva a garantire margini di guadagno “quantificati in circa il 300% rispetto ai costi di produzione”.

Un vantaggio competitivo devastante per il mercato legale, ottenuto però drogando la filiera. Secondo il procuratore Tescaroli, questo sistema produttivo basato sulla “massimizzazione del profitto” permetteva di immettere sul mercato capi a prezzi stracciati, appetibili per la fascia medio-bassa della clientela, ma realizzati calpestando ogni regola.

L’orrore nei capannoni: “Condizioni degradanti”

Dietro le vetrine illuminate dei centri commerciali, c’era l’inferno dei capannoni industriali. Le indagini hanno scoperchiato una realtà fatta di maestranze “in nero” e immigrati clandestini senza permesso di soggiorno.

Lavoratori fantasma, costretti a subire quello che la Procura definisce cinicamente “i classici atteggiamenti di sfruttamento”: orari di lavoro massacranti, paghe da fame, zero sicurezza e alloggi di fortuna in condizioni igieniche degradanti. Una schiavitù moderna necessaria per alimentare la catena di montaggio della moda veloce.

La “colpevole inerzia” del brand

Ciò che inchioda Piazza Italia, secondo i giudici, non è aver commesso direttamente il reato, ma non aver fatto nulla per impedirlo. Al colosso di Nola viene rimproverata una “colpevole inerzia” e una totale mancanza di vigilanza sulla filiera.

Dal 2022 a oggi, l’azienda non ha mai verificato la reale capacità imprenditoriale dei suoi terzisti, né ha mai effettuato audit etici. Nelle carte dell’inchiesta non c’è traccia di contratti che tutelino i lavoratori o verbali di ispezione sulle condizioni di lavoro.

L’unico controllo effettuato dalla casa madre riguardava la “qualità dei prodotti forniti”. Se la maglietta era cucita bene, poco importava chi la cucisse e a quale prezzo umano.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
Fonte REDAZIONE
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