Bidelli laureati e docenti, i pendolari della speranza

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Sveglia alle quattro del mattino. O anche alle tre e mezzo, se non abiti vicino la stazione. Tre ore di viaggio all’andata, tra arrivo a Termini e poi alla sede assegnata. Altrettante al ritorno. E’ la vita dei pendolari della scuola che, ogni giorno, fanno la spola tra la Campania, dove vivono, e Roma, dove è stata loro assegnata la sede.

Una realtà portata all’attenzione pubblica dalla collaboratrice scolastica che aveva raccontato di fare in treno Napoli-Milano pur di non pagare l’affitto nell’altra città, salvo poi scoprire che, a detta dell’istituto, si sarebbe presentata solo per pochi giorni.

Eppure il fenomeno esiste e non è affatto un’eccezione. Per una dipendente della scuola che si sarebbe sobbarcata il viaggio in poche occasioni, ce ne sono invece altri che ogni giorno affrontano ore di treno da una regione all’altra, pur di poter lavorare.

Bidelli laureati e docenti, i pendolari della speranza

Ad esempio Enza, insegnante di ruolo dal ’98 ma da allora pendolare da Falciano Mondragone, nel casertano, prima su Milano e poi su Roma, in attesa dell’assegnazione nella sua provincia. Quando ha iniziato era una mamma single con una bimba piccola, che nel frattempo è diventata maggiorenne.

E quindi punti in meno, per leggerla in termini concorsuali. Nel popolo dei pendolari c’è perfino chi la mattina prende il treno anche senza aver già ricevuto la convocazione, nella sola speranza che la fatidica chiamata arrivi durante il tragitto. Come Concetta, insegnante di sostegno anche lei della provincia di Caserta e da sei anni pendolare su Roma.

Le storie

“Spesso le persone convocate in un istituto non si presentano e quindi può arrivare la chiamata anche all’ultimo. Per questo molti di noi prendono il treno comunque a prescindere e poi aspettano in banchina a Termini, nella speranza di avere una supplenza. Sul treno la mattina siamo in tanti colleghi e si crea unione”, racconta all’AGI.

“Quando c’è una convocazione si fa passaparola, ci si aiuta. Roma offre tanto perché ci sono 550 scuole e c’è anche il tempo pieno. Alcuni dopo un po’ rinunciano perché è una vita dura e sacrificata, soprattutto agli inizi è veramente dura”. Quest’anno Concetta è passata di ruolo, una quotidianità più sicura ma certo non più comoda.

“Lavoro al Palasport, parto da Macerata Campania, in provincia di Caserta. La mattina prendo il regionale delle 5.00, una volta arrivata a Termini prendo la metro B e un bus che fa undici fermate. Una notte a settimana la passo a Roma. La nostra vita e’ tutta un casino – sospira – ma chi ama questo lavoro tiene duro e va avanti. Ci vuole passione”.

Prendere un treno all’alba per la sola speranza di poter lavorare. Un precariato non solo lavorativo, ma di vita. E c’è anche chi è costretto ad accettare un incarico diverso da quello che gli spetterebbe. E’ il caso di Silvia, originaria di Carinola, in provincia di Caserta.

Silvia è laureata in giurisprudenza ed insegna diritto ed economia, ma quest’anno ha dovuto accettare un’assegnazione come collaboratrice scolastica perché “nel momento in cui l’algoritmo del ministero ha processato la mia posizione – spiega all’AGI – non c’era disponibilità di posti per il mio profilo nelle scuole da me selezionate e quindi, pur di lavorare, ho accettato la supplenza annuale per un ruolo non corrispondente alle mie qualifiche”.

Le scuole indicate da Silvia erano naturalmente quelle vicine alla stazione Termini, visto che l’insegnante viene dalla provincia di Caserta e deve già fare due ore e mezza di viaggio solo per arrivare da casa a Roma. “Mi alzo alle quattro e mezza, vado in stazione con la macchina e da lì impiego due ore per arrivare a Termini”.

“Come me c’è un mondo. Conosco colleghi che fanno avanti e indietro da otto anni. Ma lavorare serve, non andiamo certo lì a farci una passeggiata” spiega ancora Silvia, che può perfino ritenersi fortunata perché l’istituto in cui lavora, il liceo Machiavelli, si trova a dieci minuti a piedi dalla stazione.

“Io vengo a Roma con il regionale, altrimenti dovrei alzarmi alle tre di notte perché, a chi come me vive nelle zone interne, non conviene arrivare fino a una città principale per prendere una Freccia. Ma ci sono anche persone che, pur partendo da Napoli, scelgono il regionale per una questione economica”.

“La Freccia ha un abbonamento costoso rispetto alla retribuzione di un collaboratore scolastico o di un profilo amministrativo, che certo non è alta. E’ vero che con un’ora sei a Roma, ma a quale costo? Con lo stipendio le persone devono anche mantenere la famiglia, al di là del punteggio”.

Già, perché tutti questi sacrifici sono affrontati con un obiettivo, accumulare punteggio in attesa del concorso. Ma alle difficoltà Silvia risponde con la voglia di fare. “Mi sono riscritta all’università e sto prendendo un’altra laurea per avere un ulteriore titolo prima delle nuove graduatorie, aggiornate con cadenza biennale”.

Quindi due lauree e almeno cinque ore di viaggio al giorno, per svegliarsi prima dell’alba e andare a lavorare in un’altra regione in un ruolo che, momentaneamente, non è nemmeno adatto al proprio profilo.

Ma ne vale veramente la pena? Silvia non ha dubbi. “Sì, ne vale sempre la pena. I sacrifici sono compensati dall’amore per il proprio lavoro. Se fai un lavoro che ti piace è come se non lavorassi. E a me piace tantissimo”.

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