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Il coming out di Kevin Spacey dopo le accuse di molestie: sono gay!


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Ad una ad una cadono le pedine della Hollywood che conta. Il caso Weinstein ha travolto anche Kevin Spacey, che non solo ha ricevuto un’accusa di molestie ma ha rilanciato facendo coming out.
La vicenda ha preso il via poche ore fa, quando Buzzfeed News ha pubblicato un’intervista ad Anthony Rapp, attore di “Star Treck Discovery”, nella quale il quarantaseienne ha raccontato di essere stato molestato da Spacey quando aveva quattordici anni mentre il collega ventisei.
Spacey aveva invitato l’allora ragazzino ad una festa a casa sua dopo essersi conosciuti esibendosi insieme in uno spettacolo a Broadway. Rapp, annoiato, si era allontanato dal party e si era rifugiato nella camera da letto dell’attore per guardare la tv. Alla fine della festa, Spacey, stando alle rivelazioni di Anthony, sarebbe entrato nella stanza e, trovando Rapp sul suo letto, gli avrebbe fatto delle avance in maniera piuttosto decisa.

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Da quel giorno i due non si sono più rivolti la parola e solo oggi, sull’onda del caso Weinstein, l’attore ha avuto la forza e il coraggio di raccontare l’episodio.
Pronta la risposta di Spacey che ha scritto su Twitter di avere profondo rispetto e ammirazione per Rapp come attore e di non ricordare l’incontro di cui parla. “Ma se mi sono comportato come dice – ha aggiunto – mi scuso sinceramente per un atteggiamento inappropriato dettato dall’ubriachezza e sono dispiaciuto per i sentimenti che si è portato dentro per tutti questi anni”.
Ma Spacey non si è fermato alle scuse, è andato oltre: “Questa vicenda mi ha incoraggiato a concentrarmi su altri aspetti della mia vita. So che circolano storie su di me e che sono state alimentate dal mio essere così protettivo nei confronti della mia privacy. Come sanno le persone che mi stanno più vicino, nella mia vita ho avuto relazioni sia con uomini sia con donne. Ho amato e avuto incontri romantici con degli uomini nel corso della mia esistenza, e ora ho scelto di vivere da gay. Voglio affrontare questo aspetto onestamente e apertamente e l’inizio è esaminare i miei stessi comportamenti”.

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Le mani della mafia su 11 bar di Trastevere: c’è anche un amico di Riina

Al centro dell’inchiesta Francesco Paolo Maniscalco uomo di fiducia di Giuseppe Salvatore Riina, figlio del defunto boss Toto’

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Le mani della mafia su 11 bar di Trastevere: c’è anche un amico di Riina.

Una strategia di penetrazione del tessuto economico di Roma nell’interesse di “Cosa Nostra” e’ stata fermata con l’operazione odierna dei carabinieri del Ros denominata Gerione con la quale 11 persone sono state arrestate perche’ ritenuti responsabili di trasferimento fraudolento di valori, bancarotta fraudolenta, autoriciclaggio, reati commessi per agevolare l’associazione mafiosa “Cosa Nostra”. L’indagine e’ stata avviata nel novembre del 2018 a seguito della confisca di beni del Tribunale di Palermo per 15 milioni di euro eseguita a carico del palermitano Francesco Paolo Maniscalco.

L’indagato, che a partire dal 1992, prima di tornare a Palermo, ha vissuto a Roma per oltre 17 anni, e’ stato la figura centrale dell’indagine: figlio di un soggetto contiguo alla famiglia palermitana di Corso dei Mille, e’ risultato socio occulto delle attivita’ commerciali emerse. Uomo di fiducia di Giuseppe Salvatore Riina (figlio del defunto Toto’), e’ stato condannato definitivamente per partecipazione ad associazione mafiosa, nonche’ per la rapina multimiliardaria alla sede palermitana della “Sicilcassa” del 1991. Parte della refurtiva, destinata a “Cosa Nostra”, e’ stata fatta fondere in lingotti d’oro e distribuita, su ordine di Toto’ Riina, agli esponenti di vertice dei vari mandamenti di Palermo.

Nell’indagine sono anche emersi i fratelli Salvatore e Benedetto Rubino, pure legati a contesti mafiosi palermitani i quali, insieme a Maniscalco, attraverso societa’ attive nel settore della gastronomia, avvalendosi di prestanome, hanno condotto un progetto imprenditoriale nei quartieri di Testaccio e Trastevere, avviato nel 2011 con l’apertura del bar-pasticceria “Sicilia e Duci srl” (trasferitosi da Testaccio a Trastevere nel 2015) e ostacolato nel 2016 con l’esecuzione di un sequestro di prevenzione a carico della predetta societa’. Tuttavia, poco prima dell’esecuzione del citato provvedimento, gli indagati di oggi hanno proceduto allo svuotamento del patrimonio della “Sicilia e Duci srl”, attraverso la distrazione di beni e capitali a benefico di altre societa’, appositamente costituite a partire proprio dal 2016, conducendo, al contempo la “Sicilia e Duci” alla bancarotta. Gli indagati, attraverso la neocostituita “Efferre srls”, hanno aperto, sempre a Trastevere, un ulteriore esercizio commerciale all’insegna “Da Nina”, oggi sottoposto a sequestro preventivo (del valore di circa 400 mila euro), in quanto avviato col reimpiego di capitali di provenienza illecita.

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Nell’inchiesta sono inoltre emerse le figure di Antonina Pulea e Federica Rubino, moglie e figlia di Benedetto Rubino, in quanto coinvolte, la prima, nella vendita di dipinti e preziosi di provenienza illecita, il cui ricavato e’ stato reimpiegato per avviare le attivita’ commerciali a Trastevere, la seconda, nella bancarotta in qualita’ di amministratore della “Sicilia e Duci”. Gli approfondimenti investigativi, hanno permesso accertare che i dipinti oggetto di compravendita illecita erano stati rubati negli anni ’90.

Citati dagli inquirenti anche Salvatore Cillari, i cui congiunti sono stati esponenti di rilievo del mandamento mafioso palermitano di Porta Nuova, socio occulto e finanziatore della “Sicilia e Duci” e di Giovanna Citarella, autrice di versamenti in contanti a favore della “Sicilia e Duci srl” per circa 91 mila euro serviti per far “decollare” l’attivita’ imprenditoriale. Sottolineata anche la figura di Luca Imperatori, imprenditore di Formello (Rm) e Roberta Rubino (figlia di Benedetto) responsabili di aver concorso nell’occultamento della provenienza illecita dei beni sottratti alla “Sicilia e Duci srl”, nonche’ Marco Rubino (figlio di Salvatore), intestatario fittizio di societa’ controllate dagli indagati principali. I provvedimenti si collocano in una piu’ ampia strategia di contrasto all’infiltrazione mafiosa nel Lazio e nella capitale, condotta dal Raggruppamento operativo speciale carabinieri e coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma – Direzione distrettuale antimafia.

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