Caso Domenico, il tecnico accusa: «Al Monaldi clima di tensione e minacce nel reparto»

Napoli – Un reparto attraversato da tensioni interne, contrasti continui e un clima lavorativo definito «fortemente conflittuale». È questo il quadro emerso dalla deposizione resa in Procura da una tecnico perfusionista in servizio presso la Cardiochirurgia dell’ospedale Ospedale Monaldi, ascoltata nei giorni scorsi dai magistrati nell’ambito dell’inchiesta sul trapianto fallito del piccolo Domenico Caliendo.

La professionista era presente in sala operatoria lo scorso 23 dicembre, quando l’intervento salvavita non poté essere portato a termine dopo che il cuore destinato al bambino, proveniente da Bolzano, risultò danneggiato durante il trasporto.

Davanti al pubblico ministero la donna ha descritto un contesto lavorativo segnato da forti attriti interni, attribuiti in particolare al carattere del primario coinvolto nell’indagine.

«Il clima nel nostro reparto non era dei migliori — ha dichiarato —. Negli ultimi anni circa cinquanta persone sono andate via proprio a causa della conflittualità generata dal dottor Oppido».

Le tensioni dopo l’esplosione del caso mediatico

La testimonianza si concentra soprattutto sui giorni successivi alla diffusione della vicenda sui media nazionali, quando all’interno dell’ospedale — secondo quanto riferito — si sarebbe diffuso uno stato di forte agitazione tra medici e personale sanitario.

Il momento più delicato risalirebbe al 10 febbraio scorso, quando la teste sarebbe stata convocata nello studio del primario, tra gli indagati per l’intervento di trapianto.

«Mi parlò con tono minaccioso — ha raccontato — mostrando la cartella clinica e chiedendomi come fosse possibile che avesse clampato alle 14.18 quando il cuore era già fuori dall’ospedale».

«Hai visto con che gente ho a che fare?»

Durante quell’incontro, sempre secondo la ricostruzione fornita alla Procura, la situazione sarebbe degenerata.

Il medico, rivolgendosi alla propria équipe chirurgica presente nella stanza, avrebbe sfogato la propria rabbia con gesti e parole pesanti. «Diede un calcio al termosifone — ha riferito la testimone — ed esclamò: “Hai visto con che gente di merda ho a che fare?”».

La donna ha raccontato di essere uscita dallo studio «molto amareggiata». Nei giorni successivi avrebbe parlato con un’infermiera specializzata che le avrebbe riferito di essere stata a sua volta accusata dal primario di non aver compreso quale vaso fosse stato clampato durante l’intervento.

Secondo quanto riferito, anche la collega sarebbe stata oggetto di un’aggressione verbale, sebbene la teste non abbia saputo indicarne con precisione le modalità.

La riunione prima degli interrogatori

Un ulteriore episodio risalirebbe al 16 febbraio, quando l’intera équipe chirurgica sarebbe stata convocata nella sala medici, davanti allo studio del primario.

«Ci disse che quello che era successo non era colpa nostra — ha dichiarato la perfusionista — e che dovevamo stare tranquilli in vista dell’interrogatorio della magistratura».

Elementi ora al vaglio degli inquirenti, chiamati a chiarire responsabilità e dinamica di uno dei casi sanitari più delicati degli ultimi mesi.

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A. Carlino

Collaboratore di lunga data di Cronache della Campania Da sempre attento osservatore della società e degli eventi. Segue la cronaca nera. Ha collaborato con diverse redazioni.

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