Non e’ stato il pm di Napoli Henry John Woodcock a dare ai giornalisti l’intercettazione della telefonata Adinolfi-Renzi nella quale Enrico Letta veniva definito un “incapace”. A questa conclusione e’ arrivata la Prima Commissione del Csm che oggi, in forma non proprio ortodossa, l’ha resa pubblica durante un plenum piuttosto animato a Palazzo dei Marescialli. Giuseppe Fanfani, presidente della Prima commissione – che indaga su eventuali illeciti nelle inchieste Consip e Cpl Concordia – ha spiegato che nei giorni scorsi all’unanimita’ si e’ deciso di desecretare una trentina di pratiche ritenute ormai di pubblico dominio, tra le quali lo scottante faldone Consip per il quale le audizioni sono ancora in corso e il 12 ottobre si sentira’ l’ex procuratore capo di Napoli Giovanni Colangelo che dovra’ dire se Woodcock gestiva fascicoli dei quali non doveva occuparsi. L’ordine del giorno del plenum prevedeva altro, come il bilancio e alcune nomine in Cassazione, ma toghe e laici hanno dovuto fare i conti con le polemiche sollevate dalla pubblicazione del verbale del Procuratore di Modena Lucia Musti passato alla stampa, la scorsa settimana, da una ‘talpa’ che molti – a partire dagli stessi consiglieri come Antonello Ardituro che ha evocato la “responsabilita’ collettiva” per questo “gravissimo fatto” – indicano come interna all’organo di autogoverno dei giudici. “Abbiamo sentito dai lavori della Prima Commissione che e’ radicalmente da escludere l’ipotesi che il pm Woodcock sia responsabile della fuga di notizie”, ha sottolineato nel suo intervento il consigliere Piergiorgio Morosini contrario alla desecretazione per il rischio di campagne di stampa che espongono “pm impegnati in indagini complesse che fanno luce sul saccheggio dei beni dei cittadini, come Consip”. Luca Palamara, relatore in Prima Commissione su Consip, gli ha obiettato che “non e’ rispettoso del lavoro della Prima commissione annunciare l’esito sulla divulgazione delle intercettazioni e tenere al plenum comizi politici solo perche’ ci sono i cronisti”. In questo clima surriscaldato, il primo a partire all’attacco e’ stato il laico del centrodestra Pierantonio Zanettin che ha invocato la ‘par condicio’ nella desecretazione. Dopo Consip, tocca al faldone su Banca Etruria e il pm Roberto Rossi, ha detto Zanettin chiedendo che “la desecretazione delle pratiche dal contenuto politicamente sensibile costituisca a questo punto la regola e non l’eccezione”. “Altrimenti – ha aggiunto – saremmo tutti autorizzati a concludere che il diverso grado di segretezza dipende dal fatto che i contenuti siano piu’ o meno graditi al governo di turno”. La sua richiesta ha trovato l’immediato sostegno dei parlamentari M5s che chiedono al Csm “per evitare l’accusa di usare due pesi e due misure” di desecretare Banca Etruria. “Il Csm conferma oggi, tramite le affermazioni del presidente della Prima commissione, che non c’era nessuno complotto ai danni di Renzi e che il verbale del pm di Modena Musti, nonostante fosse privo di notizie di reato, e’ stato desecretato e trasmesso lo stesso alla Procura di Roma. Renzi, Gentiloni e tutti i ministri che hanno attaccato giudici e inquirenti dovrebbero chiedere scusa”, concludono i cinquestelle. Fanfani, infatti, nel suo intervento ha spiegato che non c’era nessun obbligo per la Prima commissione di trasmettere il verbale Musti alla Procura “perche’ non c’erano notizie di reato”. “Dall’inizio della consiliatura, io e il comitato di presidenza – ha detto il vicepresidente Legnini – non abbiamo fatto altro che stigmatizzare le fughe di notizie. Per due mesi, Consip e’ rimasto segreto, poi la Commissione ha desecretato e io non condanno questa scelta”, anche se “certamente accresce il rischio di circolazione degli atti”. “Prego i presidenti di Prima e seconda Commissione di proporre al plenum misure, come il divieto di estrarre copia dagli atti, per evitare che questi fatti si ripetano”.
Inchiesta Consip, per il Csm non è Woodcock l’autore della fuga di notizie
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