
Sigilli a un’azienda di noleggio barche, tre natanti, immobili e conti correnti. Il ras, già travolto dal maxi-blitz dell’aprile 2025 per il pizzo imposto agli ambulanti del “Maradona” e per l’alleanza con i Frizziero, vede sgretolarsi il suo impero economico mentre si stringe la morsa dei processi a carico della cosca.
L’impero economico all’ombra del Maradona
La parabola criminale ed economica di Luigi Troncone si infrange contro un decreto della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Napoli. Trentasei anni, volto noto dell’intellighenzia criminale dell’area occidentale della città e cognato dello storico boss Vitale Troncone, Luigi vede oggi evaporare un tesoro accumulato in un lustro di dominio incontrastato.
Gli uomini della Divisione Polizia Anticrimine della Questura partenopea hanno messo i sigilli a un patrimonio stimato in circa 5 milioni di euro. Si tratta del colpo di grazia alla cassaforte di un’organizzazione che, tra il marzo del 2020 e l’inizio del 2025, aveva stretto in una morsa asfissiante i quartieri di Fuorigrotta e Soccavo.
Il provvedimento ablativo non si limita ai conti correnti, ma colpisce il cuore degli investimenti di “ripulitura” del clan: sotto chiave sono finiti un immobile di pregio, l’intero asset di beni strumentali di un’impresa individuale attiva nel lucroso settore della locazione di natanti da diporto e ben tre barche. Un dettaglio, quello del noleggio marittimo, che si salda perfettamente con le mire espansionistiche della cosca verso il mare di Mergellina.
L’ascesa del ras e la legge della pistola
Per comprendere la caratura criminale di Luigi Troncone bisogna riavvolgere il nastro della recente storia di camorra flegrea. Legato a doppio filo al cognato Vitale e al nipote Giuseppe, Luigi non era solo un colletto bianco del clan, ma un operativo pronto a far valere la “legge di strada”.
Le carte dell’inchiesta restituiscono il ritratto di un ras spietato, capace di minacciare di morte i commercianti riottosi puntando loro una pistola in pieno volto: «Per colpa tua mi fai arrestare… mi hai fatto venire armato», ringhiava a un venditore ambulante colpevole di aver ritardato il pagamento del pizzo.
La sua leadership sul territorio si era consolidata imponendo una tassa occulta su qualsiasi attività gravitasse attorno allo Stadio Diego Armando Maradona. Dal traffico di stupefacenti al contrabbando di sigarette, fino alla gestione capillare delle “bancarelle”: nulla si muoveva a Fuorigrotta senza il placet dei Troncone.
Il business dello Scudetto e il patto con i Frizziero
L’ingordigia del clan aveva raggiunto il suo apice nella primavera del 2023, quando la città si preparava a celebrare il terzo scudetto del Napoli. Fiutando l’affare milionario, i Troncone avevano imposto il pizzo su tutto il merchandising non ufficiale.
Il delirio di onnipotenza criminale li aveva spinti a tentare un’estorsione grottesca ma indicativa della loro forza: costringere gli ambulanti del Maradona ad acquistare ben 10.000 trombette celebrative fornite direttamente dal clan. Un business che ha segnato l’inizio della fine.
Nell’aprile del 2025, infatti, un maxi-blitz dei carabinieri ha smantellato la rete con 24 misure cautelari, scoperchiando un asse criminale inedito. I Troncone di Fuorigrotta si erano alleati con i Frizziero della Torretta di Chiaia: i primi controllavano lo stadio e i gadget, i secondi gestivano il redditizio affare dei parcheggiatori e degli ormeggi abusivi sul lungomare, chiarendo così anche la provenienza dell’azienda di noleggio natanti oggi sequestrata a Luigi Troncone.
La morsa della giustizia e la fine di un’era
Il sequestro milionario di oggi si inserisce in un quadro giudiziario ormai compromesso per il 36enne e per l’intera gerarchia della cosca. Con i vertici decapitati dagli arresti del 2024 e del 2025, la Direzione Distrettuale Antimafia ha chiuso il cerchio.
L’ultimo atto si sta consumando in questi mesi nelle aule di tribunale: nel processo celebrato con rito abbreviato contro il “superclan” Troncone-Frizziero, nel febbraio 2026 la Procura ha invocato condanne durissime, chiedendo un totale di 250 anni di carcere per gli affiliati. Tra sentenze imminenti e l’aggressione ai patrimoni illeciti, lo Stato lancia un segnale inequivocabile: l’era del pizzo sulle sciarpe azzurre e dei giri in barca pagati con i soldi dell’estorsione è definitivamente tramontata.









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