Oltre 100 indagati per una inchiesta tra Salerno, Napoli, Avellino, Caserta, Cosenza e Taranto dei carabinieri e della Guardia di finanza di Salerno e Taranto, su delega della Dda di Potenza e Lecce, che ha portato a l’esecuzione di 45 misure cautelari restrittive.

Sono 26 gli indagati in carcere, 11 hanno avuto dal gip il beneficio dei domiciliari, mentre sei sono destinatari di un divieto di dimora; ci sono poi due misure interdittive della sospensione dell’esercizio delle funzioni per due appartenenti al corpo della Guardia di Finanza per sei mesi. Sotto sequestro, poi, immobili, aziende e depositi. I reati contestati sono quelli di associazione a delinquere di stampo mafioso, associazione a delinquere finalizzata alla commissione di e Iva negli oli minerali, intestazione fittizia di beni e societa’, riciclaggio e , nonche’ impiego di denaro di provenienza illecita. Le indagini hanno fatto emergere la sinergia tra mafie del salernitano, del tarantino e di Lecce intorno al contrabbando di oli minerali; le ‘famiglie’ interessate al business erano legate ai e al clan Cicala.

Anche carabiniere infedele tra GLI arrestati

Nei mesi scorsi, quando erano già sorte per prime prove di un coinvoglimento, era stato trasferito in un’altra provincia: oggi è stato arrestato un ‘carabiniere infedele’, che era in servizio al comando provinciale di Salerno, coinvolto nell’inchiesta. Ci sono anche due misure interdittive della sospensione dall’esercizio delle rispettive funzioni di due appartenenti al Corpo per la durata di sei mesi. L’arresto è stato eseguito proprio dai militari del Comando provinciale di Salerno con l’accusa di rivelazione di segreto d’ufficio per aver fornito informazioni sulle indagini in corso, in cambio delle quali, stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, avrebbe ricevuto taniche di carburante, venduto poi a terzi.

Profitti per 30milii di euro annui 

Profitti per 30milioni di euro l’anno dal sodalizio criminale.”Si caratterizzava per la capacità di controllo del territorio, con conseguente controllo dei traffici illeciti sviluppati nel contesto ambientale di riferimento, con conseguente reimpiego delle risorse economiche in numerose attività economico-commerciali, alcune delle quali direttamente riconducibili all’organizzazione anche attraverso una fitta rete di prestanome, che, si è caratterizzata per un uso della violenza e delle armi che venivano messe al servizio della strategia criminale volta ad acquisire il controllo di attività economiche e, in particolare, quella della distribuzione degli rivelatasi, come detto, estremamente lucrosa”.L’attività illecita “ha fruttato rilevantissimi profitti, quantificati in circa 30.000.000 ogni anno”.

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Sul versante lucano l’indagine – avviata su iniziativa di questa Direzione Distrettuale Antimafia alla fine del 2018 – partiva da una delega alla polizia giudiziaria ( in una fase iniziale i Carabinieri della Compagnia di Sala Consilina e del Nucleo Investigativo di Salerno, poi anche la GdF di Salerno) di procedere ad un’analisi ad ampio spettro sul territorio del basso salernitano (che solo negli ultimi anni è passato alla competenza della DDA di Potenza) allo scopo di individuare operatori commerciali prestatisi come terminale occulto per il reinvestimento di capitali illeciti da parte di sodalizi criminali esogeni.L’attenzione veniva subito concentrata sulla posizione della società Carburanti Petrullo di San Rufo , in provincia di Salerno e più in generale sulle società di carburanti del Gruppo Petrullo, la quali – per la dinamica delle loro dimensioni, struttura, relazioni e comportamenti ‘spia’ – palesava una serie di profili di incongruità, quali l’inspiegabile aumento esponenziale dei fatturati e degli investimenti nel giro di pochi anni.

