Umberto Bossi e il figlio Renzo escono dal processo sui fondi della Lega. A deciderlo sono stati i giudici della quarta Corte d’Appello di Milano, che hanno pronunciato per padre e figlio una sentenza di “non doversi procedere”. Il Senatur e il Trota erano accusato di aver speso tra il 2008 e il 2010 rispettivamente 208mila euro e 145mila euro di fondi del Carroccio per coprire spese personali. Tutte le ricevute, incluse quelle della ristrutturazione della villetta di Gemonio, delle spese mediche, delle multe, di un’Audi A6 e della “laurea Albanese” del Trota, erano state catalogate da Belsito e erano custodite nella cartelletta ‘The Family’, trovata nella cassaforte dell’ufficio romano dell’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito. La riforma del codice di procedura penale voluta dal governo Gentiloni, però, ha recentemente trasformato il reato di appropriazione indebita, di cui erano accusati i Bossi in concorso con Belsito, in un reato procedibile solo su querela di parte. Matteo Salvini, in qualità di segretario della Lega, però ha deciso di procedere solo nei confronti di Belsito, che per l’accusa si sarebbe appropriato di 2,4 milioni di euro di rimborsi elettorali. Una scelta per la quale adesso Renzo Bossi lo ringrazia. “Salvini ha fatto una scelta basata sulla valutazione degli avvocati della Lega”, ha detto dopo la sentenza. “Sicuramente avrà valutato che tutti quei documenti che noi negli anni abbiamo portato, difendendoci in tutte queste udienze, dimostravano che quei soldi non li avevo mai presi e che quelle spese le avevo pagate io – ha aggiunto – . Alcune spese non erano proprio mie”. Di diverso avviso l’accusa, rappresentata dal sostituto procuratore generale Maria Pia Gualtieri, che in aula aveva detto che la “querela ad personam” presentata dal Carroccio doveva essere “estesa anche a Umberto Bossi e suo figlio Renzo” perché c’era “un unico disegno criminale” che “si estendeva a tutti gli imputati al di là delle intenzioni del querelante” Salvini. Per tutti e tre gli imputati il sostituto procuratore generale ha chiesto la conferma delle condanne inflitte in primo grado. La corte, presieduta da Cornelia Martini, però, ha condannato solo Belsito, rideterminando la pena 1 anno e 8 mesi dalla condanna a 2 anni mezzo inflitta in primo grado. Il suo difensore, l’avvocato Silvio Romanelli, in un passaggio della sua arringa ha ricordato come “prima di andarsene ha lasciato nelle casse della Lega la bellezza di 49 milioni di euro. Perché non era solo impegnato a sottrarre fondi, come vorrebbero i giudici che lo hanno condannato in primo grado, ma ha fatto anche una buona gestione : non ha lasciato la cassa vuota e ha fatto una serie di investimenti proficui”. Amaro il suo commento: “Sono rimasto con il cerino in mano – ha detto l’ex tesoriere del Carroccio – . Pago lo scotto di essere stato il tesoriere che ha eseguito determinati ordini. In questo caso paga l’esecutore ma non il mandante. Speriamo che la Cassazione faccia chiarezza”.
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