LA PENETRAZIONE DEI NEL SALERNITANO

Dall’inizio del 2019, sono state quindi eseguite – sia dalla DDA di Potenza che da quella di Taranto e dalle rispettive polizia giudiziarie – mirate attività tecniche (oltre alle classiche intercettazioni telefoniche, è stato anche fatto ricorso a captatori informatici, dispositivi gps e microfoni ambientali) che, nel corso dei complessivi 14 mesi dell’inchiesta – supportata dalle attività svolte Nucleo di Polizia Economica Finanziaria della Guardia di Finanza di Salerno che, sulla base di autonomi input info-investigativi, aveva avviato (alla fine del 2017) una verifica fiscale ai fini delle accise e dell’IVA nei confronti delle società del Petrullo – al fine di appurare potenziali condotte evasive poste in essere nella compravendita di prodotti petroliferi – che ha portato la DDA di Potenza a contestare ai componenti del gruppo economico criminale facente capo a Petrullo ed ai Diana oltre che i numerosissimi reati di contrabbando, frodi all’IVA, estorsioni e truffe, anche il delitto di associazione a delinquere aggravata dalla finalità di agevolare il clan dei , attraverso la penetrazione in un nuovo territorio ancora immune da tale fenomeno (quello del ) di una imprenditoria criminale apripista del sodalizio mafioso.Fin dai primissimi riscontri, è stato accertato che la società, attiva nel mercato del commercio di prodotti energetici, era in concreto divenuta il canale privilegiato attraverso il quale la famiglia Diana (inquisita per aver “avvelenato”, nel tempo, la propria terra di origine con il traffico di rifiuti) si era infiltrata nel tessuto economico-sociale del , stringendo a questo scopo un pactum sceleris con Massimo Petrullo, titolare dell’omonima società di carburanti ed avamposto dei in quel territorio e con altri esponenti dell’imprenditoria locale.

In ragione della complessità della materia sotto il profilo fiscale, è stato affidato al Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Salerno e Taranto il primario compito di quantificare e certificare l’illecito profitto ottenuto dal sodalizio attraverso la sistematica evasione di accise ed IVA, affiancando gli investigatori dell’Arma nella ricostruzione delle diverse fasi dell’articolata frode.Alla luce degli elementi indiziari raccolti durante le indagini tecniche e l’analisi delle segnalazioni per operazioni sospette, nonché delle risultanze delle attività amministrative svolte dai Finanzieri salernitani, il contesto investigativo è stato esteso a partire almeno dal 2015, anno in cui sono stati rilevati i primi contatti tra il Diana Raffaele e Petrullo Massimo ed i rapporti commerciali tra questi ed aziende del casertano (area, peraltro, sotto l’influenza anche della stessa famiglia Diana) e poi quelli stabili con le aziende riferibili al clan mafioso tarantino.

I GUADAGNI SULLE VENDITA DEI CARBURANTI per uso agricolo

Venivano vendute ingentissime quantità di carburante per uso agricolo, che come noto beneficia di particolari agevolazioni fiscali, a soggetti che poi lo immettevano nel normale mercato per autotrazione, assai spesso utilizzando le cosiddette “pompe bianche”. È quanto emerge dalle indagini: I tarantini, oltre che per il raggiungimento delle proprie finalità, fornivano ai lucani periodicamente, un elenco di nominativi le cui identità fiscali e i libretti UMA venivano clonate in modo che le imprese del sodalizio campano/lucano (come vedremo di derivazione casalese) potesse fatturare fittiziamente la vendita del carburante per uso agricolo a tali, ignari, imprenditori agricoli, mentre i realtà il prodotto veniva venduto in nero a operatori economici che lo immettevano fraudolentemente nel mercato per autotrazione con guadagni di circa il 50% sul costo effettivo di ogni litro di benzina e nafta venduti. Una vera e propria miniera di oro nero.

Per quanto attiene, invece, il trasporto del prodotto, questo usciva dai depositi fiscali scortato da documenti falsamente attestanti il trasporto di gasolio agricolo. In caso di controllo da parte delle Forze di Polizia, l’autista azionava un apposito congegno elettromagnetico che azionava una pompa che iniettava il colorante (il carburante agricolo ha una colorazione diversa da quella del carburante normalmente usato per autotrazione) allineando il prodotto ai documenti esibiti.In assenza di controllo, il camion giungeva ai depositi commerciali riconducibili agli indagati, simulava lo scarico del prodotto (sostando a favore delle telecamere di sorveglianza per un tempo compatibile a quello realmente necessario per le operazioni) simulava il carico di gasolio per uso autotrazione (con gli stessi accorgimenti) e ripartiva scortato da documenti fiscali di accompagnamento clonati rispetto alla numerazione del registro di carico e scarico attestanti il trasporto di gasolio per uso autotrazione che sarebbero stati registrati in caso di controllo.Una volta giunto al destinatario finale senza controlli, il Das clonato veniva strappato e l’operazione non registrata. Dunque si completava così la vendita in nero del carburante agricolo utilizzato invece e venduto (ad un prezzo quasi doppio) per normali fini di autotrazione.



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